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L’Amico Superfluo
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 16 maggio 2008
Non ho paura di perdere gli amici, però mi piace coltivarli. Anche quando sembra che non funzionino bene. Peppe Cavanza è uno di questi. Lui è uno che il senso delle misure non le ha proprio registrate, ma dalla nascita. La madre racconta che andava a sbattere ogni volta col triciclo in faccia alle pareti e anche da adulto, continua a non sapere mai quando frenare. Al suo attivo vanta già circa quindici incidenti di entità varia e per questo quando usciamo nessuno più ormai da anni vuole andare in moto con lui. Ci ostiniamo a chiedergli di rinunciare alla guida, ma il problema è che se l'auto che adoperiamo è omologata per cinque, lui è il sesto e quindi è costretto a prendere la sua. Se andiamo in moto, lui è il terzo. Se prenotiamo al teatro de’ Turbamenti, ci sono solo sei posti e lui è il settimo. Quando a scuola si organizzava la partita di calcetto lui era il nono e allora per togliere occasioni di malcontento s'organizzava sul campo grande ma lui in un attimo si trasformava in dodicesimo. Un uomo insomma che non poteva neanche stare a porta. Quando doveva timbrare il cartellino al Collocamento, il giorno del suo appello semplicemente scompariva: esempio, il 3/2/ si timbra da Abele a Cavanti, il 4/2/ da Cavanze a Scognamiglio, che pure lo avrebbe fatto passare davanti alla fila. Se in vacanza si conoscevano tre ragazze, noi eravamo in quattro e – che lo dico a fare -  chi era il quarto? Insomma, mai che si sapesse cosa fare di Peppe, l'uomo che non perse e ancora oggi non perde un’occasione per rendersi superfluo. Qualche volta ho cercato di riparare il suo destino. Ad esempio, l'ultima volta ho rinunciato ad un concerto di musica stocastica neobalcanica per il quale Max Fantastico si era procurato quattro biglietti gratis, per lasciare il posto a Cavanza... nulla da fare: lui si è presentato in ritardo con un'amica incontrata all'ultimo momento e, naturalmente, il botteghino registrava tutto esaurito. Per non essere scortese con l'amica ha rinunciato allo spettacolo. È uno specialista in regali/doppione: se qualcuno ti regala un libro, stai sicuro che lui si presenta con una seconda copia, con tanto di dedica (quindi non si può manco cambiare). Se sei a corto di amiche, lui te ne procura quattro in un botto (ma noi siamo in due). Se si parla di donne, lui interviene rimembrando un'avventura della sua cagna Giacchino (da anni non ci chiediamo più quali oscure stringhe di comando mettano in moto le sue associazioni di pensiero) e se si parla di cani, gli viene in mente la sua ultima storia di cartelle esattoriali e ce la racconta nei minimi dettagli costi quel che costi. Se ti dà una pacca sulla spalla, è su quella ustionata e se ti stringe la mano, lo fa con una tale cordialità da farti passare ogni voglia di salutarlo per le puntate successive. Se incontra qualcuno che non vede da tempo lascia i saluti per persone morte ormai da anni, e se l’altro risponde “Purtroppo Tizio ci ha lasciato…” lui dopo un attimo d’imbarazzo risponde “Ah, mi dispiace… va beh – riprendendo subito il sorriso – salutalo lo stesso”, tanto per sdrammatizzare, dice. Anche ai funerali ride (in questo caso dice che è la tensione) e ai matrimoni propone brindisi esattamente nel momento in cui qualche invitato si sente male per il caldo o quando tutti stanno per andare via. Lui niente. Va avanti imperterrito, capace di trasformare ogni umano consesso in una comitiva di sconosciuti rinchiusi per sbaglio in una cella frigorifera di quelle per ibernare i manzi in Argentina. Ma è un amico e va bene così.

Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA perfetto, 2006.


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permalink | inviato da Max Maraviglia il 16/5/2008 alle 23:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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