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Sul teatro di formazione
post pubblicato in SUL TEATRO DI FORMAZIONE, il 22 giugno 2008
Il dèmone tragico qui evocato è plastico, etico, eclettico, ellittico ed estetico.
I suoi suggerimenti fanno dei suoi ospiti eccentrici scienziati dell'umano che percorrono strade parallele, curvanti, cieche, a doppio senso, dissestate. Strade che a volerle tracciare su un foglio restituirebbero l’immagine di una rete a maglie irregolari. In questa rete c’è un’area (o un'aura) cara in particolare, un centro fluido, vibratile; un’area cui, dovendo proprio, il dèmone darebbe il nome provvisorio di Teatro di Formazione. Un territorio irregolare, con molte zone non ancora esplorate e altre, talmente fitte, da non riuscire più nemmeno ad ospitare un granello di polvere.

Volendo indicare i confini di questo territorio direbbe che a nord sfiora la filosofia, a sud lambisce la poesia esperita, ad est contiene il quotidiano, la vita rumorosa accidentata e scardassona; ad ovest si dissolve in nostra sana terra di teatralità.

Al centro, uomini che con pazienza e perizia modellano volenterosamente, liberamente la loro maschera (dramatis personae); un campo di gioco dove le regole di volta in volta possono essere ricompilate, per recitare-giocare-suonare spartiti e canovacci, fitte e rade drammaturgie. Ciò che importa non è che il gioco duri molto o poco, ma che sia ben recitato, ben concertato.

Il teatro di formazione trasforma i personaggi in persone e, in alcuni casi, anche viceversa. Non emula la realtà ma se ne nutre, almeno nelle sue parti non velenose. Adombra altre possibili realtà.

mm (Appunti per un teatro di formazione)



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permalink | inviato da Max Maraviglia il 22/6/2008 alle 17:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
La vita come opera d’arte – postilla sul preartista
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 5 maggio 2008

Se esiste una differenza tra le concrezioni della realtà e quelle prodotte e raccontate da una qualche forma d’arte, tale differenza è tutta qui: la realtà grezza è pura entropia, piegamento e ripiegamento continuo sul caso e sulla convenienza del momento, opportunismo spicciolo, tempo corroso, primario bisogno ipertrofico e obeso vestito talvolta da un qualche straccio di “nobile” idealità. A meno che non ci si voglia appellare a un criptico criterio compositivo d’ordine divino, bisognerà prendere atto che gli accadimenti della realtà sono contraddittori, ingiustificati e/o ingiustificabili, noiosi, rumorosi, frammentari, inconcludenti… in una parola: brutti.

L’opera d’arte, in quanto tale, versa al bello, non tanto perché vada alla ricerca di forme puntualmente gradevoli ai sensi (al contrario: le tendenze da un secolo a questa parte indicano tutt’altra direzione) quanto piuttosto perché rivela in controluce innervati di senso e coerenza interpretativa, anche quando sembra riferirsi a ciò che, nella realtà, apparirebbe in sé privo d’interesse e residuo di pura accidentalità.

Questa forma di bellezza non è solo appannaggio dell’artista propriamente detto (ammesso che esista una dicibilità propria dell’arte e dell’artista) dedito ad una disciplina specifica. Chiunque modelli tra le dita, nella testa e con l’ardire dell’addome la materia grezza dell’esserci per conferire ad essa coerenza compositiva nel senso qui inteso, meriterebbe a buon diritto almeno il nome di preartista.

mm


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permalink | inviato da Max Maraviglia il 5/5/2008 alle 23:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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