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Fiducia e Sospetto
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 29 marzo 2008
Andiamo per ordine, partiamo da qualche punto di riferimento. Dizionario, Fiducia:

1) Nel diritto romano, contratto con cui si consegnava una cosa a una persona affinché questa la restituisse più tardi alla prima o la consegnasse ad altri
¦- del Parlamento al Governo, adesione al programma politico governativo che le due Camere esprimono mediante voto favorevole allo stesso: voto di -; mozione di - […] 2) senso di affidamento e di sicurezza che viene da speranza o stima fondat
a su qualcuno o qualcosa.

Ci sono già i primi indizi generici per iniziare a tracciare i contorni della parola, ma non bastano.

Sfogliando il dizionario di filosofia… Fideismo… Figura… e Fiducia? Manca. Inquietante: o il lemma è stato dimenticato per strada, o la filosofia, nel suo dipanarsi, non ha reputato il termine “fiducia” degno di una riflessione. Qualcosa non quadra nello sviluppo osseo del pensiero occidentale. Manca un pezzo?

Andando a volo di memoria su letture passate, non intercetto nulla di specifico, se non qualcosa di relativo alla fiducia come variabile di costi nelle transazioni commerciali.

Nel dizionario di psicologia il lemma invece appare:

Stato rassicurante che deriva dalla persuasione dell’affidabilità del mondo circostante percepito come ben disposto verso il soggetto. Questa condizione influisce positivamente sul comportamento eliminando inquietudini e malessere che conducono ad atteggiamenti di chiusura, rifiuto e scetticismo.

Aggiunge poi alcune note su Erikson, Balint e Winnicott, che riferiscono il termine a fasi dello sviluppo del bambino e all’importanza che l’ambiente circostante, nei primi anni di vita, assume nella definizione di questa qualità, espressa come

sicurezza che gli consente (al bambino), in opposizione a ciò che sente come affidabile, di riconoscere il male e la negatività.

Sembra quasi una tautologia: fiducia come riconoscimento di ciò che è affidabile, in contrapposizione al male e alla negatività. Ma cos’è affidabile? Il bene e la positività. Se questo per un bambino forse può ancora voler dire qualcosa (le esigenze primarie consentono ancora questa distinzione sanamente manicheista), per un adulto già la cosa si rende più complessa.

Usciamo dal vicolo cieco e proviamo ad imboccare la strada opposta, vediamo dove arriva: via del Sospetto.

Il sospetto, quello sì, in filosofia teoretica vanta ampia letteratura… “scuola del sospetto”, “maestri del sospetto”, “ermeneutica del sospetto”… Ricoeur ne tira fuori un po’… c’è il mostro a tre teste NietzscheMarxeFreud (l’immagine è proposta dal mio Omonimo, che saluto ed aspetto) e l’idea di una “falsa coscienza”… “Diffidate della coscienza!” grida il mostro, come se ogni cosa detta o pensata fosse il paravento di interessi economici, volontà di potenza, pulsioni sessuali o similari. Inchino innanzi al mostro a tre teste. Aveva cose da dire, aveva le sue argomentazioni. Ma adesso che il paravento è stato bruciato? Quali vantaggi? Forse che le condizioni storiche siano migliorate rispetto a quelle conosciute dal mostro a tre teste? Forse che adesso le persone stiano meglio, dopo essersi liberate della loro falsa coscienza? Non sembra, si direbbe il contrario. Senza contare le superfetazioni storiche basate sul sospetto, dall’OVRA al KGB, dalla CIA alla STASI… Il progresso (altra parola da portare in cantiere) si è incagliato nelle maglie del sospetto, sembrerebbe.

Ad ogni modo, l’idea di fiducia e di sospetto si riconducono alle rispettive filiere del vero e del falso, sembrerebbe.

La fiducia dà per vero (fino a prova contraria), il sospetto dà per falso (fino a prova conferma).

Il problema a questo punto si allarga a macchia d’olio: che vuol dire vero e falso? Rispetto a cosa?

Piaccia o meno, la radice del relativismo è ormai scesa in profondità. La questione meriterebbe articolazioni ulteriori, per ora limitiamoci a dire che vero e falso conservano una loro legittimità di significato giusto nel linguaggio binario. Al di fuori di questo linguaggio (e a meno che non si voglia imboccare la via metafisica del dogma) vero e falso non significano nulla: sono valori perfettamente equipollenti e di per sé neutri, oltre che neutralizzabili a vicenda.

Se questo ragionamento è accettabile, ne consegue che fiducia e sospetto condividono la stessa base neutrale. In altri termini, sono opzioni perfettamente equipollenti, di partenza. Ma solo di partenza. Le conseguenze di queste due opzioni sono nella prassi affatto diverse ed è questa diversità di conseguenze pratiche a suggerire un criterio etico di preferenza.

Fiducia e sospetto sono due frames, due cornici, due inquadramenti ermeneutici, due griglie interpretative diverse che possiamo applicare all’agire altrui ed è questa diversità a conferire significati e valori diversi ad una stessa esperienza relazionale. Fiducia e sospetto, detta in breve, sono entrambi omologabili a dei pre-giudizi.

Questa somiglianza col pre-giudizio nulla toglie alla loro “dignità” e al peso delle loro conseguenze pratiche.

Chiusura, nascondimento, anonimato, aggressione, tranello, inganno, mistificazione, falsità, esclusione, controllo, difesa e attacco preventivo, spionaggio, conflitto latente, colpevolezza, paura, umbratilità, sono alcune delle parole che circoscrivono il campo semantico del sospetto e che conferiscono tonalità di questo tipo ai giudizi che da esso conseguono.

Apertura, rivelazione, speranza, credibilità, collaborazione, inclusione, responsabilità, disarmo, sono tra quelle che possono circoscrivere il campo semantico della fiducia e che (vale come sopra) conferiscono tonalità di questo tipo ai giudizi che da essa conseguono.

I giudizi, lo si voglia o no, contengono un loro principio attivo, in grado di innescare azioni ad essi consequenziali.

Ritorna il Teorema di William Thomas: Se gli uomini definiscono le situazioni come reali, esse saranno comunque reali nelle loro conseguenze.

Ne consegue che giudizi fondanti sull’idea di sospetto genereranno azioni di chiusura, aggressione, colpevolizzazione, segregazione. Il seguito di questo ragionamento lo si può immaginare, per pervenire facilmente alla conclusione che una filosofia della fiducia renderebbe molto di più di una filosofia del sospetto, in termini di eudaimonia. O, in ogni caso, vista la resa del sospetto, varrebbe sperimentare quella della fiducia.

A questo punto, domandiamoci però se esista o meno una ri-praticabilità della fiducia alle condizioni date.

Ri-praticabilità, ammesso che la fiducia sia stata mai praticata.

Conversando con un collega qualche tempo fa gli esponevo la mia perplessità circa il fatto che la parola “sospetto” abbia una sua tradizione filosofica e “fiducia” no. Lui d’istinto mi ha risposto “beh, è normale…” “perché è normale?” “non so…” mi ha risposto.
Una cosa “normale”, cui non si sa dare una risposta. Automatismi del pensiero.

Volendo se ne possono dare molte, di risposte.

Proviamo ad imbastirne almeno una: la fiducia, così come è intesa, di fatto è impraticabile e siccome è impraticabile, è un concetto vuoto dunque non degno di riflessione (idee vuote generano azioni vuote, ma anche viceversa, per il principio di retroazione).

Un’affermazione così drastica circa l’impraticabilità della fiducia merita forse qualche chiarimento.

Cominciamo col dire che la fiducia, così come la intendiamo comunemente, è qualcosa di prossimo ad un calcolo probabilistico: in assenza della sfera di cristallo, punto su un tuo possibile comportamento futuro, facendo affidamento su quelli passati. Se sono buoni, “ho fiducia” nel fatto che anche i prossimi lo saranno. Posta in questi termini la fiducia ha un che di bancario: viene concessa una linea di credito, poi revocata in tempi più o meno rapidi nel caso in cui non la si onori nei tempi e nei modi prestabiliti, oppure rinnovata nel caso in cui si rispettino gli impegni presi: la fiducia resta così legata ad attese e obiettivi più o meno dichiarati che, di norma, sono dettati dal creditore piuttosto che dal debitore.

Fuori della metafora bancaria, la fiducia – stando al dizionario – richiama quel senso di affidamento e di sicurezza che viene da speranza o stima fondata su qualcuno o qualcosa.

Analizziamo: “senso di affidamento” (già è stato detto) è una tautologia: non si può definire un temine con se stesso o con altri che abbiano la stessa radice tematica.

“Sicurezza”: rispetto a cosa? Per chi? Chi ha il diritto di pretendere sicurezza da un altro? Sicurezza di cosa? Che l’uno (il debitore) soddisfi le aspettative dell’altro (il creditore)? E se l’uno non è in grado di soddisfare le aspettative dell’altro? Si è posto l’uno il problema di comprendere se l’altro fosse davvero nelle condizioni di soddisfare tali aspettative e ne avesse, soprattutto le motivazioni?

Poi la speranza… jattura di parola. “La speranza è l’ultima a morire” dice la frasefatta (altro che adagio) e invece dovrebbe essere proprio la prima a morire, la speranza, e fare spazio all’agire responsabile del presente. Perché la speranza somiglia a vagore di roseo futuro, nuvola fumosa d’incerta chiarezza, attesa di qualcosa, incapacità di percepire l’esatto peso delle conseguenze che l’agire può comportare nell’adesso, fare affidamento sull’ignoto! Ma come si può fare affidamento sull’ignoto? E’ come fare un calcolo senza avere i numeri a disposizione.

Resta la stima, quella si, è valore allo stato puro. Di tutti i concetti richiamati nella comune definizione di fiducia, l’unico che è portatore di senso sembra essere quello di stima. Questo è un punto di riferimento di sostanza. Ma la stima è coniugata al presente (non ha senso dire “avrò stima di te”), laddove la fiducia si coniuga al futuro: tra stima e fiducia non c’è dunque consecutio temporum, sono termini di enunciati diversi. Complementabili, ma diversi.

Se questo argomentare è accettabile, bisogna convenire sul fatto che la fiducia, così come comunemente intesa, è parola inerte e produttrice di azioni a vuoto. Sostanzialmente impraticata, potenzialmente impraticabile.

Impraticabile, perché se la fiducia è omologabile a un calcolo più o meno attendibile e razionale delle probabilità, lo stato comune delle cose non consente più alcun esercizio in questo senso: le occorrenze statistiche del presente (i cumuli di promesse non mantenute) non possono giustificare più alcuna fiducia.

E che la fiducia sia impraticata lo suggeriscono moltissimi segni del presente.

Un esempio (non necessariamente il più indicativo): guardando nella rete, ci si accorge che molti bloggers non usano la propria faccia, molti non usano il vero nome. Si tende per lo più a nascondere anche quel poco che si possiede d’identità, quasi come se tutti fossero pronti a minacciare l’incolumità di tutti.

D’altronde, l’aggressione e la minaccia è divenuta la modalità comunicativa più comune ad ogni livello di relazione, specie quelli pubblico/mediatici.

La fiducia ha così perso il suo potere d’acquisto, inflazionata dalle ingenti quantità di cartapromessa messa in circolazione dagli stabilimenti secolari e/o secolarizzati del potere, poi surrettiziamente rimoltiplicata dal sistema di specchi deformanti della macchina mediatica.

D’altro canto, “ciò che è in alto, è ciò che è in basso”.

Siamo di fronte a un doppio vincolo: la fiducia, che rappresenterebbe l’alternativa al sospetto da sperimentare, non è praticabile alle condizioni date.

C’è una via d’uscita?

(continua)

Max Maraviglia

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permalink | inviato da ubumax il 29/3/2008 alle 21:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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