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La dialettica problema/rimedio
post pubblicato in Diario, il 13 ottobre 2012

 Nelle società attuali occidentali, il rapporto problema/rimedio appare alle volte ribaltato. Talvolta s’inventa prima ilrimedio e poi il problema che quel rimedio dovrebbe risolvere, conformementeall’assioma di alcuni economisti secondo cui il rapporto domanda/offerta ha unandamento bidirezionale.

 In ogni caso, nello sviluppo dialetticoproblema/rimedio si possono distinguere tre fasi di più unaconclusiva:

a.    Il rimedio risolve in parte il problema, generalmentecausandone però altri in altri punti del sistema (come accade con l’impiego difarmaci allopatici)

b.    Il rimedio non produce più risultati sulproblema (fase dell’assuefazione)

c.     Il rimedio alimenta il problema (fase dellaperversione): si continua a rincarare la dose e quest’accanimento produceun’infiammazione del problema

d.    Il rapporto rimedio/problema collassa, oppure ilrimedio diventa a sua volta un problema che richiederà l’individuazione di unnuovo rimedio e il circolo vizioso riprende con spinta vigorosa


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Studio perimetrale intorno all'incertezza
post pubblicato in Diario, il 3 aprile 2011


Cantieristupore
presenta

STUDIO PERIMETRALE INTORNO ALL'INCERTEZZA
di Massimo Maraviglia

con Gianni Ascione, Patrizia Eger, Massimo Finelli, Ettore Nigro
Scene:                             Armando Alovisi
Realizzazione scene:      Michele Bifari, Mauro Rea
Consulenza sonora:        Canio Fidanza
Disegno luci:                  Ettore Nigro
Regista assistente:          Arturo Muselli
Aiuto regia:                    Monica Palomby
Ufficio Stampa:              Anna Marchitelli
Foto di scena:                 Marco Maraviglia
Grafica:                           Marco Di Lorenzo

Regia:                             Massimo Maraviglia

(prima nazionale assoluta)
dal / al 17 di aprile 2011, Napoli, Teatro Elicantropo

info e prenotazioni: 081/296640

 



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Per il 2011 e per quelli a venire
post pubblicato in Diario, il 1 gennaio 2011
Alle azioni compiute senza sapere esattamente perché, che nel tempo mostrano le loro ragioni. Alle cose che hanno ragioni ineffabili che si dipanano nel tempo. Alla mano invisibile dell'istinto puro che longanime muove i passi. A tutti noi l'augurio di non comprendere mai fino in fondo i nostri passi e averne a un tempo l'essenziale consapevolezza. Per il nuovo anno e per tutti quelli a venire.

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Puccetto e Olopierno al Mediterraneo
post pubblicato in Diario, il 25 dicembre 2010
La ripresa dello spettacolo del 17 dicembre al Mediterraneo di Napoli: solo una piccola parte, naturalmente.

http://www.youtube.com/watch?v=U-Jk3Z6HFUY



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FUS, attori e la possibile utilità del teatro adesso
post pubblicato in NOTE PER GLI AMICI, il 24 novembre 2010
Annoto queste considerazioni partendo da quelle proposte dal mio amico Carlo Cerciello e di altri amici che in questi giorni, su FB (http://www.facebook.com/notes/elicantropo-teatro/cultura-e-teatro-anatomia-del-sistema-teatro-il-dibattito-continua-di-carlo-cerc/178317575511899), hanno avviato una discussione circa lo stato dell’arte teatrale.

1 – Il sistema FUS credo sia stato un disastro per il teatro e la cultura in generale. E per il suo aspetto clientelare (marca tipica dell’italianità a partire dall’antica Roma, mica da adesso), e per i suoi criteri “quantitativi” che hanno inevitabilmente favorito le dinamiche malate accuratamente descritte da Carlo Cerciello. D’altro canto, i criteri qualitativi non sono concretamente oggettivabili, dunque una loro adozione provocherebbe probabilmente cicli ancora più viziosi di quelli provocati da logiche quantitative (chi e secondo quali parametri stabilirebbe la qualità maggiore o minore?) L’unica maniera in cui, probabilmente, l’istituzione potrebbe essere di sostegno al teatro (o almeno ad alcuni modi di fare teatro) senza divenirne un fattore ingerente,  potrebbe essere, da parte sua, il conferimento - a chi ne fa richiesta e con progetti ponderati alla mano - di spazi pubblici in comodato, da destinarsi ad attività culturali anche a beneficio del territorio, nonché l’agevolazione fiscale per i soggetti che investono in cultura. Spetterebbe poi agli operatori gestire questa opportunità in maniera produttiva ed autonoma (sia in senso quantitativo che qualitativo). Naturalmente ciò può accadere quando le istituzioni sono sane e i suoi interlocutori altrettanto: allo stato attuale non sembra essere il nostro caso. I molti esempi della cronaca recente e non, testimoniano chiaramente lo stato di malattia, specie comunicativa, che ammorba l’intero sistema. Ora, se c’è una parte immunitaria che ancora funziona, il sistema recupera il suo equilibrio omeostatico espellendo da solo le sue parti malate. Se la componente immunitaria non funziona più, il sistema raggiunge il massimo grado di entropia per poi collassare definitivamente. Le disponibilità energetiche sprigionate dal collasso si ricombinano, generando un nuovo sistema: è un principio fisico che si muove al di là dei giudizi politici e morali che si potrebbero formulare a riguardo. Sposando una sana dis-peranza, resta sul piano pratico soltanto lavorare, per quello che le condizioni attuali lo consentono, dalla parte del sistema immunitario. La malattia è oramai conclamata, null’altro c’è da aggiungere a riguardo.


2 - Essere attore (o più in generale dedicarsi al teatro) è una scelta di vita (“immunitaria” verrebbe da dire), prima ancora che di mestiere, che implica l’accettazione dell’incertezza quale elemento costituente lo statuto ontologico di questa opzione. Fare questo tipo di scelta vuol dire investire su se stessi e sui propri compagni di viaggio, mettendo in conto (o rifiutando) finti provini, dinieghi, promesse immantenute, confronti (persi a volte in partenza) col mercato,  frustrazioni ma anche riconoscimenti, stati di grazia, incontri importanti, insomma alti e bassi come passaggi fisiologici di un tracciato del genere. Qualsiasi forma di sicurezza è, probabilmente, incompatibile con la natura del teatro (verrebbe da dire con la natura della vita) e col principio di libertà sostanziale. I problemi di sussistenza di chi abbraccia una scelta così radicale quale è quella del teatro, vanno probabilmente risolti o cercandosi “un posto al sole” o qualsiasi altro posto che possa fornire quel minimo di risorse necessarie all’esercizio della propria libertà in altre sedi, e questo non inevitabilmente rischiando di divenire monadi solitarie senza identità o di perdere la dignità (resterebbe poi da definire cosa siano identità e dignità ma questo è un altro capitolo). Quanto al problema della scarsità di lavoro, si tratta, allo stato attuale, di una questione che investe tutte le categorie sociali, e come tale merita dunque considerazioni ed azioni (metapolitiche?) che vanno  oltre i limiti di questa discussione. Ancora: la formazione dell’attore è un problema che ciascuno è chiamato a risolvere con la propria serietà, disciplina e studium (cura di sé e delle cose), scegliendo le scuole, i laboratori, i seminari, gli stages, le accademie, i palcoscenici, ma anche qualsiasi altro posto, compreso quelli in cui apparentemente non ci sarebbe teatro, per potere coltivare se stesso (e gli altri, che è lo stesso). Ci sono luoghi più appropriati di altri, forse, ma questo rilevamento e le scelte che ne conseguono è giusto che siano a carico di chi si avvia per questa strada (ognuno scelga il proprio modo di fare teatro e se ne assuma tutte le responsabilità, insomma).  Se questo implica la necessità di sviluppare una doppia e tripla vita, attraversamenti di terre sconsacrate e non, ben venga tutto ciò, se la posta in gioco è l’immunità dalle malattie del sistema, nonché la conquista della propria dignità (essere pienamente all’altezza di se stessi) e della propria libertà (essere in risonanza con se stessi e con il sistema di cui abbiamo scelto più o meno consapevolmente di far parte).

3 – Quanto all’autoreferenzalità dei teatranti, è un problema endemico che riguarda anche molti altri ambienti, compreso i meno sospetti. È cosa che ha a che fare con un malinteso senso del potere e dell’identità, probabilmente. Fin quando non ci libereremo (o rivedremo) altre possibili declinazioni di questi due assiomi incancreniti, non credo si possa andare molto oltre. Cominciare da se stessi e dai propri compagni di viaggio e proseguire nella ricerca di altri, immaginando un arcipelago di monadi (autonome e in sé compiute, perché no) ma ricche di porte e finestre, generatrici di altre possibilità combinatorie, che non siano quelle attuali. Possibilmente parlando meno d’immondizia, metaforica e non, perché se è vero che la realtà si riflette nelle nostre rappresentazioni, è anche vero – e forse è questa una delle possibili attuali utilità del teatro – che le nostre rappresentazioni possono gradualmente rimodellare la realtà. Torma ancora il teorema di Thomas: “Se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze”. Un problema di linguaggio (credo che Andrea De Rosa in questo senso abbia ragione), un problema che è etico ed estetico a un tempo, prima ancora che politico.


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permalink | inviato da ubumax il 24/11/2010 alle 21:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Ciottoli, Caso e Destino
post pubblicato in Diario, il 30 agosto 2010
Il Caso somiglia ai ciottoli di una battigia, disposti in un ordine accidentale o in ogni caso indecifrabile, per i più. Ci si cammina sopra, qualcuno può far male, altri massaggiano la pianta (dipende anche da come si cammina).

Oppure ci si può fermare ad osservarli, scrutare, raccoglierne alcuni e lavorarli con calma per trasformarli in altro. In quel momento, si adempie un Destino.

(Appunti per un Manuale Distruzioni)




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permalink | inviato da ubumax il 30/8/2010 alle 14:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Sillogismo anticartesiano
post pubblicato in Diario, il 27 agosto 2010
Se penso, non credo.
Se non credo, non agisco.
Se non agisco, non sono.
Se penso, dunque, non sono.

Corollario: la durata della riflessione relativa all'agire è inversamente proporzionale alla necessità dell’azione.



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Per Ale
post pubblicato in NOTE PER GLI AMICI, il 7 febbraio 2010
Cara Ale
ti ringrazio intanto per avermi reso partecipe di tuoi pensieri importanti, ne sono onorato. Vorrei poterti dire cose altrettanto importanti, ma non credo di esserne capace. Probabilmente perché le cose importanti non vanno nemmeno dette, soprattutto perché ogni dire è sempre inevitabilmente inadeguato. Ad ogni modo, quello che vorrei dirti tu già lo sai. Il problema è che sapere le cose non garantisce l'automatica risonanza su quello che facciamo. Pensiamo, il più delle volte, delle cose e ne facciamo altre: è lo standard umano medio, perché l'allineamento tra quello che siamo, pensiamo, vogliamo, dobbiamo, possiamo e sappiamo è il compito più difficile che ci tocca risolvere e non tutti ci riusciamo.

Il punto di partenza di ciascuno è sempre svantaggiato, per un elementare meccanismo naturale che ci porta a credere di essere, di partenza, in diritto di felicità. Per quello che mi riguarda credo invece che nasciamo per essere carne da macello (la natura non ha alcun riguardo per l'individuo, ma solo per la specie). Questo non vuol dire che lo si debba essere "per forza". Ci sono sforzi che si possono fare per liberarci da questa condizione "naturale" di partenza. Si tratta però di sforzi "innaturali" e come tali ostacolati fortemente (è come andare contro la forza di gravità) dalle danze tribali della vita.

Si può vivere lasciando una porta chiusa per sempre e non sapere cosa ci sia dietro, ma se la porta si socchiude è enorme sofferenza fino a quando non si è trovata la forza (e quella potenzialmente la possediamo tutti) per varcarla e andare a vedere cosa ci sia oltre.

Il di qua della porta è la vita minuscola, essenziale, dolcemente ignorante di chi non si fa tante domande e riesce a mantenere un contatto vivo e diretto con le cose essenziali, direi quasi animali. Un beneficio che tocca a pochi oramai, visto che la gran parte di noi è coinvolta in mondi e dinamiche dove la guerra (in senso metaforico e reale) è la norma comportamentale di base.

Il di là della porta è probabilmente la stessa cosa, cambia però il nostro rapporto con le cose, aumenta la nostra possibilità "divina".

La possibilità divina direi che è quella che ti consente di attraversare il mondo da amorevole osservatore che sa quello che può, deve, vuole fare e lo fa, lo fa per quello che vale in sé, nella piena, assoluta e rasserenante disperazione (la disperanza, nelle sue conseguenze, è molto più salutare della speranza, che spesso reca con sé un mare di delusioni). Non aspettarsi niente ma agire come se ci si aspettasse tutto mi sembra una buona regola, ammesso che esistano buone regole.

Ho l'impressione che tu chieda troppo o troppo poco a te stessa. Perdonami, ma mi sembra che tu sia alquanto ingiusta con te stessa. Non hai nulla da farti perdonare così come non devi perdonare niente a nessuno. Il "perdono", così come "la colpa", sono parole vuote che dovremmo cancellare dal nostro dizionario. Non so perché ti dica questo ma ho idea che, in qualche modo, abbia a che vedere con il tuo malessere.

Cerchi le definizioni, ma quelle sono buone per la carta. Nella realtà resta quello che si prova, la capacità direi istintiva di distinguere i veleni dalle cose benefiche, sapersi tenere lontani dagli uni e impiegare al momento opportuno le altre. Se continuiamo ad avvicinare persone per noi "sbagliate", può voler dire due cose: o che il nostro istinto è andato a farsi benedire, o che cerchiamo tutti i modi per farci male ed in entrambi i casi, dipende solo e soltanto da noi. Non esiste sfortuna.

"Amore" è per me una di quelle parole talmente troppo usate che ho pudore persino a pronunciarla. Non so cosa significhi e, detto francamente, nemmeno me ne importa. Le parole mi servono per rimettere ordine, per scrivere, per teorizzare. Per vivere, preferisco "disordinare", usare il minor numero possibile di parole e di concetti. Vado, guidato dalla mia bussola interiore che mi porta esattamente nei luoghi in cui è appropriato che io sia presente, e non sempre sono quelli che avrei preferito o desiderato, ma ci vado lo stesso e possibilmente attrezzato e "vestito" nel migliore dei modi. Questa pure mi sembra una buona regola (sempre che le regole esistano). Soprattutto, non leggo poesia. I poeti, come i filosofi, sono umanamente scartine e quello che dicono, raffrontato a quello che vivono, è spesso un pacco. Non in senso dannunziano, credo che la più grande espressione artistica sia la vita stessa: sono poeta e attore e pittore e musicista e danzatore nel treno che mi porta a Roma, sulla strada che mi porta a scuola, nel supermercato mentre faccio la spesa o mentre faccio i conti dei soldi che non ho. Al di fuori di questi ambiti, parliamo di cazzate. Meravigliose cazzate, ma cazzate.

Non ho consigli da darti, posso solo dirti come cerco di vivere (ed è una gran fatica ma la trovo interessante), come ogni giorno converso amabilmente coi miei "mostri" (ognuno ne ha un bel po' da nutrire) perché non mi sbranino ed imparino a dirmi qualcosa d'interessante, è tutto. Ascolto.

Poi ci sono i problemi "concreti", le ristrettezze, le difficoltà materiali. A quelle non si può consentire di schiacciarci, perché siamo di gran lunga più "longevi" dei nostri problemi contingenti. Quello che ci manca, se davvero ne abbiamo bisogno, davvero, prima o poi l'avremo, se avremo pazienza costanza e fermezza (e queste sono declinazioni della disciplina: ogni giorno è palestra). Se non le avremo, vuol dire che non era quello di cui avevamo veramente bisogno. La vita è gentildonna e il tempo, suo compagno, non è da meno. Su questo puoi avere fiducia massima, se un po' mi credi.

Non so se ti ho detto le cose appropriate, se ho risposto alle tue domande (ammesso che siano domande), ma è quello che "d'istinto" mi è venuto da dirti.

Ti abbraccio, ci vediamo a teatro.
m




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Nota d'augurio in base Tre
post pubblicato in Diario, il 31 dicembre 2009
Ogni discorso, anche il più acuto, non può sottrarsi all'imprecisione e al vagore delle parole. Scrive Brecht:

Niente è più contrario dell'arte che lo sforzarsi di trarre un qualcosa dal niente. Ciò che (i grandi) fanno, consiste nel rendere piccolo ciò che è piccolo e grande ciò che è grande. In ogni tema è contenuto tanto e non più, ed è proprio questo tanto che deve essere sviluppato, non di meno ma neanche di più.
(B. Brecht, Diario di lavoro)

Colgo istintivamente il senso di questo discorso, che mi sembra acuto. Poi, vedo il discorso sgretolarsi in mille pezzi non appena provi a scendere a un livello di comprensione più profonda, dove non posso fare a meno di chiedermi: "cos'è questo qualcosa?", "chi sono i grandi?", "piccolo e grande rispetto a cosa?" e, nell'incapacità di restituire a queste domande, risposte adatte a non generare altre domande, mi ritrovo davanti ad un discorso che, dapprima percepito come interessante, poi si rivela vuoto, e poi nuovamente interessante, soprattutto per ciò che non ha "saputo" (o voluto) dire.

Anche i discorsi sembrano allora soggetti alla legge del Tre:
1) Sembrano interessanti per quello che dicono
2) Sembrano vuoti di sostanziale significato
3) Sembrano interessanti per tutto ciò che non dicono ma che in qualche modo implicano.

Ora, essendo il terzo livello quello pregnante, varrebbe la pena puntarlo direttamente, ove  fosse possibile. Viene da pensare che le impalcature del superfluo servano a rendere percepibile ciò che vi è di necessario. Ed anche questo discorso, d'altronde come tutti gli altri, è soggetto alla legge del Tre.

Auguri a tutte le persone di bella volontà.

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Un passo avanti
post pubblicato in Diario, il 10 ottobre 2009
Il 2 di ottobre dell'anno 2009 Cantieristupore diviene Associazione Culturale. Tra i suoi scopi, indica lo Statuto: "promozione dello sviluppo del teatro di ricerca e di innovazione, anche attraverso la contaminazione di linguaggi artistici, culture ed espressioni disciplinari diversificate (musica, danza, pittura, mimo, cinema e affini); (...)  promozione del teatro inteso come prassi formativa (teatro di formazione) destinata sia all’educazione permanente degli adulti, sia alla formazione dei giovani".

Sono soci fondatori dell'Associazione: Annalisa Giacci (costumista), Giuseppe De Liso (cantante lirico e docente);  Nicola Di Fiore (scenografo e scenotecnico); Massimo Finelli (attore e regista); Canio Fidanza (musicista e compositore); Marco Di Lorenzo (architetto, docente e graphic designer); Biagio Conte (fiscalista), Maurizio Liguori (promotore culturale); Massimo Maraviglia (autore, regista e docente). Auguri a tutti, anche a quelli che non sono soci ma che, a dispetto di tutto, continuano a coltivare una qualche forma di ragionevole utopia.



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Le città improbabili - Inchìnia
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 6 settembre 2009
A Inchìnia, ciò che colpisce è il modo in cui i suoi cittadini si scambiano il saluto. Quando si incrociano, ciascuno porge all’altro il proprio riverente inchino, come davanti a un re o a una regina. Non c’è nulla di servile o di cerimonioso in questi loro gesti che, morbidi e accoglienti, inaugurano e chiudono ogni conversazione, occasionale o voluta che sia. Gli stranieri spesso indugiano ore a fotografare gli inchiniàni che per strada si salutano, per i turisti è un’attrazione pari forse al Cambio della Guardia  davanti ai Palazzi Reali di tante altre città. Forse è anche per questo modo di salutarsi che tutti gli inchiniàni, senza distinzione alcuna, hanno passo regale, che siano notabili o mendicanti, ricchi mercanti o manovali, che abbiano due o cent’anni, che siano uomini, donne o altro, tutti godono di un rispetto che elargiscono e ricevono con generosità diffusa. Si tratta di un rispetto tanto radicato che ormai nessuno più ad Inchìnia sarebbe in grado di dare ad esso una definizione. Uno straniero chiese un giorno a un vecchio inchiniàno: “Cos’è questo rispetto che tanto vi contraddistingue?” e l’uomo, dopo un  inchino e una piccola esitazione, disse: “È un sentimento che non so spiegare. Forse è solo un modo per essere presenti e attenti, sempre… nulla di speciale, solo un gesto grazioso, un’attenzione che rende ogni incontro importante, anche il più fugace”.


(da Le città improbabili, 2009)



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Innaffiare il giardino
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 28 agosto 2009
Una cosa che faccio volentieri è innaffiare il giardino. Strano come la coscienza politica influisca su tutte queste operazioni quotidiane. Da dove verrebbe altrimenti la preoccupazione di dimenticare un punto del prato, che quella pianticella lì potrebbe non ricevere acqua o riceverne di meno, che si potrebbe trascurare quel vecchio albero perché ha un'aria tanto robusta? E, che si tratti di erbacce oppure no, tutto ciò che è verde ha bisogno di acqua e ci si accorge di quanto verde c'è sulla terra soltanto quando ci si mette ad innaffiare.

Bertold Brecht, Diario di lavoro 1942-1955, Einaudi, 1976, p. 611.


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Le città improbabili - Shanguài
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 15 luglio 2009
Per la gran parte dei viaggiatori, specie se distratti, Shanguài è da guardare solo in fotografia, a meno che non si sia atleti allenatissimi di spirito e di corpo. Città di equilibristi in dieta permanente, Shanguài è stata concepita su un sistema architettonico a base dinamica avente come unità minima compositiva non il mattone e il cemento ma il bastoncello. Sicché gli edifici così come la rete di comunicazione nel suo insieme sono costituiti interamente da esili strutture lungiformi a estensione variabile ma di eguale spessore, come gettate – apparentemente -  alla rinfusa, quasi a formare una foresta di linee e di punti.
In questa trama mutevole di spazi appena accennati, di pieni e vuoti in continua mutazione, ogni shanguìgno si muove con cautela per evitare che il proprio passo possa spostare un bastoncello posto in precario equilibrio e precipitare giù facendo danno a se stesso ed agli altri. Gli shanguìgni più esperti hanno imparato da tempo che per giocare al meglio bisogna concepire un gioco di squadra, articolare movimenti sincronizzati e in contrappunto, controbilanciati da far sì che i bastoncelli non precipitino rovinosamente, ma si ricompongano di volta in volta in nuove tramature ardite dentro cui ciascuno dei giocatori possa muoversi facendo del proprio vantaggio, un vantaggio altrui. Ecco perché si dice che Shanguài sia l’unica città del mondo in cui si vince o si perde, ma in ogni caso tutti simultaneamente.

(da Le città improbabili, 2009)




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Le città improbabili - Misurànda
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 7 luglio 2009
In questa città vivono i più grandi specialisti della stima. Dotati dei più complessi mezzi di misurazione, i misurìgni sono in grado di conferire un valore, un peso e una misura ad ogni cosa. Il principale cittadino di Misurànda, tal Aurelio Règolo, è colui che viene riconosciuto come il perfezionatore del Ponderòmetro Universale: uno strumento posto nel cortile dell’edificio municipale, in grado di stimare ogni cosa sulla base di pochissimi parametri universali.
Tra gli utenti del Ponderòmetro, provenienti da ogni dove, sono distinguibili due categorie: la prima è costituita da quelli che decidono di ricorrere ai responsi dello strumento solo per avere conferma delle stime da loro attribuite, empiricamente, agli oggetti di loro interesse; la seconda, da chi non ha affatto idea di quale valore possa avere l’oggetto di proprio interesse. In ogni caso, gli esiti di misurazione generano spesso turbamenti. Chi si aspetta un certo esito, resta di norma deluso e a chi, invece, nulla si aspetta, la macchina riserva interessanti rivelazioni.
Alla misurazione del Ponderòmetro può essere sottoposta qualsiasi forma di realtà: dalle idee agli uomini, da un manufatto a un oggetto d’arte, da una pietanza a una poesia, da un passo di danza ad un’azione riparatoria.
Il Ponderòmetro Universale di Misurànda ha un solo difetto: richiede un tempo lunghissimo di elaborazione/dati, perché se è vero che pochi sono i parametri che applica, è pur vero che il loro adattamento alle diverse nature da analizzare non è cosa di poco conto. Tra i parametri noti (ve ne sono altri del tutto ignoti agli stessi misurìgni) i quattro principali sono: il tempo, l’impatto sistemico/relazionale, le intenzioni, gli effetti. Così, ad esempio, un oggetto che ha richiesto poco tempo di realizzazione, ha prodotto uno scombussolamento degenerativo di relazioni, è nato per recare un piccolo beneficio ed ha prodotto conseguenze collaterali non previste, avrà, in una scala di misurazione che va da w93ijd a 29jdkfie, un valore grosso modo pari a 20sjhue7. Il commutatore annesso al Ponderòmetro sarà poi in grado di convertire tale valore nel metro, nella misura o nel valore di scambio richiesto dal postulante, e qui nascono le sorprese. Può ad esempio accadere che un’opera d’arte venduta all’asta a svariate decine di migliaia di euro, valga, secondo la stima ottenuta con lo strumento in questione, solo pochi centesimi, oppure che un uomo da tutti considerato un tapino, valga un’ovazione.
Il dispositivo è in grado inoltre di suggerire al postulante anche il metro, la misura o il valore di scambio più appropriato, ed è quasi sempre lo stesso suggerimento: l’imponderabile stima che non ha altri valori di commutazione.


(da Le città improbabili, 2009)

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Le città improbabili - Reuìnda
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 5 luglio 2009
È detta anche “Città della Moviola”, perché da anni il Governo Locale ha reso istituzionale l’uso di questo strumento per tutti i cittadini che, una volta ogni tre mesi, sono obbligati alla cosiddetta “sessione di verifica”. La sessione dura un giorno intero, si svolge in cabine da un minimo di due a un massimo di cinquanta posti a sedere. I reuìndani si accomodano e possono osservare – grazie a un sistema di ripresa totale che ha registrato tutti i movimenti, tutte le loro azioni e il loro dire, negli ambienti più diversificati – il brano della loro esistenza risalente ai tre mesi precedenti, nei minuscoli dettagli. I più stolti hanno da ridire sul fatto che questo strumento non aiuti affatto a modificare il passato, quelli più attenti sanno che può almeno migliorare il futuro.
Guardando i dettagli sfuggiti, riflettendo sui piccoli particolari che la moviola esalta, più d’un reuìndano si è accorto del fatto che non sono mai i grandi errori a distruggere le esistenze, ma piccole omissioni, piccole sbadataggini che messe di fila l’un l’altra, generano grandi disastri. Il minuscolo errore, quello che si annida ogni volta in cui viene da dire “che importanza vuoi che abbia…”
Per questo ogni reuìndano puro ama dire che una vita buona è quella tratteggiata da punti di non-ritorno, da piccoli errori fatti una sola, massimo due volte.

(da Le città improbabili, 2009)


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Le città improbabili - Idropènia (già Pangràzia, già Panpènia, già…)
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 29 giugno 2009
Apparentemente la città più accattivante del mondo, specie per gli scrocconi. Qui tutto è gratis, tranne l’acqua, ma andiamo per ordine. La storia d’Idropènia cominciò che la città aveva persino un altro nome: Pangràzia, ed era una città che poteva godere di ogni ricchezza, se non fosse stato per il fatto che una corte di governanti scellerati e bulimici non avessero, nel giro di poco più di due lustri, ingollate tutte le risorse comuni, al punto tale da indebitarla fino all’osso. Fu allora che apparve sulla scena un certo Quitz Curtatone, un magnate del tutto e del nulla che si fece avanti e disse ai governanti: “lasciate che sia io a prendere in carico tutti i debiti di Panpènia (la città aveva intanto cambiato nome), sarò io a saldarli, io a restituire nuova ricchezza a questi poveri cittadini diseredati, per i quali renderò tutto gratis!” E tutti lì a gridare “evviva questo generoso!” ma non erano ancora finite le ovazioni che il prodigo Curtatone dettò le sue condizioni: “… basta che mi riconosciate la concessione esclusiva delle risorse idriche, saprò farne buon uso” “e certo – pensarono tutti – un uomo generoso come questo saprà bene come farle fruttare al meglio per tutti!” In breve tempo tutte le pompe e i condotti idrici presero il marchio di Quitz Curtatone. Sicché l’acqua cominciò a scarseggiare un po’ ovunque, prima in maniera celata poi sempre più evidente. Curtatone intanto decideva a chi affidare la gestione delle pompe, chi e quando dovesse ricevere l’acqua che, essendo di fatto divenuta sua, veniva ceduta solo in cambio di qualcosa… non in denaro, ma in natura. Ciascuno iniziò allora ad offrire le proprie nature e chi non aveva nulla di naturale da offrire, iniziò a morire disidratato, nell’indifferenza generale di chi era tutto intento a procacciarsi nature da poter barattare. La gestione delle pompe e dei condotti idrici divenne allora il centro vitale di ogni attività d’Idropènia che, per questa sua particolare economia, dopo un po’ prese un nuovo nome, probabilmente brutto persino da scrivere.


(da Le città improbabili, 2009)



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Le città improbabili - Sincrònia
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 27 giugno 2009
Sembra che questa città sia toccata da una maledizione terribile. Idiota, ma terribile. Tutti i suoi cittadini vivono lo stesso desiderio esattamente nello stesso momento, il che rende praticamente impossibile la vita qui a Sincrònia, città pronta al collasso in ogni istante. Tutti vogliono andare allo stadio ma nessuno vuole giocare, tutti vogliono cucinare ma nessuno vuole mangiare, tutti vogliono  insegnare ma nessuno vuole apprendere, tutti vogliono scrivere ma nessuno vuole leggere, tanto per fare qualche esempio, che va bene anche al viceversa. Le situazioni grottesche che si creano a seguito di questa maledizione sono tante. Il momento dei bisogni fisiologici, ad esempio, è terribile: i più lesti riescono ad occupare i bagni, dovunque siano ubicati, e i meno preparati sono dunque costretti a fare i propri bisogni ovunque si trovino, sicché Sincrònia resta la città più sporca del mondo, almeno fino a quando non giunge l’ondata della voglia di pulire, e allora li vedi lì, dal primo all’ultimo dei sincronìni, pronti a ramazzare ovunque si trovino. Sembra che ci sia penuria di tutto a Sincrònia, anche se non sarebbe così, se solo i sincronìni riuscissero a vivere meno all’unisono, ed è per questo che da anni ormai il Governo di Sincrònia bandisce un concorso per esperti in desincronizzazione, che nessuno vince mai. L’unico momento felice, a Sincrònia, è quello in cui giunge l’ondata di voglia di fare l’amore.


(da Le città improbabili, 2009)

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Le città improbabili - Aldilàndia
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 24 giugno 2009
Comprendere un aldilandièse è un’impresa per pochi e l’ascoltatore disattento, per quanto conoscitore della lingua in questione, facilmente può cadere in inganno. Sia chiaro, la lingua di questa città è traducibile, senza particolari difficoltà, in tutte le altre lingue a noi note. Tuttavia questo non basta a comprendere l’aldilandièse, che richiede una particolare attenzione al loro modo precipuo di comunicare. Il fatto è che ogni frase, per un aldilandièse, contiene numerosi messaggi non esplicitati. Se ad Aldilàndia due persone si incontrano in ascensore, l’una dirà probabilmente all’altra: “oggi è una bella giornata”, oppure “che tempaccio…” così come accade forse in molti altri paesi. Il fatto è che questa - apparentemente banale - conversazione, se fatta in un ascensore di questa città, potrebbe asumere i seguenti significati: “ho notato che la tua faccia è un po’ triste, perché non sorridi al sole che ti sorride?” oppure (nel caso del secondo esempio) “sto attraversando un brutto momento, e questo tempo uggioso in qualche modo mi somiglia, e te lo dico prima che me lo possa dire tu…”. L’altro allora, rispondendo a tono, potrebbe dire “eh si, ci voleva proprio…” stando ad intendere “ci voleva proprio che qualcuno si accorgesse della mia tristezza e che mi dicesse una parola di conforto…”, e così via, fino all’arrivo dei rispettivi piani. Lo straniero disattento ha solo assistito ad una formale conversazione in ascensore. I due autoctoni invece, si sono riconosciuti ed hanno insieme colto l’occasione per fare, di un momento banale, l’occasione per un corroborante scambio di emozioni.

(da Le città improbabili, 2009)



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Le città improbabili - Vitavètera
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 21 giugno 2009
In questa città (un tempo chiamata Vitanguàrdia) l’orologio sembra muoversi in senso antiorario, almeno per ciò che riguarda il cosiddetto progresso. Raccontano i menestrelli di Vitavètera che tutto cominciò il giorno in cui apparve, sul mercato della piazza principale, un rasoio da barba a sei lame. I vitavèteri (che allora si chiamavano vitanguàrdi) iniziarono a chiedersi: “la prima lama per radere la prima parte del pelo, la seconda per sollevarne ciò che resta, la terza per tagliarlo fino in fondo… ma la quarta, la quinta e la sesta che fanno?” Compresero solo allora che il cosiddetto progresso aveva travalicato ogni ragionevolezza e che era necessario bandire dalla città ogni forma d’innovazione. Furono allora convocati i ricercatori di ogni disciplina e fu loro detto: “da domani ogni vostra ricerca dovrà indirizzarsi non più verso l’innovazione ma verso l’inveterazione”. Qualcuno volle ridere, qualcun altro ebbe da ridire che il progresso non si può fermare ma nel mentre che lo diceva già qualcuno della Guardia Locale lo spingeva verso l’uscita della Sala delle Riunioni Plenarie. La cosa più difficile per i ricercatori non fu quella di riconvertire le loro conoscenze verso un’altra direzione, quanto piuttosto rigenerare la loro immaginazione, smantellare idee calcificate per fare spazio a idee non nuove – del nuovo proprio non si sapeva più cosa farne – ma essenziali ed eleganti come un cerchio o un triangolo. Sicché adesso a Vitavètera ci si rade con una sola lama, ci si sposta quando è proprio necessario, si produce quello che serve e soprattutto si vive un tempo fluido e fluente in cui si lavora, si ama, si ascoltano storie di quando i rasoi erano a sei lame.


(da Le città improbabili, 2009)


Dans cette cité (jadis appelé Vitanguàrdia), l’horloge semble tourner dans le sens contraire des aiguilles, du moins en ce qui concerne le prétendu progrès. Les ménestrels de Vitavètera racontent que tout commença le jour où apparut, sur le marché de la place principale, un rasoir à six lames. Les Vitavètériens (qui à l’époque s’appelaient les Vitanguàrdiens) se mirent à se demander : « La première lame pour raser la première partie du poil, la seconde pour soulever ce qu’il en reste, la troisième pour le couper jusqu’au bout… mais la quatrième, la cinquième et la sixième, qu’est-ce qu’elles font? » Ils comprirent seulement à ce moment-là que le progrès avait dépassé toute rationalité et qu’il était nécessaire de bannir de la cité toute forme d’innovation. On convoqua alors tous les chercheurs de toutes les disciplines et on leur dit : « A partir de demain, toutes vos recherches doivent être dirigées non plus vers l’innovation mais vers l’invétération. » Certains avaient envie de rire, d’autres objectèrent que le progrès ne peut s’arrêter, mais pendant qu’ils disaient cela les membres de la Garde Locale les poussaient vers la sortie de la Salle des Réunions Pléniaires. La chose la plus difficile pour les chercheurs  ne fut pas tant de reconvertir leurs connaissances dans une autre direction que de régénérer leur imagination, démanteler des idées calcifiées pour faire place à des idées non nouvelles –du nouveau on ne savait vraiment plus que faire- mais essentielles et élégantes comme un cercle ou un triangle. Si bien que maintenant à Vitavètera on se rase avec une seule lame, on se déplace quand c’est vraiment nécessaire, on produit ce qui sert, et surtout on vit dans un temps fluide dans lequel on travaille, on aime, on écoute des histoires du temps où les rasoirs étaient à six lames.

(trad. a cura di Patrick Plebeo)

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Le città improbabili - Sigìra
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 18 giugno 2009
Non vi sarebbe alcun motivo per parlare di Sigìra, città che agli occhi di qualsiasi viaggiatore appare come la più comune delle città conosciute, con il suo municipio, le sue strade, piazze di media grandezza, bar, qualche cinema, tre teatri, due musei, un tribunale, due ospedali, una stazione feroviaria ed una piccola metro. Se chiedi a un sigiràno “cos’ha di speciale la tua città?” probabile che resti un po’ a riflettere per poi andare via mormorando “non saprei…”. Qualcuno cita la piazza principale, altri la cucina ma è tanto per dire, perché di fatto la cucina, la piazza ed ogni altra cosa di Sigìra non ha nulla di davvero speciale. La vera particolarità di Sigìra, quello che potrebbe definirsi l’unico suo segreto, non è noto nemmeno ai sigiràni stessi, ed il segreto è questo: i sigiràni non esistono più da tempo. Ciascuno di essi è infatti un attore, ingaggiato in gran segreto dagli Organi di Governo preposti al mantenimeno dell’ordine, per sostituire un sigiràno vero che è scappato altrove per non morire di noia. Questo graduale processo di sostituzione è avvenuto nell’arco di quasi cinquant’anni, sicché ogni sigiràno che vedi girare per le strade, altro non è che un attore che interpreta la parte di qualcun altro. Ma la cosa più curiosa è che ogni attore crede di essere l’unico falso tra una miriade di veri, ciascuno conservando il segreto del proprio ingaggio all’altro, ciascuno serbando in cuor suo la speranza che venga il giorno in cui potere rivelare il proprio segreto all’altro.

(da Le città improbabili, 2009)


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Le città improbabili - Balbùtta
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 16 giugno 2009
Per quanto povera, Balbùtta appare, tra le città a noi note, la più felice. All’ingresso della sua porta principale scolpito a chiare lettere appare quello che sembra essere il motto di Balbutta: “Facemmo di necessità virtù”. Il fatto è che da almeno cinque secoli gli indigeni di Balbutta nascono con uno strano difetto di fabbricazione: giunti all’età di due anni, cominciano a balbettare, sicché si rende necessaria una riabilitazione che prevede l’uso del canto. Questo è il motivo per il quale a Balbutta non si parla mai, solo si canta, in ogni occasione. Si canta in ufficio, in chiesa, in casa, al casinò, nei tribunali, in ospedale, per le strade, ovunque. Persino le cose più terribili si dicono cantando, sia essa una sentenza di condanna, un referto medico, una minaccia di morte, una dichiarazion di guerra, ed è questo cantare a rendere più giuste e meno tristi le cose tutte, persino le più ingiuste e crude. I balbuttiani più saggi cantano nel coro e solo quelle cose più amorose. Quelli più acerbi e ottusi cantano da soli e qualche volta stonano, fin quando il Principe dei Toni – l’autorità più alta qui a Balbutta – non interviene a modellare i crescenti ed i calanti, perché tutti siano meno scontenti.
Da qualche anno accade che più non nascano bambini balbuzienti, del canto forse non ce n’è più bisogno, eppure i saggi balbuttiani dicono: “amici, vi preghiamo, che si continui il canto”.

(da Le città improbabili, 2009)


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Per un teatro degli angeli mortali
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 14 giugno 2009
E, si, è vero, ho detto, ripeto spesso che nella strada c'è la salvezza del teatro. Credo che da noi l'invadenza politica e l'inevitabilità della dipendenza dal denaro pubblico stiano sempre più facendo arrostire gli enti drammatici su spietati spiedi. (...) Lavorando con musica viva, da strumenti, organo, fonografo, senza assordare pubblico e finestre con altoparlanti a tutto volume (cosa che a me pare un imperativo etico) si constata in quale deplorevole stato siano ridotti i timpani: una debole o nessuna amplificazione non li raggiunge nella loro sfondatezza. Gli orecchi più sensibili a vocalità e musiche di strada sono bambini e cani. Sempre protestano quando madri e padroni li tirano via. La vida es sueño: poiché tutto lavora a cancellare il sogno, noi che ci accaniamo a trasmetterlo, a snidarlo dai tombini, da ultimi saremo i primi.

Guido Ceronetti, Io trasmetto i sogni, su Repubblica del 14 giugno 2009, p. 38.


Il 19 e il 20 giugno, alle 17,00, al teatro Strehler-Scatola Magica di Milano, Guido Ceronetti presenta lo spettacolo Strada come Santuario, nell'ambito della rassegna "Masterclass - La casa delle scuole di teatro", ideata da Luca Ronconi.

Gli dèi ci conservino a lungo uomini come questi.


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Le città improbabili - Arcipèlia
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 14 giugno 2009
Chiamare Arcipèlia città non è del tutto esatto. Si tratta infatti di una confederazione di microcittà ciascuna delle quali ha un’estensione che non supera i 120 metri quadrati ed una popolazione che quasi mai supera le tre unità. Ciascuna di queste microcittà possiede il suo corpus giuridico, i suoi organi istituzionali, le sue strutture organizzative che, per quanto diverse possano apparire tra loro, lasciano intravedere principi di fondo comuni a tutti gli arcipèlidi. Quali siano tali principi, tuttavia, non è dato sapere. Risulta in ogni caso bizzarro, agli occhi dello straniero, che nella lingua ufficiale degli arcipèlidi manchino parole come libertà, uguaglianza, onore, famiglia, patria, così come manchino gli aggettivi e i pronomi possessivi, ed è forse per gli stessi, a noi oscuri motivi che nel loro corpus giuridico sia assente qualsiasi riferimento al diritto di proprietà. In compenso, la loro lingua possiede ben cinquanta sinonimi per la parola “cortesia”, per tradurre ciascuno dei quali, in quasiasi altra lingua conosciuta, occorrerebbero lunghe e complesse perifrasi, così lunghe da dovervi rinunciare, il che – dicono gli acripèlidi -  è un vero peccato per gli stranieri.

(da Le città improbabili, 2009)


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Le città improbabili - Sloush
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 10 giugno 2009
Tra le città finora visitate, è certamente la più permissiva di tutte. Tutto ciò che altrove sarebbe bollato e sanzionato come il peggiore dei crimini, qui non viene impedito da alcuna legge. Non c’è norma che punisca l’omicidio, lo stupro, la pedofilia, lo spaccio di stupefacenti, la corruzione, il furto. Sarebbe lecito pensare, a queste condizioni, che la vita qui a Sloush sia assolutamente impossibile, le sue strade piene dei peggiori criminali, e invece, a dispetto di ogni attesa, le statistiche della città, alla voce “crimini convenzionali gravi” registrano lo 0%, stesso dicasi per i “crimini convenzionali piccoli”. Gli studiosi dicono che Sloush sia la città più sicura di quelle finora conosciute. Il codice penale e quello civile è unificato, e prevede una serie di reati  – ai nostri occhi inusuali – riconducibili ad un unico principio: “vietato intrattenere rapporti con le saponette”. Le saponette, proprio quelle che in qualsiasi altro posto del mondo servono semplicemente per lavarsi, qui possono divenire oggetto di crimine e, di fatto, lo divengono. Tra i reati più comunemente commessi qui a Sloush le statistiche registrano: “furto di saponette”, “contraffazione di saponette”, “corruzione di saponette”, “stupro di saponette”, “spaccio di saponette”, “abigeato di saponette”. La piaga più terribile per Sloush è quella che le testate locali chiamano “la tratta delle saponette”, principale attività della potente organizzazione criminale locale. Saponette da tutto il mondo vengono acquistate a poco prezzo e poi, attraverso un sotterraneo sistema di spaccio che vede impiegato oltre il 30% della popolazione, vengono fatte recapitare nelle mani di ricchi, laidi e spregiudicati sloushini che perversamente le collezionano, se le fotografano, se le scambiano, se le raccomandano. I reati connessi all’uso improprio di saponette possono andare da una multa di dodici centesimi (detenzione non dichiarata di incarti di saponette) fino alla pena capitale (strage premeditata di saponi). Eppure, è proprio l’attività illecita che gira intorno alla saponetta quella che muove addirittura il 70% dell’economia sommersa di Sloush. Se un giorno dovesse svanire il morboso interesse degli sloushini verso la saponetta, il crollo del mercato che ne deriverebbe, comporterebbe un danno – dicono gli economisti più spregiudicati -  che metterebbe in grave crisi l'intera città di Sloush.


(da Le città improbabili, 2009)


Parmi les cités visitées jusqu’à maintenant, c’est certainement la plus permissive de toutes. Tout ce qui ailleurs serait considéré et sanctionné comme le pire des crimes, ici n’est empêché par aucune loi. Il n’y a pas de norme qui punisse l’homicide, le viol, la pédophilie, le trafic de stupéfiants, la corruption, le vol. Il serait légitime de penser que, dans ces conditions, la vie, ici à Sloush, est absolument impossible, les rues pleines des pires criminels, mais au contraire, contre toute attente, les statistiques de la cité, à la ligne « crimes conventionnels graves » enregistrent 0 %, et il en va de même  pour les « petits crimes conventionnels ». Les analystes disent que Sloush est la ville la plus sûre qu’on ait jamais connue. Le code pénal et le code civil sont unifiés, et ne prévoient qu’un seul délit –insolite à nos yeux. Parmi les délits les plus communément commis ici à Sloush, les statistiques enregistrent : « vol de savonnettes, contrefaçon de savonnettes, corruption de savonnettes, viol de savonnettes, trafic de savonnettes, rapt de savonnettes. » La plaie la plus terrible pour Sloush est ce que les journaux locaux appellent « la traite de savonnettes », principale activité de la puissante organisation criminelle locale. Des savonnettes du monde entier sont achetées à bas prix et puis, à travers un système souterrain de trafic qui concerne plus de 30 % de la population, sont livrées dans les mains de Loushiens riches, hideux et sans scrupules qui ont la perversité de les collectionner, les photographient, se les échangent, se les recommandent. Les délits associés à l’utilisation impropre de savonnettes peuvent aller d’une amende de douze centimes (détention non déclarée d’emballages de savonnettes) à la peine capitale (massacre de savonnettes avec préméditation.) Et pourtant c’est précisément l’activité illégale qui tourne autour de la savonnette qui génère jusqu’à 70 % de l’économie souterraine de Sloush. Si un jour le maladif  intérêt des Sloushiens pour la savonnette venait à s’évanouir, l’écroulement du marché qui en découlerait comporterait des dommages qui- disent les économistes les plus libres- pourraient mettre en grave crise la cité de Sloush toute entière. 

(trad. a cura di Patrick Plebeo)

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Le città improbabili - Ipoglòssa
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 9 giugno 2009
In questa città il lavoro più duro tocca agli interpreti. La lingua d’Ipoglossa, infatti, priva di ogni regolarità, è fatta solo di eccezioni e di sole cinque parole che non hanno corrispettivo semantico in nessuna altra lingua delle civiltà a noi note. Ciascuna di queste parole ha un potenziale olofrastico enorme (può dire insomma un numero infinito di cose, anche di concetti molto complessi), a condizione che si sappia come, dove e quando dirla. La stessa parola, infatti, cambia di significato a seconda che la si pronunci alle quattro di sera, in un giorno di pioggia accanto ad un semaforo, vestiti con una camicia bianca e un papillon a pois dondolando la mano destra,  oppure a mezzanotte di luna piena accanto al mare, indossando solo una parrucca e inarcando le sopracciglia. La complessità di quest’uso fa sì che gli ipoglottidi ricorrano alle parole solo quando è strettamente necessario. I poeti d’Ipoglossa – gli unici che conoscano tutte le eccezioni e che sono in grado anzi d’inventarne sempre di nuove - per recitare i loro versi si cimentano in performance che possono durare anche alcuni giorni o mesi, perché magari nei loro componimenti è presente un concetto o un’immagine per restituire la quale è necessario attendere specifiche condizioni climatiche che quasi mai si realizzano, come ad esempio la neve a primavera. Ci sono poi concetti o idee per esprimere le quali bisogna attendere precise congiunzioni astrali. Così, ad esempio, sembra che per dire “ti amo” si debba ripetere per tre volte consecutive la parola numero uno e per due volte la parola numero cinque, sotto il platano secolare della piazza centrale, quando il sole entra nel leone o la luna nel cancro. Può così accadere allo staniero che visiti Ipoglòssa la ventura di vedere, all’improvviso, folle di giovani e di meno giovani che, in un attimo e per pochi secondi, si riuniscano sotto il platano della piazza, recitare qualcosa che somiglia a una preghiera, darsi un bacio per poi di nuovo ritornare alle loro incombenze.


(da Le città improbabili, 2009)

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Le città improbabili - Cratùgna
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 8 giugno 2009
C’è un buco nero nella storia di questa città e corrisponde al momento nel quale, in una sola notte, sparirono tutti i cittadini obbedienti così come quelli disobbedienti. Non si sa dove si siano nascosti né se siano ancora vivi. Gli sprovveduti dicono che si siano marmorizzati ed ora adornano i viali semideserti della città, sotto parvenze di statue dedicate agli uomini ignoti: a Cratùgna, inspiegabilmente, ce ne sono tante. Per le strade circolano ora solo comandanti: bassi, tarchiati e calvi, portano a spasso i loro buffi fazzoletti sbucanti dal taschino, incrociandosi si salutano con gesto marziale e poi, a vicenda, si comandano qualcosa. Trattandosi di pari, nessuno osa contraddire nessuno, solo che gli ordini non li rispetta nessuno, perché ciascuno, in cuor suo, pensa che debba essere l’altro ad eseguirli per primo. I cratugnoni non hanno tempo per fare altro, se non per darsi reciprocamente ordini, dunque ancora non sanno che – dicono così gli osservatori esterni – da qui a due anni e tre mesi si autodistruggeranno, perché incapaci persino di badare alla loro sopravvivenza. Gli sprovveduti credono che, a quel punto, le statue agli uomini ignoti riprenderanno vita. I più pessimisti tra loro aggiungono che alcune di queste ex statue, immemori di ciò che è accaduto, faranno di tutto per diventare nuovi comandanti, e la storia di Cratùgna riprenderà a scorrere alternando un congelamento ad una distruzione.

(da Le città improbabili, 2009)


Il y a un trou noir dans l'histoire de cette ville, et il correspond au moment où, en une seule nuit, disparurent tous les habitants, les obéissants comme les désobéissants. On ne sait où ils sont cachés ni s'ils sont encore vivants. Les naïfs disent qu'ils se sont marmorisés et ornent à présent les allées à demi désertes de la ville sous l'apparence de statues dédiées aux hommes inconnus : à Cratùgna, inexplicablement, il y en a beaucoup. Dans les rues, actuellement, ne circulent que des commandants : petits, trapus et chauves, ils promènent leurs drôles de foulards dépassant de la pochette, se croisant ils se saluent d'un geste martial et puis, à tour de rôle, ils se donnent un ordre. Comme il s'agit d'égaux, personne n'ose contredire personne, sauf qu'aucun ne respecte les ordres parce que chacun, dans son for intérieur, pense que c'est à l'autre d'exécuter l'ordre en premier. Les Cratugnins n'ont pas le temps de faire autre chose que de se donner réciproquement des ordres, donc ils ne savent pas encore -c'est ce que disent les observateurs externes- que d'ici à deux ans et trois mois ils s'autodétruiront, parce qu'il sont incapables de s'occuper de leur propre survie. Les naïfs croient que, à ce moment-là, les statues aux inconnus reprendront vie. Les plus pessimistes d'entre eux ajoutent que chacune de ces statues, oublieuse de ce qui est arrivé, fera tout pour devenir un nouveau commandant, et l'histoire de Cratùgna recommencera à courir, alternant une congélation à une destruction.

(trad. a cura di Patrick Plebeo)


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Le città improbabili - Kosìsia
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 7 giugno 2009
A Kosìsia mancano i nomi propri. I bambini si chiamano bambini, gli uomini uomini, le donne donne. Stesso dicasi per le marche. Al supermercato (che si chiama “supermercato”) trovi insalate che si chiamano insalate, latte che si chiama latte, sapone che si chiama sapone… non che siano tutti uguali, anzi. Ciò che li differenzia, però, non è il nome ma le loro intrinseche qualità, qualità che nessuno dichiara, le si riconosce e basta, per quello che sono. Se per strada un Kosìsio chiama un altro kosìsio, basterà che dica: “Ehi, bambino” oppure “ehi, uomo!” (a seconda dei casi) e tutti i bambini e/o gli uomini e/o le donne presenti in quel momento si gireranno. Una confusione che ha i suoi vantaggi perché a certi richiami, che rispondano in molti non è affatto cattiva cosa. Nemmeno le strade hanno nomi, le si può distinguere per le loro peculiarità, dunque lo scambio d’indirizzi avviene attraverso minuziose descrizioni in cui i kosìsi si cimentano ben volentieri: descrivere, per loro, oltre che una necessità è un’arte, che forse richiede un po’ più di tempo, ma i kosìsi non hanno l’ansia del tempo, non conoscono espressioni “in tempo reale”, e forse proprio per questo il loro tempo è davvero reale, nel peggiore dei casi principesco.


(da Le città improbabili, 2009)


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Sull'importanza dell'istruzione
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 2 giugno 2009
Se desideriamo conoscere la forza del genio umano dobbiamo leggere Shakespeare. Se vogliamo constatare quanto sia insignificante l'istruzione umana possiamo studiare i suoi commentatori.

William Hazlitt, Sull'ignoranza delle persone colte e altri saggi, Fazi, 1995, p. 46

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Le città improbabili - Omocrònia
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 31 maggio 2009
Nessuno straniero può restare per più di nove giorni ad Omocrònia, non certo perché qualche legge lo vieti, solo perché oltre questo tempo il rischio di annullarsi è quasi certo. Tutto questo perché ad Omocrònia ogni evento è scandito con una tale sistematicità che anche un omòcrono di tre anni sarebbe in grado di prevedere tutto quello che avverrà da questo momento all’eternità, o a un tempo che all’eternità somiglia. Nessun evento inatteso può sconvolgere la vita degli omòcroni. Persino la pioggia, il sole e il vento, il rosso, l’arancione e il verde dei semafori, i litigi, gli abbandoni e le riappacificazioni, le nascite, le malattie e le morti sono scandite da algoritmi di tale ritmica puntualità che al cospetto, il menù di una mensa scolastica apparirebbe come il manifesto della sregolatezza e della bizzarria… lunedì riso, patate e merluzzo, martedì pasta, zucchine e pollo, mercoledì brodo, formaggio e insalata. Analogamente, a Omocrònia tutti sanno quando verrà la pioggia, quando il sole, quando il vento e poi la pioggia, il sole, il vento… sicché è uso dire tra gli omòcroni: “quando c’è la certezza c’è tutto” e molti di loro, di fatto, hanno soltanto quella.


(da Le città improbabili, 2009)


Aucun étranger ne peut rester plus de neuf jours à Homochronia, non pas certes parce que quelque loi l'interdit, mais seulement parce que, au-delà de ce délai, le risque de s'annuler est quasi certain. Tout cela parce qu’ à Homochronia chaque événement est rythmé d'une façon si systématique que même un Homochrone de trois ans serait en mesure de prévoir tout ce qui se produira depuis cet instant jusqu'à l'éternité, ou à un temps qui ressemble à l'éternité. Aucun événement inattendu ne peut bouleverser la vie des Homochrones. Même la pluie, le soleil et le vent, le rouge, l'orange et le vert des feux rouges, les disputes, les abandons et les réconciliations, les naissances, les maladies et les morts sont marqués par des algorithmes d'une telle ponctualité rythmique que, en comparaison, le menu d'une cantine scolaire apparaîtrait comme le manifeste du dérèglement et de la bizarrerie : le lundi, riz, pommes de terre et merlan, mardi pâtes, courgettes et poulet, mercredi potage, fromage et salade. De façon analogue, à Homochronia, tous savent quand viendra la pluie, quand le soleil, quand le vent et puis la pluie, le soleil, le vent... si bien que c'est l'usage de dire, parmi les Homochrones : « quand on a la certitude, on a tout » et beaucoup d'entre eux, de fait, n'ont que celle -là.


(trad. a cura di Patrick Plebeo)

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permalink | inviato da ubumax il 31/5/2009 alle 20:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Le città improbabili - Lylyath
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 24 maggio 2009
A Lylyath si nasce, si cresce ma non si muore mai, non certo per condizioni ecosistemiche particolarmente felici, solo perché la principale industria locale -  quella delle biotecnologie – è particolarmente florida. Grazie a protesi di ogni specie e distillati che si direbbero miracolosi, acquistabili a prezzi ragionevoli in molti supermercati della salute, i Lylyoti vivono sconsideratamente a lungo ed è per questo che, dopo un certo numero di anni, per evitare l’esubero demografico, essi vanno abbattuti.
Ogni quinquennio il governo di Lylyath, dopo avere attentamente studiato i rapporti di proporzione tra crescita demografica e risorse territoriali, stabilisce quanti capi umani debbano essere eliminati.
Viene allora indetto un bando pubblico per aspiranti sacrificali e se il numero dei volontari è congruo rispetto a quanto previsto dai piani di ricompensazione territoriale, allora bene. Viceversa, viene indetta una lotteria obbligatoria alla quale devono partecipare tutti coloro che hanno almeno compiuto cinquant’anni di età.
La vincita non è allettante ma trattandosi di obligatorietà, non è certo la cosa più significativa di tutto il sistema: una piccola somma in denaro per gli eredi ovvero un mese di vacanza contrattuale in cui il vincitore assume l’immunità totale e l’accesso gratuito (ed impunito) a tutte le risorse del paese: può persino commettere omicidi purché entro la quota/parte di eliminazioni a lui riconosciuta dalla vittoria, cosa che nei piani di ricompensazione territoriale rappresenta una delle modalità "a costo zero", per le istituzioni di Lylyath, di abbattimento delle eccedenze umane.
Segue poi alla somma di denaro o al periodo di vacanza contrattuale, l’abbattimento dei vincitori nella piazza principale (si tratta pur sempre di una premiazione), con sistemi non invasivi e affatto cruenti, come ad esempio – tra quelli più frequentemente adoperati – la teca per il sottovuoto o il macroforno a microonde.
Infine, una medaglia al valor civile o in certi casi addirittura un mezzobusto in cartone riciclato, ricorderà per un certo tempo ai posteri il gesto nobile o la vittoria degli abbattuti.
Nonostante tutto questo, ancora oggi il problema principale a Lylyath sta nel trovare un numero sufficiente di volontari che s’offrano come capi da abbattere.

(da Le città improbabili, 2009)


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permalink | inviato da ubumax il 24/5/2009 alle 19:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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