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FUS, attori e la possibile utilità del teatro adesso
post pubblicato in NOTE PER GLI AMICI, il 24 novembre 2010
Annoto queste considerazioni partendo da quelle proposte dal mio amico Carlo Cerciello e di altri amici che in questi giorni, su FB (http://www.facebook.com/notes/elicantropo-teatro/cultura-e-teatro-anatomia-del-sistema-teatro-il-dibattito-continua-di-carlo-cerc/178317575511899), hanno avviato una discussione circa lo stato dell’arte teatrale.

1 – Il sistema FUS credo sia stato un disastro per il teatro e la cultura in generale. E per il suo aspetto clientelare (marca tipica dell’italianità a partire dall’antica Roma, mica da adesso), e per i suoi criteri “quantitativi” che hanno inevitabilmente favorito le dinamiche malate accuratamente descritte da Carlo Cerciello. D’altro canto, i criteri qualitativi non sono concretamente oggettivabili, dunque una loro adozione provocherebbe probabilmente cicli ancora più viziosi di quelli provocati da logiche quantitative (chi e secondo quali parametri stabilirebbe la qualità maggiore o minore?) L’unica maniera in cui, probabilmente, l’istituzione potrebbe essere di sostegno al teatro (o almeno ad alcuni modi di fare teatro) senza divenirne un fattore ingerente,  potrebbe essere, da parte sua, il conferimento - a chi ne fa richiesta e con progetti ponderati alla mano - di spazi pubblici in comodato, da destinarsi ad attività culturali anche a beneficio del territorio, nonché l’agevolazione fiscale per i soggetti che investono in cultura. Spetterebbe poi agli operatori gestire questa opportunità in maniera produttiva ed autonoma (sia in senso quantitativo che qualitativo). Naturalmente ciò può accadere quando le istituzioni sono sane e i suoi interlocutori altrettanto: allo stato attuale non sembra essere il nostro caso. I molti esempi della cronaca recente e non, testimoniano chiaramente lo stato di malattia, specie comunicativa, che ammorba l’intero sistema. Ora, se c’è una parte immunitaria che ancora funziona, il sistema recupera il suo equilibrio omeostatico espellendo da solo le sue parti malate. Se la componente immunitaria non funziona più, il sistema raggiunge il massimo grado di entropia per poi collassare definitivamente. Le disponibilità energetiche sprigionate dal collasso si ricombinano, generando un nuovo sistema: è un principio fisico che si muove al di là dei giudizi politici e morali che si potrebbero formulare a riguardo. Sposando una sana dis-peranza, resta sul piano pratico soltanto lavorare, per quello che le condizioni attuali lo consentono, dalla parte del sistema immunitario. La malattia è oramai conclamata, null’altro c’è da aggiungere a riguardo.


2 - Essere attore (o più in generale dedicarsi al teatro) è una scelta di vita (“immunitaria” verrebbe da dire), prima ancora che di mestiere, che implica l’accettazione dell’incertezza quale elemento costituente lo statuto ontologico di questa opzione. Fare questo tipo di scelta vuol dire investire su se stessi e sui propri compagni di viaggio, mettendo in conto (o rifiutando) finti provini, dinieghi, promesse immantenute, confronti (persi a volte in partenza) col mercato,  frustrazioni ma anche riconoscimenti, stati di grazia, incontri importanti, insomma alti e bassi come passaggi fisiologici di un tracciato del genere. Qualsiasi forma di sicurezza è, probabilmente, incompatibile con la natura del teatro (verrebbe da dire con la natura della vita) e col principio di libertà sostanziale. I problemi di sussistenza di chi abbraccia una scelta così radicale quale è quella del teatro, vanno probabilmente risolti o cercandosi “un posto al sole” o qualsiasi altro posto che possa fornire quel minimo di risorse necessarie all’esercizio della propria libertà in altre sedi, e questo non inevitabilmente rischiando di divenire monadi solitarie senza identità o di perdere la dignità (resterebbe poi da definire cosa siano identità e dignità ma questo è un altro capitolo). Quanto al problema della scarsità di lavoro, si tratta, allo stato attuale, di una questione che investe tutte le categorie sociali, e come tale merita dunque considerazioni ed azioni (metapolitiche?) che vanno  oltre i limiti di questa discussione. Ancora: la formazione dell’attore è un problema che ciascuno è chiamato a risolvere con la propria serietà, disciplina e studium (cura di sé e delle cose), scegliendo le scuole, i laboratori, i seminari, gli stages, le accademie, i palcoscenici, ma anche qualsiasi altro posto, compreso quelli in cui apparentemente non ci sarebbe teatro, per potere coltivare se stesso (e gli altri, che è lo stesso). Ci sono luoghi più appropriati di altri, forse, ma questo rilevamento e le scelte che ne conseguono è giusto che siano a carico di chi si avvia per questa strada (ognuno scelga il proprio modo di fare teatro e se ne assuma tutte le responsabilità, insomma).  Se questo implica la necessità di sviluppare una doppia e tripla vita, attraversamenti di terre sconsacrate e non, ben venga tutto ciò, se la posta in gioco è l’immunità dalle malattie del sistema, nonché la conquista della propria dignità (essere pienamente all’altezza di se stessi) e della propria libertà (essere in risonanza con se stessi e con il sistema di cui abbiamo scelto più o meno consapevolmente di far parte).

3 – Quanto all’autoreferenzalità dei teatranti, è un problema endemico che riguarda anche molti altri ambienti, compreso i meno sospetti. È cosa che ha a che fare con un malinteso senso del potere e dell’identità, probabilmente. Fin quando non ci libereremo (o rivedremo) altre possibili declinazioni di questi due assiomi incancreniti, non credo si possa andare molto oltre. Cominciare da se stessi e dai propri compagni di viaggio e proseguire nella ricerca di altri, immaginando un arcipelago di monadi (autonome e in sé compiute, perché no) ma ricche di porte e finestre, generatrici di altre possibilità combinatorie, che non siano quelle attuali. Possibilmente parlando meno d’immondizia, metaforica e non, perché se è vero che la realtà si riflette nelle nostre rappresentazioni, è anche vero – e forse è questa una delle possibili attuali utilità del teatro – che le nostre rappresentazioni possono gradualmente rimodellare la realtà. Torma ancora il teorema di Thomas: “Se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze”. Un problema di linguaggio (credo che Andrea De Rosa in questo senso abbia ragione), un problema che è etico ed estetico a un tempo, prima ancora che politico.


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permalink | inviato da ubumax il 24/11/2010 alle 21:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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