.
Annunci online

“Nzularchia” - Nel ventre umido di un incubo
post pubblicato in SUL TEATRO DI FORMAZIONE, il 21 maggio 2008
Si calpestano stracci, abiti smessi di bambini, si prende posto sul palco, non in platea. Dall’alto penzola un utero candido che avvolge un’appena intravedibile sagoma probabile di un feto. Il sipario stavolta non si apre – non subito, almeno -  e lungo i suoi drappi in brutta mostra vestiti appesi, disposti forse a ricordare gli uomini che un tempo li indossarono e che non ci sono più. Poi il buio, alternato a luci fioche come le voci impaurite di due interlocutori presi a ricostruire le tracce confuse di un ricordo rimosso o forse a cercare la via d’uscita da una prigione che – s’intuisce -  è fisica e mentale a un tempo. Oltre il buio della parete d’abiti, lampi intravisti appena di un temporale, vampe di un inferno tombato da cui voci sguajate rievocano i tempi di un’allegrezza crassa e perduta.

Difficile seguire il filo lungo il quale i due prigionieri dipanano le loro associazioni di pensiero. Le parole di una lingua familiare e aliena a un tempo scrosciano in un temporale, sonore, poi strozzate di paura, lucide, tintinnanti come pioggia sui vetri, e vanno a disegnare scene di un’infanzia negletta, di acerbe prove di coraggio, di giochi crudeli come quello d’infilzare le rane, di teste mozze intraviste nelle venature di una mattonella, di freddo, di ottusa orfanità.

Spettatori e attori condividono la penombra claustrofobica dello spazio mnesico, insieme percepiscono la voce onnipresente dell’Altro invisibile, orco/padre che vorrebbe – o avrebbe voluto -  un figlio a sua immagine e somiglianza, che impreca e minaccia per quei figli perduti, mai nati, mai “iniziati”.

Tutto richiama ellitticamente la presenza del sangue, che si smaterializza nell’astratta corporeità delle parole o nel lucore abbacinante di uno spazio inatteso oltre il muro che all’improvviso, dopo tanto oscuro colore marcio di muffa e di assenza, risucchia l’emozione dello spettatore, rivelando la presenza diabolica (separata, in lontananza) dell’orco/padre a suo modo innocente – forse un fantasma -  che molto ha ucciso perché altro non poteva, non sapeva fare: è il tempo della resa.

Se c’è una storia – e c’è di fatto – in questa Nzularchìa (lett. “itterizia”), non è di certo la cosa più evidente. Evidente è invece la plasticità barocca e grondante del testo di Mimmo Borrelli (vincitore del 48° Premio Riccione), a cominiciare dal titolo che quasi onomatopeicamente richiama lo spazio serrato, ombroso e angosciante in cui si aggroviglia il filo della memoria.

I richiami a una certa tradizione drammaturgica non mancano, e alcuni di questi dallo stesso Borrelli dichiarati in un’intervista: Moscato, certe chiuse di Eduardo, persino – sembra d’intravedere - suggestioni dal Camorrista di Tornatore, ma è una partitura che si spinge oltre tutto questo.

Concepito come una mescola dialettale fatta di contaminazioni di registri e tradizioni linguistiche arditamente eterogenee d’area partenopea, il testo alterna espressioni colte dal dialetto “aulico” accanto ad altre tipiche della comune parlata piccolo/borghese cittadina, con esiti musicali per lo più felici e qualche tratto – accettabilissimo – d’ingenuità.

Una ricerca col (più che sul) linguaggio che implicitamente dichiara la scelta di assumere distanza straniante dal tema troppo frequentato di “camorra e camorristi”, ed è proprio questa scelta a salvare la materia grezza del narrato dai toni realistici legati al troppo frequentato topos del malavitoso, e a questa operazione di salvataggio dalla banalità del male concorre il taglio registico di Carlo Cerciello che accentua i toni metafisici e irreali probabilmente già presenti in nuce nel testo.

Sicché la storia narrata (se di narrazione si può parlare) diviene lo sfondo pretestuale di un concertato scenico emozionante e pregiato (per pochi spettatori a sera) in cui l'interpretazione di Peppino Mazzotta (Gaetano), del giovanissimo Nino Bruno (Piccerillo), di Pippo Cangiano (Spennacore), le scene di Roberto Crea, le musiche di Paolo Coletta, i costumi di Antonella Mancuso, le luci di Cesare Accetta e gli effetti sonori di Hubert Westkemper s’intrecciano a disegnare la trama di un incubo, o di un’assenza, quella di un padre così come di un dio o, per converso, della sua presenza assurda e deviante.

Si esce dall’incubo cercando di comprendere ciò che si è visto e s’è udito, chiedendosi se ha ancora un senso oggi andare a teatro, oltre quello del puro intrattenimento. Se questo senso c’è, Nzularchìa è uno spettacolo che lo contiene tutto.

mm

(A Milano, Teatro dell’Arte, 27 maggio / 8 giugno 2008).



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. teatro

permalink | inviato da Max Maraviglia il 21/5/2008 alle 23:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
Sfoglia aprile        giugno
il mio profilo
calendario
rubriche
tag cloud
links
cerca