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Il gioco delle parti secondo Carmatore
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 12 aprile 2008
[…] Secondo me Cicco Angelone è un genio. Lui fa il professore di educazione fisica in una scuola di frontiera ma avrebbe voluto fare lo scrittore. Per questo ha letto e scritto molto. Ha scritto a quasi tutti gli editori e alcuni gli hanno anche risposto. Abbiamo apprezzato molto la sua interessante proposta che tuttavia non rientra nei nostri progetti editoriali. Altri invece gli hanno detto che erano molto impressionati dal suo libro e che erano intenzionati a pubblicarlo ma che tuttavia l'operazione necessitava di un contributo da parte dell'autore, che si sarebbe dovuto impegnare ad acquistare 2.000 (duemila) copie del libro al prezzo scontato di euro 5.000 (cinquemila) IVA elusa…

- Cicco, cosa te ne farai di duemila copie del tuo libro?

- Effettivamente... non avrò mai il tempo di leggermele tutte...

Così si è convinto e ha rinunciato a pubblicare.

Insomma, ciascuno di noi deve fare i conti con qualche pezzo di destino incompiuto ma questo non è, alla fine, un gran male. Ogni giorno ti alzi e se ti guardi intorno trovi duecento motivi per ritornare a letto rimpinzandoti di barbiturici ed altrettanti per scendere le scale saltellando e pensando che qualcosa di superbo stia per accadere. Insomma la storia del bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno. Solo che io non guardo se è pieno o se è vuoto, piuttosto guardo come è fatto il bicchiere, me ne gusto i riflessi, mi chiedo chi lo ha fatto, quante bocche ha conosciuto, quanti liquidi ha ospitato, lo porto all’orecchio per sentirne l’eco di conchiglia, ne sfioro i bordi umidi per tirarne fuori una nota cristallina (magari un LA peretto), aggiungendo e togliendo l’acqua necessaria a questo… e questo a volte mi fa sentire solo, perché, di norma, del bicchiere ci si limita a vedere solo se è mezzo vuoto o mezzo pieno, quasi come se in ogni cosa si sia obbligati a scegliere, di due parti, soltanto una. Essere pessimista oppure ottimista, buonista o cattivista, insomma si deve semplificare e scegliere un ista altrimenti non ti si riconosce. Non che sia un gran male. Meglio non farsi riconoscere piuttosto che vedere gli isti che si sbranano tra loro da mane a sera, fino all’eroico televisivo. A volte mi chiedo se fanno sul serio. Fate sul serio? Credono davvero ai loro ismi oppure è solo un gioco delle parti? Oppure? A me piace il gioco delle parti ma è un gioco e come tale, oltre misura giusta mi procura flautolenza d’animo. Mi piace cambiare continuamente parte, esplorare, capire, vedere e sentire le cose dal punto di vista delle parti altrui, perché questo mi serve per guardare le mie ragioni dal di fuori e magari scoprire che sono banali torti, oppure inedite intuizioni ma questo, evidentemente, non è il funzionamento naturale del sistema (massimo o minimo che sia). Troppo costoso in termini d’impegno estetico.

Ed anche capire dov'è che stia il bene e dove il male non è mica bruscolini. Basta che cambi un pizzico l'angolazione di veduta e scopri che dietro un crimine può esserci un’intenzione santa o viceversa, dietro un evento che sembra propiziatorio, la peggiore delle jatture. Questa sarà pure una considerazione banale ma ha delle conseguenze devastanti sulla nostra funzione speratoria. Perché se sai che ogni cosa ti si può girare in un nanosecondo sotto gli occhi come isterica frittata, diventa difficile anche sperare questa o quella cosa, perché una volta che accade, non sai mai dove ti può portare. Dunque non conviene sperare, conviene vivere e cercare di giocare al meglio il momento che passa (così poi non passa), e magari giocare a prevedere la mossa successiva… cosa impegnativa, perché a muovere i pezzi sono in tanti. E soprattutto, scambiarsi ogni tanto le parti. E nel frattempo inventarne altre. Altro che bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno.



Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA perfetto, 2006.


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permalink | inviato da ubumax il 12/4/2008 alle 23:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
L'istinto dosatore
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 5 aprile 2008
L'altro giorno Eloisa ha tirato fuori il suo Guarnèri. Pensavo che mi prendesse in giro e invece ce l'ha davvero. Un Guarnèri... quando ha aperto l'astuccio mi sono sentito quasi male... un Guarnèri... me lo ha porto con le mani tremolanti da Parkinsoniana esperta e l'idea che potesse cadere a terra mi ha provocato un brivido d'indicibile emozione. Trent’anni anni che non lo toccava, trent’anni quel gioiello di liuteria italiana chiuso in un armadio fragrante di lavanda. Dio conservi la splendida incoscienza di questa nobildonna, che con una pensione da euro 600 (seicento) si concede il lusso di conservare nel buio di un cassetto uno strumento del valore, forse, di circa tre miliardi di vecchie lire. Non mi ha voluto dire come fosse venuta in possesso di quel tesoro. Si divertiva a fare la giovinetta bizzosa lasciandomi immaginare storie di ogni genere. Appena ho toccato il Guarnèri, una scossa calda mi è salita lungo il braccio penetrandomi nel setto nasale e trafiggendomi la ghiandola pineale: era tenere il Graal tra le mani. Un mito è un mito e quando ci entri in contatto fisico, se non sei forte ci puoi anche restare azzeccato. Ho pizzicato le corde di minugia e la prima è subito schizzata ma Eloisa non si è scomposta, annuiva col capo (sempre da Parkinsoniana) e sorridendo ha tirato fuori dal cassetto una vergine, preziosissima muta "Strad" senza dire una parola e senza dire una parola ho aperto la bustina e mi sono messo all'opera. Mai riparato niente di più prezioso in vita mia. E non sto parlando di soldi. Messa su la prima corda, contagiato forse dal tremore di Eloisa ho proceduto tremando a dare via via alle corde la giusta iniziale tensione, tanto per tenere su ponticello e reggicorde…

A proposito, quella storia di Paganini che preso da fervore virtuoso spezza tutte le corde del violino e finisce il concerto suonandone solo una, è una grossa bufala di Mondraghetto, visto che se almeno due corde, possibilmente distanti tra loro, non restano al loro posto, il ponticello cade ed il violino si smonta fra le mani. È un equilibrio di forze precario che regge tutto il sistema, come sempre. Lo dice anche Max Fantastico.

Insomma finito il lavoro, ho tirato fuori il mio accordatore elettronico, di quelli che ti tirano dietro ad euro 5 (cinque) quando passi fuori a un negozio di strumenti musicali. Eloisa per un attimo ha smesso di tremare e severa mi ha guardato:

- Che devi fare con quel congegnino?

- Come che devo fare... accordo, no?

- Accordalo a orecchio

- A orecchio?

- Lasciati guidare, ascolta…

Intuisco che qualcosa d'eccitante sta per accadere. Imbraccio il violino... appena accostato al mento un profumo di resine ignote mi ha accarezzato… l’alito del mondo mi ha sfiorato il viso. Un attimo, l'archetto: un vecchio lamì con la punta a forma di prua di piroscafo, leggero ma talmente leggero da inclinarsi al peso di una farfalla. Due, tre colpi di alto-basso alla seconda corda, col riccio appoggiato sul leggìo ruotavo il pirolo... poi l'ho sentito, ne ero certo. Era lui. Ho tirato fuori l'accordatore elettronico sotto lo sguardo compiaciuto di Eloisa da esperimento riuscito… 440 hz, 0% di deviazione: il LA perfetto.

Non so spiegarmelo ma ho sentito un nodo al naso, come un'allergia improvvisa. Il mito, la leggenda che diventa realtà sotto il mio muso. Un violino che sa, che sa, che non pensa ma che sa e te lo comunica con un una nota, che non sai come fa ma lo fa, una nota che arriva, ti ferma la mano e ti dice: "va bene così, ci sei, puoi fermarti".



Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA Perfetto, 2006


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