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La legge d’attrito
post pubblicato in SUL TEATRO DI FORMAZIONE, il 25 settembre 2008
Riflettevo qualche giorno fa sui motivi che possono generare qualche forma di depressione e per una serie di concatenazioni associative simultanee di pensieri/letture/osservazioni mi sono all’improvviso soffermato sull’idea di attrito.

Cosa c’entra l’attrito con la depressione? Provo a ricostruire la sequenza logica. Mi sembra di capire che le forme depressive possano dipendere da due ordini di scompenso: troppe sollecitazioni o troppo poche. In altri termini: sembra che alcune forme depressive si determinino o per un improvviso, radicale sconvolgimento di equilibri conseguente ad uno o più eventi traumatici (i.e. la morte di un caro, la perdita del posto di lavoro) oppure per una disabitudine alla presenza nelle cose che, scivolando via come l’olio, non richiedono più, da parte del soggetto, alcuna forma di partecipazione attiva. Pensiamo ad esempio a chi, per una serie di concatenazioni fortuite e non consapevolmente vissute, si ritrovi ad aver risolto tutte le proprie istanze esistenziali – lavoro, affetti, amicizie e quant’altro – senza sforzi particolari (o almeno percepiti come tali).

Se questo è vero, può allora anche essere vero che la taratura di quello che potremmo definire “fattore tribolatorio” possa costituire la chiave di volta per cercare di arginare il rischio depressione (almeno nelle sue forme non ancora conclamate come patologia vera e propria).  

La regolazione di questo fattore  - come di molti altri - dipende  da due ordini di variabili: esterno (non controllabile) ed interno (controllabile).

Ora, se diamo per buono uno dei fondamentali principi dello stoicismo, “non si sceglie il proprio ruolo nel dramma della vita”, possiamo anche accogliere per altrettanto buono uno dei suoi possibili corollari: “si può scegliere il modo più appropriato per interpretare questo ruolo”.

L’appropriatezza potrebbe allora configurarsi come una sapiente applicazione della “legge d’attrito”.

Proviamo allora a formulare questa legge con una metafora: “quanto più ispida è la superficie delle cose, tanto più la forza esercitata su di essa per procedere dovrà essere leggera. Viceversa, quanto più la superficie è liscia, tanto maggiore dovrà essere la pressione su di essa per procedere”.

Facendo ricorso a termini presi in prestito dal linguaggio teatrale,  potremmo istituire nessi analogici tra – da una parte – il concetto di leggerezza e di straniamento e - dall’altra – tra quello di pressione e di immedesimazione.

Un ruolo ben interpretato sarà allora quello in cui queste due forze, leggerezza/straniamento da una parte e pressione/immedesimazione dall’altra, concorrono mirabilmente alla taratura del “fattore tribolatorio”.  

Potremmo anche dire: “rendere leggero ciò che è grave e grave ciò che è leggero”.



mm, Manuale distruzioni

Straniati ed Immedesimati
post pubblicato in SUL TEATRO DI FORMAZIONE, il 10 aprile 2008
[…] Quando parliamo di gioco e del suo intreccio di realtà e finzione, parliamo della possibilità e della gestione dell’intervallo che dovremmo aprire tra noi e noi stessi.

(Pier Aldo Rovatti, La filosofia può curare?, Milano, Cortina, 2006, p. 85).

Cosa intende Rovatti col termine intervallo? Probabilmente lo spazio che distanzia noi stessi dalla consapevolezza di noi stessi o, se vogliamo dirla altrimenti, la distanza che corre tra l’arbitro e il giocatore (o i giocatori) di cui ciascuno di noi è ospite.

Utilizzando una metafora teatrale per meglio definire questo concetto di intervallo, potremmo forse fare riferimento alle due modalità interpretative più note nella tradizione attoriale occidentale: immedesimazione e straniamento.

L’immedesimazione corrisponde, grosso modo, alla totale compenetrazione dell’attore nel ruolo che interpreta. Io “sono” qualcosa, non “faccio” qualcosa.

In quest’ottica, tra “essere” e “fare” non vi è alcuna differenza: combaciano perfettamente, non c’è intervallo.

Lo straniamento, dal suo canto, impone all’attore una distanza dal suo personaggio. In questo caso, l’attore, che “è”, “fa” un personaggio: attore e personaggio restano tra loro distinti: qui si ravvisa un intervallo.

Carmelo Bene era solito dire: “Se l’attore s’immedesima nel personaggio, chi s’immedesimerà nell’attore”? sottintendendo, probabilmente, la necessità di conservare, tra attore e personaggio, un intervallo critico necessario al primo (l’attore) per condurre il secondo (il personaggio) verso la destinazione che gli spetta, alle condizioni date e senza tracimare se stesso.

Sicché la frase “vivere è un gioco” (corollario forse improprio del concetto proposto da Rovatti) è estremamente più impegnativa e meno convenzionale di quanto non possa apparire di primo acchito.

Anzitutto, vale la pena ricordare, ancora una volta, che la parola giocare in altre lingue implica anche il concetto di recitare e suonare (to play in inglese e jouer in francese, ad es.), e già queste due accezioni restituiscono al concetto di gioco una valenza estetica che alla vita, credo, sia dovuta.

In secondo luogo andrebbe evitato il comune errore di contrapporre l’idea di gioco a quella di “fare sul serio” o, ancor peggio, di omologarla a quella di “scherzo”.

Il gioco ha una sua peculiare serietà, e non lo dimostra certo il modo estremamente “serio” con cui alcuni prendono il gioco (anzi, certi modi di “serietà” con cui alcuni affrontano il “gioco” squalificano l’idea stessa di gioco: si pensi agli estremismi del tifo o ai giocatori d’azzardo, esempi di piena immedesimazione).

La serietà del gioco trova fondamento, probabilmente, in un valore etico, che è il riconoscimento della distanza intercorrente tra un atto libero e consapevole, ed uno coatto ed inconsapevole.

La vita immedesimata azzera l’intervallo tra “ciò che si è” e “ciò che si fa” o, per dirla più esplicitamente, tra sé stessi e il ruolo (o i ruoli) che si è chiamati a coprire.

Confondere se stessi con “ciò che si fa” è uno dei motivi, probabilmente, di maggiore malessere contemporaneo. Si pensi a quante persone (probabilmente la piena maggioranza) è “costretta” a fare cose nelle quali non si identifica affatto, trovandosi così in soffocante disagio cognitivo e, conseguentemente, esistenziale.

La vita immedesimata implica una conduzione “coatta ed inconsapevole” delle nostre azioni: imprigionati nel ruolo in cui senza intervallo c’identifichiamo, non siamo più capaci di vedere oltre le pareti di quella prigione, e per questo ci incattiviamo (serve ricordare a questo proposito che la parola “cattivo” derivi da quella latina captivus, che vuol dire appunto prigioniero).

Ottenebrati da questa cattiveria non ci accorgiamo nemmeno che le pareti siano “elastiche”, che le possiamo restringere o dilatare a nostra competenza (più che piacimento) e addirittura le possiamo intervallare con altre pareti. Ma se, viceversa, m’identifico tout court con queste pareti, assumerò la loro stessa rigidità. Nella vita immedesimata io mi identifico con le pareti di una prigione e di esse assorbo tutta la loro rigidità, la loro malsana umidità.

La vita giocata istituisce viceversa un intervallo critico tra se stessi e i ruoli cui di volta in volta siamo chiamati a recitare (o a giocare, appunto). Nella vita giocata io non confondo me stesso col ruolo che interpreto: continuo a percepire la persona che sono e, conseguentemente, percepisco l’intervallo che corre tra me e il ruolo che sono chiamato dalle circostanze ad interpretare, il che equivale a dire che non m’identifico più con le pareti del ruolo – che pure continuano ad esistere e ad esercitare la loro pressione – ma godo dell’intervallo di gioco (che è un intervallo critico) necessario a riconoscerne la loro trasparenza e permeabilità, la loro sostanziale elasticità: conferisco ad esse le mie qualità di persona, insomma, e non viceversa (come invece accade nella vita immedesimata). In questo senso la vita giocata è un atto libero e consapevole, che non mi rende cattivo (perché non sono più schiavo) ma libero interprete che gioca con altri interpreti.

L’intervallo che il gioco istituisce tra ruolo e persona implica infatti un altro importante aspetto: l’acquisita capacità, da parte della persona che ha scelto la via del gioco, di leggere in controluce le filigrane umane che si adombrano nei ruoli degli altri interpreti. Sa leggerle, perché anzitutto ha saputo leggere le proprie.

Forse è questo l’intervallo di cui parla Rovatti?


(C’è una vecchia gag del sublime Totò – qualcuno forse la ricorderà – in cui il Principe, dopo essersi beccato un fracco di botte per il fatto di essere stato confuso da uno sconosciuto con un certo “Pasquale”, rispondeva all’amico, stupito di una sua reazione ilare e niente affatto violenta, “E chi so’, Pasquale io?”).

mm


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permalink | inviato da ubumax il 10/4/2008 alle 23:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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