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Sul potere dell’immaginare
post pubblicato in Diario, il 28 marzo 2008
Parto da un teorema: Se gli uomini definiscono le situazioni come reali, esse saranno comunque reali nelle loro conseguenze (W. Thomas).

Ciò che pensiamo ha in qualche modo a che vedere col reale, questo è chiaro. Meno chiaro è che ciò che è reale ha in qualche modo a che vedere con ciò che pensiamo. Di fatto, per un naturale meccanismo di retroazione (in virtù del quale cause ed effetti tendono a sovrapporsi) ciò che accade incide su ciò che pensiamo, ma allo stesso modo ciò che pensiamo incide su ciò che accade (più che un gioco di parole, si tratta della c.d. “profezia che si autoavvera”).

Senza andare a scomodare Foucault e la questione delle "pratiche discorsive", credo si possa tentare una qualche riflessione sul potere dell'immaginare. Appartengo a una generazione che in uno dei suoi slogan gridava di “immaginazione al potere”. Oggi, con qualche indizio in più, parlerei di potere dell’immaginazione.

Penso a questa straordinaria funzione del pensiero come a un filo delicatissimo che interconnette il fattuale e il potenziale.

Senza discutere se esista o meno un reale che abbia un suo statuto ontologico autonomo, ci basti in questa sede dire che, nell'accezione comune, il termine "reale" indica qualcosa di alquanto evidente, ciò che definirei il "denotativo", il "fattuale" dell'esistenza, che appare nella sua immediatezza e proprio per questo è per lo più poco soggetto ad una paziente azione immaginifica ed ermeneutica: le guerre, ad esempio, sono "reali" in questo senso, sono fattualità talmente evidenti che - proprio perché tali – non possono essere oggetto d’immaginazione ulteriore, anzi, bruciano ogni immaginazione ulteriore, azzerano ogni possibilità ulteriore, e questo grazie anche alla loro invasiva fattualità restituita sotto ogni forma di rappresentazione possibile (ma non d’immaginazione), di fiction o di cronaca che sia (peraltro nella forma assai simili tra loro).

Ora, io credo che restituire il fattuale sotto una qualche forma di rappresentazione, alimenti sì il reale, ma fondamentalmente non lo cambi, anzi.
Non che tutto vada cambiato. Probabilmente nulla può essere cambiato, ma questo non ci affranca dalla responsabilità di immaginare altri modi, altri mondi possibili, visto che non è detto (spiace per Leibniz) che questo nel quale viviamo sia il migliore.

Vengo all’idea/chiave di questo contributo e, semplificando di molto, dico che per modificare il reale credo sia necessario modificare gli immaginari. Imparare a leggere non solo il fattuale, ma soprattutto il potenziale: immaginare credo voglia dire sostanzialmente questo, intravedere ciò che non è ancora visibile. Provo ad argomentare questa affermazione.

Abbiamo detto che l’immaginario prende spunto dal reale, ma è pur vero anche il contrario.
Noto è pure che l’enorme macchina mediatica produca immaginari di serie in quantità industriali, lavorando, quale materia grezza, ciò che di più esteticamente (e dunque eticamente) deprimente il reale sia in grado di esprimere: il brutto (come il male) è sufficientemente banale da poter essere distribuito capillarmente.

Numerosi esempi tratti dall’esperienza di ogni giorno lasciano presumere che la recidivia (ana)estetizzante con cui si continua a rappresentare quanto accade nella realtà, produca un effetto di rafforzamento e ridondanza della realtà stessa, soprattutto nei suoi aspetti peggiori (che sono quelli maggiormente lavorati dalla macchina mediatica).

Ecco perché verrebbe da dire che il danno procurato dalla violenza mediatica, probabilmente, non è tanto relativo agli effetti emulativi che essa può sortire (peraltro non ancora sufficientemente provati) quanto al contributo che essa fornisce - attraverso la reificazione delle immagini rappresentate (ma non immaginate) - alla definizione di una valenza ontologica, di una dignità estetica e, in ultima analisi, di un’identità visibile e riconoscibile della bruttezza, in tutti i suoi avatar (dalle guerre ai giovani orchini assassini, dallo spettacolo del riso a tutti i costi ai sacchetti dell’immondizia per le strade).

Il camorrista (penso a quanto racconta Saviano nel suo Gomorra), ad esempio, si nutre delle immagini mediatiche che parlano di lui e attraverso questo gioco speculativo egli rafforza la sua immagine/rappresentazione e conseguentemente la sua identità che, di per sé (senza rappresentazione), sarebbe poca cosa, avrebbe il sapore della invisa “normalità” di un impiegato del Comune (tra i quali annovero alcune persone extra-ordinarie, è bene dirlo).

Presumo dunque che l’eliminazione o la parziale riduzione di tali meccanismi riflessivi realtà/rappresentazione potrebbe probabilmente rendere più disagevole, a certi tipi di concrezione del reale, il consolidamento della propria identità: questa è l’ipotesi di lavoro che propongo e che cerco di portare avanti.

Ciò diviene particolarmente necessario in un momento nel quale il concetto di visibilità è pienamente assimilabile, nella percezione diffusa delle nuove generazioni (e non solo), a quello di esistere. L'istinto di sopravvivenza, nella caotica semiosfera in cui sopravviviamo, si traduce in una corsa forsennata verso un qualche sprazzo di visibilità, quasi come se l'invisibilità fosse sinonimo di morte (e a certe condizioni di fatto lo è).

Cosa accadrebbe se si eliminasse ciò che si potrebbe definire “ossigeno mediatico” ad alcune modalità del reale? Probabilmente finirebbero asfissiate per assenza d’identità.

Ovviamente non si propone di tacere per fingere che porzioni di realtà non esistano (meccanismo, peraltro, che i poteri mediatici forti tendono notoriamente ad applicare rispetto a realtà ritenute o poco “notiziabili” ovvero “scomode”), quanto piuttosto di tentare una loro “messa in ombra” per attenuare la devastante potenza riflessiva e conseguentemente duplicativa che il sistema mediatico, con le sue immagini simulacro, produce rispetto alle realtà/immondizia. Via gli specchi.
C’è una disonestà di fondo o, nel migliore dei casi, una sostanziale ingenuità nel credere che la denuncia del misfatto (di qualsiasi natura esso sia) abbia il sacro compito di risvegliare le coscienze critiche, per il semplice motivo che il sistema mediatico, nel suo complesso, vuoi per i ritmi di fruizione che impone, vuoi per le logiche che muovono le sue scelte, non sembra in grado di risvegliare nessuna coscienza critica. Al più, è in grado di eccitare il voyeurismo e la curiosità morbosa, sollevare qualche gridolino di sdegno che poi si smorza lì, davanti a una nuova pietanza sanguinolenta. Via le diete cannibale.

Sgombrare lo spazio dell’immaginario dall’immondizia sembra essere l’unico modo “realistico” per continuare a credere che un giorno, magari non troppo lontano, si possa sgombrare lo spazio reale dalla stessa immondizia, perché un altro potenziale si possa tradurre in altro reale.

Non si può chiedere al sistema mediatico di adempiere a questa funzione, sarebbe come chiedere a un ateo di convertirsi o ad un analfabeta di leggere un libro: può accadere, ma dopo un lungo processo che deve prendere le mosse dal diretto interessato (che di norma non è affatto interessato).
Nel frattempo, c’è lo spazio dell’arte. Se esiste ancora la possibilità di recuperare un senso all’arte (che è il senso del gratuito, del dispendioso e del magnificamente inutile, al pari della filosofia), questa andrebbe ricercata – probabilmente – esattamente nella ricostruzione degli immaginari, attraverso l’esercizio di ciò che definirei “la strategia dello stupore”.

Penso soprattutto alle arti meno dispendiose, perché meno sarà il denaro di cui necessitano per le loro messe in opera, meno saranno soggette alle logiche di mercato.

La letteratura, che è certamente la meno dispendiosa (con internet peraltro le logiche editoriali tradizionali possono essere bypassate, almeno in parte) e immediatamente a seguire il teatro, possono essere le arti in grado di assumersi l’ingrato (ingratificabile) compito di ricostruire gli immaginari, attraverso il continuo riferimento ad una filosofia “pratica”.

Arte di logos e di corpi, dunque, più che di immagini intese in senso stretto.

Compito che ha il sapore di un’utopia, se si pensa che la stessa letteratura (o almeno ciò che in genere viene mercificata per tale), come parte integrata di un sistema, è essa stessa soggetta alle c.d. “leggi di mercato”, leggi che sembrano sempre più “trascendenti” (chi è che stabilisce quali siano queste leggi, quale entità ectoplasmatica e cocciuta incapace d’immaginare altre leggi è costui?) e rispetto alle quali quasi nessuno più sembra volersi opporre.

Ricordo, a questo proposito, la frase, non ricordo di chi, citata spesso da un mio compagno di liceo: “per smantellare un sistema devi lavorarci dall’interno”. Dove sono i “guastatori”? Vi prego, seppure con molta discrezione, se ci siete (e ci siete) date un segno della vostra presenza.

Max Maraviglia

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permalink | inviato da ubumax il 28/3/2008 alle 22:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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