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Pragmatica del filoso-fare –Primo Assioma
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 1 aprile 2008
Definire. Mettere a fuoco i contorni dell’idea. Verbalizzare, fare i conti col rischio dell’imprecisione, dell’inappropriatezza, del deja vu, deja entendu, del tradimento che ogni forma d’esplicitazione reca con sé. D’altro canto, si procede per approssimazioni successive: se si vuole lavorare a un’idea è pur necessario fermarla, magari inizialmente alla men peggio, accettare di vederla scivolare da ogni parte, ribellarsi come inquieto polpo al goffo e in qualche modo crudele tentativo di fissarla con un po’ di punessine. Ma tant’è. Via tutto e procediamo a mani nude. Proviamo intanto con un primo assioma, ricalcando altri assiomi, per definire quest’ipotesi di filosofia pratica (o integrante?) che molto ha a che vedere col comunicare.

Primo assioma - Non si può non filosofare: dietro ogni agire è sottintesa una qualche visione del mondo, idee più o meno calcificate. Ogni persona, che lo voglia o meno, nel suo agire esprime una qualche forma – seppur generica e confusa - di pensiero, anche quando non ne è consapevole o quando ricusa l’idea di una filosofia. Ogni scelta, così come ogni non-scelta, reca con sé un’idea di fondo, definita o larvale che sia. Ne consegue da quest’assioma che la filosofia non si manifesta solo quando è prodotto di pensiero presente a se stesso: il solo dasein produce, che lo si voglia o no, visioni e rappresentazioni (chiare o confuse che siano). Esiste dunque una necessità ineludibile dell’esercizio del pensiero connaturata allo stesso vivere. Resta comunque inteso che tale esercizio di pensiero, per trasformarsi in volontario, presente a se stesso e permanente, richieda non solo un costo mentale ma anche un’assunzione di responsabilità piena dell’agire.

Il rifiuto di pensare in maniera volontaria, presente e permanente (dunque di esercitare un qualche forma di filosofia pratica) corrisponde al rifiuto di quest’impegno e all’automatica assunzione su di sé e sui propri contesti di appartenenza, di disagi ed infelicità più o meno conclamate che ne possono conseguire. In altri termini: se non si accetta volontariamente la possibilità di una “filosofia integrante”, forzatamente si dovrà accettare l'ottusa insostenibilità dell'esserci.

Max Maraviglia

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permalink | inviato da ubumax il 1/4/2008 alle 0:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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