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Immaginare una filosofia pratica
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 28 marzo 2008
Nella percezione comune delle persone la filosofia risulta essere un sapere ostile e sostanzialmente destinato ad una ristretta cerchia di “iniziati”. Alcuni frequentatori di filosofia contribuiscono in un certo senso a blindare ulteriormente la disciplina anche se, a dire il vero, riscontro in alcuni filosofi propriamente detti una chiarezza, un nitore, una purezza d’eloquio piena e densa, quasi emozionante.

Nell’immaginazione qui proposta, un filosofo propriamente detto articola la sua intera esistenza accompagnandosi con l’esercizio della filosofia, la esprime in ogni sua scelta esistenziale, la lascia tracimare dai suoi scritti alla sua vita di tutti i giorni. Wittgenstein, come Nietzsche, come Spinoza, in questo senso mi appaiono filosofi propriamente detti (stupisce il fatto che questi tre esempi facciano riferimento a uomini che non hanno avuto una formazione filosofica d’impianto canonico, ove mai ne esista una. Verrebbe da pensare che la filosofia parta in genere da “altro da se stessa”).

L’attitudine ad essere attenti nell’esistere è già di per sé una forma di filosofia pratica. Pratica: il termine richiama la praxis di marxiana memoria, intesa non solo come pura azione ma anche, se non soprattutto, come azione trasformatrice e generatrice di valori. Praxis è azione permanentemente rigeneratrice, perché in quanto produttrice di valori in continuo sviluppo, non lascia spazio agli automatismi, agli stereotipi, ai pregiudizi, alle routines, ai frames collaudati e ad ogni altra forma di razionalità economizzante (massimo rendimento col minimo sforzo), se non per ciò che è opportuno ridurre al minimo lo sforzo (valutazione per lo più personale, sebbene condizionata dai richiami contestuali).

In questo senso una filosofia pratica è una sorta di lusso dell’anima, richiede alti costi mentali di gestione ma, in compenso, salva dall’ottundimento che la razionalità strumentale di questa contemporaneità impone alle persone (dico persone e non individui) per farne carne da macello, per integrarle nei suoi tribali apparati di riproduzione meccanica a scopo di lucrosa superfluità.

Una filosofia pratica non tende a smantellare questi apparati, non apparentemente, almeno, ma mette in posizione privilegiata chi comunque deve fare i conti con essi. Privilegiata, nel senso che offre gli inquadramenti mentali e le risorse comunicative necessarie a splittare, settare, resettare i comportamenti della quotidianità, per esercitare pienamente il potere di cui ciascuno è dotato (molto più esteso di quanto si possa a prima vista percepire).

In questo senso la persona che esercita una qualche forma di filosofia pratica appare (sottolineo appare) pienamente integrata nei sistemi di riferimento. Anche se è un minuscolo ingranaggio, sa di esserlo e sa a cosa serve, dunque può – tenuto conto delle condizioni date – decidere se e come interagire, avendo la piena consapevolezza delle responsabilità che ogni scelta, ogni non-scelta, qualsiasi essa sia, comporta.

La filosofia pratica qui immaginata mira in questo senso ad una integrazione critica nei sistemi: la posizione apparentemente più scomoda che si possa assumere. Di norma si sceglie di essere o dentro o fuori, laddove la filosofia pratica suggerisce l’esercizio non invasivo, responsabile, interpretativo ed ecosistemico del potere di cui ciascuno è dotato.
Questa filosofia pratica (o integrante?), probabilmente, al contrario di quella speculativa, non osserva i fenomeni dal di fuori, li vive dall’interno, ma con l’occhio dell’altrove. In questo senso, la filosofia pratica è anche esercizio di un sano sdoppiamento, di un ubiquità che nulla nega allo sviluppo di quel poco che è essenziale all’identità.

Una filosofia pratica così intesa condivide qualcosa con l’agire teatrale. Come in teatro, il filosofo pratico sa immedesimarsi nei ruoli che l’esistenza di volta in volta gli propone, sa rappresentarli, sa lavorare per sé e per gli altri a un tempo, ma sa pure di vivere un paradosso in virtù del quale egli è e non è a un tempo. Sa che il credibile e l’incredibile hanno un’unica radice e ciò che li differenzia è solo il senso di responsabilità e l’intenzionalità di chi agisce.

Max Maraviglia per Cantieri dello Stupore



permalink | inviato da ubumax il 28/3/2008 alle 22:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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