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La dialettica problema/rimedio
post pubblicato in Diario, il 13 ottobre 2012

 Nelle società attuali occidentali, il rapporto problema/rimedio appare alle volte ribaltato. Talvolta s’inventa prima ilrimedio e poi il problema che quel rimedio dovrebbe risolvere, conformementeall’assioma di alcuni economisti secondo cui il rapporto domanda/offerta ha unandamento bidirezionale.

 In ogni caso, nello sviluppo dialetticoproblema/rimedio si possono distinguere tre fasi di più unaconclusiva:

a.    Il rimedio risolve in parte il problema, generalmentecausandone però altri in altri punti del sistema (come accade con l’impiego difarmaci allopatici)

b.    Il rimedio non produce più risultati sulproblema (fase dell’assuefazione)

c.     Il rimedio alimenta il problema (fase dellaperversione): si continua a rincarare la dose e quest’accanimento produceun’infiammazione del problema

d.    Il rapporto rimedio/problema collassa, oppure ilrimedio diventa a sua volta un problema che richiederà l’individuazione di unnuovo rimedio e il circolo vizioso riprende con spinta vigorosa


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Studio perimetrale intorno all'incertezza
post pubblicato in Diario, il 3 aprile 2011


Cantieristupore
presenta

STUDIO PERIMETRALE INTORNO ALL'INCERTEZZA
di Massimo Maraviglia

con Gianni Ascione, Patrizia Eger, Massimo Finelli, Ettore Nigro
Scene:                             Armando Alovisi
Realizzazione scene:      Michele Bifari, Mauro Rea
Consulenza sonora:        Canio Fidanza
Disegno luci:                  Ettore Nigro
Regista assistente:          Arturo Muselli
Aiuto regia:                    Monica Palomby
Ufficio Stampa:              Anna Marchitelli
Foto di scena:                 Marco Maraviglia
Grafica:                           Marco Di Lorenzo

Regia:                             Massimo Maraviglia

(prima nazionale assoluta)
dal / al 17 di aprile 2011, Napoli, Teatro Elicantropo

info e prenotazioni: 081/296640

 



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Per il 2011 e per quelli a venire
post pubblicato in Diario, il 1 gennaio 2011
Alle azioni compiute senza sapere esattamente perché, che nel tempo mostrano le loro ragioni. Alle cose che hanno ragioni ineffabili che si dipanano nel tempo. Alla mano invisibile dell'istinto puro che longanime muove i passi. A tutti noi l'augurio di non comprendere mai fino in fondo i nostri passi e averne a un tempo l'essenziale consapevolezza. Per il nuovo anno e per tutti quelli a venire.

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Puccetto e Olopierno al Mediterraneo
post pubblicato in Diario, il 25 dicembre 2010
La ripresa dello spettacolo del 17 dicembre al Mediterraneo di Napoli: solo una piccola parte, naturalmente.

http://www.youtube.com/watch?v=U-Jk3Z6HFUY



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Ciottoli, Caso e Destino
post pubblicato in Diario, il 30 agosto 2010
Il Caso somiglia ai ciottoli di una battigia, disposti in un ordine accidentale o in ogni caso indecifrabile, per i più. Ci si cammina sopra, qualcuno può far male, altri massaggiano la pianta (dipende anche da come si cammina).

Oppure ci si può fermare ad osservarli, scrutare, raccoglierne alcuni e lavorarli con calma per trasformarli in altro. In quel momento, si adempie un Destino.

(Appunti per un Manuale Distruzioni)




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Sillogismo anticartesiano
post pubblicato in Diario, il 27 agosto 2010
Se penso, non credo.
Se non credo, non agisco.
Se non agisco, non sono.
Se penso, dunque, non sono.

Corollario: la durata della riflessione relativa all'agire è inversamente proporzionale alla necessità dell’azione.



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Nota d'augurio in base Tre
post pubblicato in Diario, il 31 dicembre 2009
Ogni discorso, anche il più acuto, non può sottrarsi all'imprecisione e al vagore delle parole. Scrive Brecht:

Niente è più contrario dell'arte che lo sforzarsi di trarre un qualcosa dal niente. Ciò che (i grandi) fanno, consiste nel rendere piccolo ciò che è piccolo e grande ciò che è grande. In ogni tema è contenuto tanto e non più, ed è proprio questo tanto che deve essere sviluppato, non di meno ma neanche di più.
(B. Brecht, Diario di lavoro)

Colgo istintivamente il senso di questo discorso, che mi sembra acuto. Poi, vedo il discorso sgretolarsi in mille pezzi non appena provi a scendere a un livello di comprensione più profonda, dove non posso fare a meno di chiedermi: "cos'è questo qualcosa?", "chi sono i grandi?", "piccolo e grande rispetto a cosa?" e, nell'incapacità di restituire a queste domande, risposte adatte a non generare altre domande, mi ritrovo davanti ad un discorso che, dapprima percepito come interessante, poi si rivela vuoto, e poi nuovamente interessante, soprattutto per ciò che non ha "saputo" (o voluto) dire.

Anche i discorsi sembrano allora soggetti alla legge del Tre:
1) Sembrano interessanti per quello che dicono
2) Sembrano vuoti di sostanziale significato
3) Sembrano interessanti per tutto ciò che non dicono ma che in qualche modo implicano.

Ora, essendo il terzo livello quello pregnante, varrebbe la pena puntarlo direttamente, ove  fosse possibile. Viene da pensare che le impalcature del superfluo servano a rendere percepibile ciò che vi è di necessario. Ed anche questo discorso, d'altronde come tutti gli altri, è soggetto alla legge del Tre.

Auguri a tutte le persone di bella volontà.

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Un passo avanti
post pubblicato in Diario, il 10 ottobre 2009
Il 2 di ottobre dell'anno 2009 Cantieristupore diviene Associazione Culturale. Tra i suoi scopi, indica lo Statuto: "promozione dello sviluppo del teatro di ricerca e di innovazione, anche attraverso la contaminazione di linguaggi artistici, culture ed espressioni disciplinari diversificate (musica, danza, pittura, mimo, cinema e affini); (...)  promozione del teatro inteso come prassi formativa (teatro di formazione) destinata sia all’educazione permanente degli adulti, sia alla formazione dei giovani".

Sono soci fondatori dell'Associazione: Annalisa Giacci (costumista), Giuseppe De Liso (cantante lirico e docente);  Nicola Di Fiore (scenografo e scenotecnico); Massimo Finelli (attore e regista); Canio Fidanza (musicista e compositore); Marco Di Lorenzo (architetto, docente e graphic designer); Biagio Conte (fiscalista), Maurizio Liguori (promotore culturale); Massimo Maraviglia (autore, regista e docente). Auguri a tutti, anche a quelli che non sono soci ma che, a dispetto di tutto, continuano a coltivare una qualche forma di ragionevole utopia.



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La grande magia
post pubblicato in Diario, il 15 maggio 2009
La grande magia è quella che, svelato ogni possibile trucco, continua irriducibilmente a stupire. Il grande trucco non è  che non si vede,  non c'è proprio. La grande magia implica un radicale esercizio di sfingimento.


(appunto dal Manuale Distruzioni)

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Questo il motivo del mio lungo silenzio.
post pubblicato in Diario, il 11 marzo 2009




Puccetto e Olopierno è un’antifavola che ha per protagon
ista un Orco (Olopierno) e un dàimon (Puccetto) che s’incontrano qualche briciolo d’eterno prima che l’Orco tiri le cuoia. Olopierno è malato, forse perché ha mangiato troppo o male o entrambe le cose, o forse perché ha vissuto distrattamente, rinunciando ai suoi talenti per concentrarsi ad ammazzare le mosche sue ignare nemiche. La sua storia è già scritta e nessuna delle sue improbabili magie gli consentirebbe di cancellarla e poi riscriverla. Ma se una storia è già scritta, ciò non toglie che la si possa interpretare nel migliore dei modi.

Interpretare nel migliore dei modi è davvero un lavoraccio che Olopierno – come tutti gli orchi – non si è reso conto di dovere, potere, sapere, voler fare. E poi per cosa, visto che qualsiasi cosa si scelga di fare è oggetto d’obolo da meretrice? Se un senso manca, perché cercarlo? Perché cercare l’oro nelle proprie vene quando a un costo meno oneroso lo si può acquistare ovun
que? Rinunciare a cercare vuol dire ammalarsi, l’orco lo sa e per questo nega a se stesso d’essere ammalato, perché a dispetto di tutto non vuole ancora rinunciare a un’altra possibile storia. Ma perché la propria storia diventi un’altra, diventi d’altri, ci vuole un salto per scavalcare il solco, ma lui è goffo e camuffato a se stesso, e allora non gli resta altro da fare che cavalcare il suo malestrìno a dondolo, ripercorrersi, ubriacarsi di fandonie mescidate a verità (ove mai abbia un senso distinguere le due), raccontare le sue sconclusionate favole al poroso Puccetto, suo dàimon ed altro possibile se stesso, forse per farlo addormentare una volta e per sempre o, forse, per cercare di guarirlo dal male distratto di vivere.


Puccetto e Olopierno -
con Gianni Ascione, Giuseppe Cerrone, Leila D'Angelo, Giuseppe De Liso, Marina Macca. Musiche Canio Fidanza, scene Nicola Di Fiore, costumi Annalisa Giacci, maschere Martina Russo, aiuto regia Leila D'Angelo, testo e regia Massimo Maraviglia.

Al Teatro Elicantropo di Napoli, vico Gerolomini, 3. Dal 2 al 19 aprile 2009.



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Nel presente
post pubblicato in Diario, il 25 dicembre 2008
Di norma non faccio auguri né a Natale né ad ogni altra festa comandata. Solo perché gli auguri li faccio ogni giorno (anche quando non li esplicito) alle persone con cui in ogni momento, e a titolo diverso, entro in contatto nel tempo attraversato. Puro egoismo: non posso immaginare di stare bene senza che gli altri lo stiano altrettanto.

I loro cuori non s’induriranno perché impareranno a vedere con le orecchie e ad ascoltare con gli occhi. (apocrifo)

Questo il mio augurio,
non per il futuro ma per il tempo presente. E questo è quanto. 



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Le Microconcordanze nascoste
post pubblicato in Diario, il 23 novembre 2008
C’è una parte della creatività che sfugge a ogni controllo. È quella che poi probabilmente va a stratificare i non-detti, gli impliciti, le significanze (ciò che può significare qualcosa, ma non si sa esattamente cosa), le ellissi, le ombre dei testi. Per quello che mi riguarda – forse l’ho già detto in altre circostanze – è questa la parte che di ogni rappresentazione (sia essa sotto forma di libro, film, spettacolo o semplicemente discorso) più mi allarma e mi ammalia.

Nei vuoti, nelle pause tra il dire e il fare (a volte sono oceani, altre volte piccole pozzanghere, bicchieri d’acqua) puoi perderti e pescare, quasi per caso, la parte incontrollata delle volontà creative.

Piccolo caso a questo proposito: riflettevo stamani in funicolare sui nomi dei personaggi che abitano Il LA perfetto. Mi chiedevo: chi di questi personaggi ha un nome pari a un settenario? Nessuno… poi mi sono accorto che Beniamino Carmatore è un ottonario, così come lo sono Evelina Millenotti ed Eloisa d’Epìtteto… gli amici di Carmatore sono quinari: Max Fantastico,  Peppe Cavanza, Nenzy Calore, Graziana Emme e Cicco Angelone (contando la sineresi)… quaternari sono Gino Emme e Carlo Soma. Ripensando alle relazioni e alle simmetrie che corrono tra questi personaggi, queste microconcordanze metriche (che nelle nostre intenzioni coscienti non erano presenti) mi sembrano molto appropriate. E questo è quanto.


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Sulla coscienza del tragico
post pubblicato in Diario, il 12 novembre 2008
Se nell'originaria coscienza del tragico l'essenza è il confronto tra l'agire degli uomini e l'insondabile volere degli dèi, nel tragico contemporaneo l'essenza è  nell'impossibile raffronto tra l'agire degli uomini e l'imponderabile isteria delle forze di potere che regolano il mercato, dalla faccia liquida e dal ventre di matrioska infinita.

mm, Manuale Distruzioni

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Obama ha vinto
post pubblicato in Diario, il 5 novembre 2008
Ha vinto un sogno con una faccia intelligente e modi e pensieri eleganti. Forse resterà un sogno.

D’altronde, perché un sogno si possa realizzare è indispensabile anzitutto averlo. 



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Sugli eroi
post pubblicato in Diario, il 31 ottobre 2008
L'eroe non ha mai scelta e per questo diventa eroe. L'uomo comune può scegliere, e più può scegliere, più sarà comune. L'eroismo è il frutto acerbo di una necessità inattesa.

C'è poi un eroismo comune che, a dispetto del nome attribuito al concetto, comune non lo è per nulla. È l'eroismo di chi fa, di ogni scelta, la risposta ultima ad una necessità riconosciuta come tale.

L'indifferenza sta alla molteplicità delle scelte come l'erosimo sta alla loro unicità.

L'uomo comune sopravvive d'indifferenze. L'eroe comune vive di differenze, sa che una cosa non è mai la stessa, nemmeno a distanza di un istante e a dispetto di ogni apparenza. 


mm, Manuale Distruzioni

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Un'immagine per Il LA Perfetto
post pubblicato in Diario, il 6 ottobre 2008




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Ho letto il libro ma non ho visto il film (e nemmeno lo spettacolo teatrale)
post pubblicato in Diario, il 5 ottobre 2008
Nei libri e nei film non cerco una storia. Non cerco personaggi e nemmeno una bella scrittura. Se poi queste cose ci sono, le accolgo di norma con grande piacere. Ma non è questo che cerco. Cerco cose non dette, visioni inattese del mondo, intenzionalità implicite, tramature possibili del reale che mi lascino sperare, immaginare modi inconsueti e non supermercati di interpretare la vita. Un libro, un film – per ciò che penso debba essere un libro o un film -  dovrebbero far aprire gli occhi su “ciò che potrebbe essere”, più che su “ciò che è”. Al “ciò che è” dovrebbe pensare il giornalismo, che avrebbe il dovere di informare, possibilmente non solo sul marcio e sul lercio che stordisce di più, possibilmente non solo invogliando al voyeurismo che lo spettacolo del sangue, della lite e dello scandalo di norma accende (ingenuo discorso, si sa).

Ho letto il libro Gomorra (già da qualche tempo, poco prima che diventasse un caso) ma non ho visto il film e nemmeno lo spettacolo teatrale. Ho trovato nelle sue pagine il frutto maturo di uno studioso che – a quanto ci è dato di capire – ha avuto il coraggio di entrare nei meandri dell’inferno che racconta. Ha raccontato quest’inferno, talvolta, con la voce di un poeta più che di un giornalista e questo non dispiace: se dietro le notizie leggo la presenza di un uomo che non solo ha registrato ma ha anche in qualche modo umanamente partecipato alle cose di cui parla, posso solo provare maggiore rispetto ed emozione. Posso poi fuggire da quella emozione (per non sentirmi più impotente di quanto non lo sia già) ma non posso fare a meno di prendere atto di un lavoro serio, sentito, che qualcuno ha reso al mondo dell’informazione.

Poi dopo il libro, il film, che non ho visto. Operazione di marketing intelligente e centrata, in special modo se il prodotto è ben confezionato (come sembra che sia). Però, per favore, non si tirino in ballo questioni “politiche”, di impegno sociale, valori civili. Parlando del film Gomorra ho sentito qualcuno riferirsi ad un ritorno del glorioso Neorealismo. Mi sembra un paragone improprio per duplici motivi, il più importante dei quali è quello relativo al fatto che il Neorealismo nasceva dallo sforzo di poeti disperati e senza un soldo, impegnati a ricostruire l’identità e la dignità di una nazione totalmente smantellata da una guerra. Non mi sembra che un film come Gomorra nasca su questi presupposti. Le identità di cui parla, più che ricostruite andrebbero obliterate, se non fosse per il fatto che hanno un forte valore di mercato.


La legge di levità
post pubblicato in Diario, il 16 settembre 2008
Colgo l’occasione di una mail inviatami da un’amica per segnare quest’appunto adatto al “Manuale Distruzioni”.

Anche l’immaginazione, il pensiero, la parte rarefatta della nostra esistenza sembra tendere, nel suo andamento naturale, al rispetto della stessa legge che affligge i corpi, voglio dire la legge di gravità. A questa legge “naturale”, immagino che la scrittura possa (e debba) contrappore quella “innaturale” di levità, di modo che l'oggettiva gravità del “così è” (ammesso che esista) trovi controbilanciamento nella relativa levità del “così potrebbe essere” (ammesso che non esista): questo il compito di una scrittura “invertente”, più che “divertente”. In mezzo, infinite sfumature che vanno dalle sabbie mobili al lancio di una freccia verso il sole, passando per la saltacavallina.

mm

La migrazione dei solitari
post pubblicato in Diario, il 27 agosto 2008
In questi ultimi giorni ho avuto modo di riflettere su un aspetto della blogsfera sul quale non avevo posto prima sufficiente attenzione. Qualche tempo fa, scherzando (mica tanto) con un mio caro compagno di liceo, gli dissi che avevo un irrefrenabile desiderio di emigrare su un altro pianeta. Bene: mi sono accorto che nella blogsfera si stanno costituendo invisibili colonie di persone, tendenzialmente restie alla rissa, alla ressa, al follame, all’anestesia totale, all’afasia e a tutto quanto abbassa il grado di insostenibilità dell’esistenza allo stato grezzo. Persone che cercano e trovano, coltivano interessi, amici, letture, scritture, passioni, affetti, fedi, idee e quant’altro si renda utile a restituire alla vita (per quanto sia possibile) una consistenza sensata e musicale. Sembrerebbero la minoranza, ma mi piace pensare che il mondo sia pieno di persone così, lo è sempre stato forse, forse lo sarà sempre. E se la catastrofe irreversibile non è ancora avvenuta, probabilmente, è perché queste persone, inconsapevolmente o "irragionevolmente" e con le cerbottane di cui dispongono, stanno difendendo il mondo. Da un altro pianeta parallelo e non molto lontano da questo, lontano quel tanto che basta a non addormentarsi del tutto.


Oggi solitari, voi che vivete separati, voi sarete un giorno un popolo. Quelli che si sono designati, essi stessi formeranno un giorno un popolo designato ed è da questo popolo che nascerà l’esistenza che supera l’uomo”.

(Vuoi vedere che Nietzsche aveva ragione?)



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A quelli che sono in viaggio
post pubblicato in Diario, il 8 agosto 2008
Perché di un viaggio possa compiersi il suo senso più profondo, è necessario che esso smentisca il suo obiettivo. Si parte per cercare qualcosa e se ne trova un'altra, e questa è la natura essenziale di ogni viaggio che possa dirsi tale.

mm, Manuale distruzioni


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Complici, Alleati e Gregari
post pubblicato in Diario, il 19 luglio 2008
Ci sono tre modi d’essere nell’imbastire relazioni:

I Complici: sono coloro che mettendo da parte ogni valore e ragione, operano al raggiungimento di un unico obiettivo comune circoscritto nel tempo, raggiunto il quale si possono anche tradire tra loro. I complici sono tra loro uguali ma dicono di essere diversi.

Gli Alleati: sono coloro che mettendo sul tavolo le loro ragioni e i loro valori, pur diversi, operano al raggiungimento di obiettivi compatibili e complementari. Gli alleati sono tra loro diversi ma intuiscono, al fondo, di essere in qualche modo simili.

I gregari: accettano passivamente le ragioni degli altri facendole proprie. Più che di individui, trattasi di massa mobile e proteiforme ricercata dai complici ed invisa agli alleati.

La guerra si combatte con gli Alleati, che al momento giusto sanno essere anche buoni nemici.

mm, Manuale Distruzioni.



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Svelare e rivelare
post pubblicato in Diario, il 6 giugno 2008
Un’opera d’arte è tanto più tale quanto più è prossima al principio d’indeterminazione. Tutto ciò che di essa può essere pienamente compreso e trasmesso rappresenta il suo valore residuale. Probabilmente la differenza tra una rappresentazione artistica ed una scientifica è tutta qui: la prima s’impone per ciò che rivela (pone un nuovo velo), la seconda per ciò che svela (toglie un velo). Il fatto è che dietro i veli potrebbe non esserci nulla di veramente interessante.

mm


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Atleti dell'anima
post pubblicato in Diario, il 1 aprile 2008
Ci sono quelli che vengono schiantati dal dolore. Quelli che diventano pensosi. Quelli che parlano del più e del meno sull’orlo della tomba, e continuano in macchina, del più e del meno, neanche del morto, di piccole cose domestiche, ci sono quelli che dopo si suicideranno e non glielo si legge in faccia, ci sono quelli che piangono molto e cicatrizzano in fretta; quelli che annegano nelle lacrime che versano, quelli che sono contenti, sbarazzati da qualcuno, quelli che non riescono  più a vedere il morto, tentano ma non ce la fanno, il morto ha portato con sè la propria immagine, ci sono quelli che vedono il morto ovunque, vorrebbero cancellarlo, vendono i suoi tre stracci, bruciano le sue cose, traslocano, cambiano continente, ci riprovano con un vivo, ma niente da fare, il morto è sempre lì, nel retrovisore, ci sono quelli che fanno il pic nic al cimitero e quelli che lo evitano perchè hanno una tomba scavata nella testa, ci sono quelli che non mangiano più, quelli che bevono, quelli che si domandano se il loro dolore è autentico o costruito, ci sono quelli che si ammazzano di lavoro e quelli che finalmente si prendono una vacanza, ci sono quelli che trovano la morte scandalosa e quelli che la trovano naturale con l’età-per-cui, circostanze-che-fanno-sì-che, è la guerra, è la malattia, è la moto, la macchina, l’epoca, la vita, ci sono quelli che trovano che la morte sia la vita.

E ci sono quelli che fanno una cosa qualsiasi. Che per esempio si mettono a correre.

Daniel Pennac, La fata Carabina, Milano, 1996.

(dedicato al Ribelle da parte dell'Amico Berlinese DerNeku)

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Gli uomini dell’Otium e del Negotium
post pubblicato in Diario, il 30 marzo 2008
L’Otium - a dispetto del detto - non vanta alcuna parentela col Vitium.
In quanto intonazione esistenziale, L’Otium è contrappunto del Negotium.

Il Negotium cerca i luogotempi degli scambi simmetrici, del commercio, della razionalità strumentale, del sinallagma, del marciare, delle identità forti ("io sono" e "tu sei"), del do ut des, dello spiegare, della suddivisione, della diritto di proprietà, del contare, del misurare, dell’arrivare, della tregua, dell’informare, della competizione, del prezzo, della norma, della sfida, della moda, della certezza, del riconoscimento, dell’opportunismo, dei risultati, della strategia, dell’attacco, del pensiero logico che segmenta e distingue, del meccanico, del tempo/denaro.

L'Otium, dal suo canto, è il luogotempo prediletto delle asimmetrie, del dono, della ragionevolezza, della stretta di mano, del passeggiare, dell'identità fluente e mai calcificata, della prodigalità, dell’interpretare, della condivisione, del piacere di alterità, del cantare, del valutare, dell’agorazein, del riposo, del dialogare, della contemplazione, del valore, dell’usanza, dell’invito, dello stile, della relatività, della riconoscenza, del kairos, dei frutti, della composizione, della continuità, del pensiero analogico che scorge somiglianze, dell’organico, del tempo/durato.

Accadde che in uno dei luoghi più riusciti al Dio Creativo giunsero i primi uomini. Ed erano uomini dell’Otium.

Un popolo protetto dall’Otium, collocato nel luogo prediletto al Dio, non avrebbe potuto esprimere alcuna propensione per la guerra, né avrebbe saputo riconoscere alcuna logica strategica e/o gerarchica. Il popolo dell’Otium, non contemplando nella sua forma mentis la categoria di “nemico”, mostrava come primo istinto quello di ricevere chiunque come ospite benvenuto.

Ma questo espose gli uomini dell’Otium a un risvolto increscioso.

Dopo gli uomini dell’Otium, giunsero infatti nelle terre care al Dio, gli uomini del Negotium, che compresero di quale paradiso si trattasse e di quali e quanti negotia si potessero intraprendere.

Gli uomini dell'Otium non conoscevano né guerra né nemici, per questo accolsero benevoli i nuovi arrivati.

Gli uomini del Negotium, credendo di avere campo libero per ogni agire, travisarono la pacificità di quelli dell'Otium, imponendo loro condizioni predatorie che, proprio perché non riconosciute come tali (nemmeno la categoria di "preda" era nota agli uomini dell'Otium), furono sulle prime accolte senza negoziazioni, salvo poi a scoprire che era in gioco la sopravvivenza.

Gli uomini dell'Otium dovettero allora difendersi ma non avendolo mai fatto, lo fecero nel peggiore dei modi: non attraverso l'uso accurato di tattiche e strategie ed armi d'ordinanza (fosse pure il logos del sofista o il diritto) ma con tutto ciò che capitava loro tra le mani, disordinatamente e senza nessuna consapevolezza di quanto stesse accadendo, producendo danni più a se stessi che agli altri, anche per incapacità di riconoscere il confine tra se stessi e gli altri, tra i nemici e gli amici, cosa che gli uomini del Negotium sapevano fare molto bene.

Ogni forma di confusa difesa perpetrata dagli uomini dell'Otium alimentava la loro sconfitta ed un rafforzamento sempre più evidente degli uomini del Negotium.

Gli uomini dell'Otium non impararono mai la guerra ma dovevano pur difendersi, sicché nel tempo alcuni di loro, credendo la cosa più conveniente, vollero a un certo punto somigliare agli uomini del Negotium.

Altri lasciarono degenerare la loro intelligenza in furbizia e continuarono ad escogitare ogni forma di anarchica ribellione verso gli uomini del Negotium, vedendo ormai in essi i predatori da cui difendersi anche quando, forse, non lo erano del tutto e qualcosa del Negotium avrebbe potuto arrecare di buono all'Otium.

Altri uomini dell'Otium preferirono il silenzio e la fuga.

Alcuni uomini del Negotium intuirono, dal loro canto, quel che di buono gli uomini dell'Otium poteva loro recare, ma era troppo tardi: gli uomini dell'Otium o erano ormai diventati come loro, o subdoli nemici da combattere, o erano silenti e in fuga.

Gli uomini dell’Otium e del Negotium adesso vivono l’uno accanto all’altro ma non sanno riconoscersi, ciascuno nascosto e confuso nell’altro. Perché possano di nuovo guardarsi, bisognerà che ricompongano i loro immaginari.


Max Maraviglia, L'uomo col fazzoletto e altre micronovelle

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Repliche improbabili
post pubblicato in Diario, il 29 marzo 2008
Di un viaggio non sono i posti a incuriosirmi: chiese, musei, paesaggi, monumenti e quant’altro si possono anche vedere in foto e con un supplemento ragionevole dell’immaginare, persino delle foto si può fare a meno. Di un viaggio m’interessano anzitutto le persone che s’incontrano, portatori di racconti da ascoltare attraverso i loro occhi, ai quali cedo volentieri il posto dei miei, che sono appena due.
Ero in uno dei miei viaggi a piedi, in una città che ancora non memorizzavo bene. Nel mentre che cercavo la strada per tornare a casa, scoppiò un diluvio e mi dovetti riparare sotto un porticato.

Passa un vecchietto sorridente e con ombrello… mi sento autorizzato a domandargli se sappia dove possa procurarne uno e lui: “venga, l’accompagno”. Camminiamo sotto la pioggia, lo ringrazio e lui mi dice che essere cortese gli dà un grande piacere, che a stare per il mondo ha imparato a raccogliere… mi racconta:


"Ho viaggiato e conosciuto tante persone in vita mia e mi creda, caro giovanotto, tutti mi hanno offerto qualcosa. Non ho fatto molta scuola, ma ci sono state due o tre persone che mi hanno insegnato cose importanti. Le sembrerà strano, ma una di quelle più importanti me l’ha insegnata un mio coetaneo quando avevo poco più di dodici anni. Da ragazzino cercavo continuamente l’occasione per fare a botte. Avevo una bicicletta, e c’era un mio coetaneo che ogni giorno incontravo per la strada. Non so perché, forse mi irritava la sua faccia contenta, sebbene andasse a piedi e non in bicicletta, sta di fatto che ogni volta che lo vedevo mi veniva voglia di spaventarlo. Per questo, ogni volta che lo incrociavo, gli andavo contro con la bicicletta di corsa e poi deviavo all’ultimo centimetro. Lui non reagiva ed io m’incaponivo. Poi un giorno la strada era bagnata e per frenare all’ultimo secondo, slitto, cado e mi straccio i calzoni. Lui mi si avvicina con calma, mi rialza la bicicletta e mi chiede “ti sei fatto male?” Io non compresi quel comportamento, però provai tanto stupore che quando mi rialzai, mi sembrò che qualcosa nei miei occhi era cambiato… da allora mi piace molto sorridere".

La cosa che più mi piacque del sorriso del vecchio, fu che io quella storia la conoscevo, perché tanti anni addietro, in altra città, la vissi anche io, esattamente in quel modo, ma in quella improbabile replica di una stessa scena, in altro tempo e in altro luogo, io ero il ragazzo senza la bicicletta. L’altro non era l’uomo dell’ombrello, ma un’altra persona ancora. Un attimo prima dell’incontro, in quella città che non conoscevo, mi stavo domandando: “sarà questa la strada giusta?”

Max Maraviglia, L'uomo col fazzoletto e altre micronovelle



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Frammento di economia immaginaria
post pubblicato in Diario, il 29 marzo 2008
 - Dobbiamo immaginare un altro mondo. Anzi, lo stesso mondo, ma in un altro modo. Magari partendo dal poco. Prendi la palestra di Zuppetta. Quanti gommoni ogni giorno si vanno a palestrare? Quanti pesi vengono sollevati? Quante cyclette e tapis roulant girano e rigirano nel vuoto a perdere? Non sono un ingegnere, però non è difficile credere che con un sistema di dinamo appropriate tutta quell’energia umana potrebbe essere riutilizzata e trasformata in energia elettrica. E quell’energia potrebbe essere adoperata per un gruppo elettrogeno che abbasserebbe i consumi d’energia della palestra stessa. Abbassando le spese di gestione, Zuppetta, fatti i dovuti ammortamenti dei nuovi impianti ad energia umana, potrebbe applicare ai suoi clienti tariffe più basse. Poi ci stanno le spese di pulizia: se ognuno si prendesse la briga di sporcare il meno possibile, Zuppetta potrebbe chiamare, invece di tre volte a settimana, dico per dire, l’impresa di pulizia, magari due, con ulteriore alleggerimento delle spese. E invece la gente sporca, perché pensa che è normale, perché tanto c’è chi pulisce. Ma se si sporca di meno, dirai tu, ci sarebbe meno lavoro per quelli che puliscono. Poco male, ti dico. Vuol dire che quelle persone potranno fare altri lavori. Potranno, ad esempio, essere impiegati al montaggio delle dinamo che servono a sfruttare l’energia dei palestranti. Si, è vero, questo è un lavoro più difficile, ma secondo me non è qui il problema. Le persone si adeguano alquanto facilmente alle novità, checché se ne dica. Specie se sono buone. Il problema vero sta nei luoghi in cui si decide, dove non si sa perché si ritrova quasi sempre gente priva di ogni senso di immaginazione, e senza l’immaginazione le soluzioni si consumano e quando si consumano non c’è più tempo d’immaginare: l’urgenza, mal s’accorda con l’immaginazione, che ha bisogno di pazienza, di gioco, di piccoli errori da rimodellare. Sicché, quando le strade note e battute da tempo cominciano a franare, e sei costretto a trovarne altre, l’immaginazione pressata dall’urgenza tace o produce bruttezza. Il potere non ha alcuna immaginazione, eppure è strano, perché l’immaginazione è un potere. L’immaginazione è allenamento al riconoscimento della bellezza… la parte in ombra del possibile e ancora non visibile delle cose, la soluzione inattesa, elegante, la scoperta della via d’uscita dal noto e dal collaudato… la bellezza, alle volte, è come un tornare indietro dal vicolo cieco, riparare l’errore piuttosto che gettare, o rigenerare ciò che si è consumato, ma prima che si consumi del tutto. Ricominciare daccapo ogni volta per poi trovarsi allo stesso punto di saturazione, nello stesso vicolo cieco o uno simile, è indice di bruttezza, così come lo è pensare che ogni cosa sia di per sé, per sempre. Le cose possono essere per sempre, ma vanno nutrite d’immaginazione. Altrimenti finiscono prima che si possa ancora immaginare.

(Max Maraviglia, La strategia dello Stupore - discorso di Guido Polluce)

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Segmento sull’identità
post pubblicato in Diario, il 29 marzo 2008
 Identità? Schifezza di parola, come amore. Sono come quei barattoli in cui fuori c’è scritto “sale” e per lo più ci metti dentro altro, non sai nemmeno cosa.
L’unico, vero segno tangibile di un’identità è la carta d’identità. Tutto il resto è fuffa.
Identità sono le bende dell’uomo invisibile. Le vai a sciogliere e dietro non c’è niente.
L’identità ha senso solo se è un gioco. Chi pensa che l’identità sia una cosa seria, è affetto dalla stessa demenza di un tifoso della curva C. La storia, di per sé, non produce nessuna identità, anzi, solo pura entropia. Il bisogno d’identità è tipico di chi teme di non essere nessuno. Chiunque abbracci a corpo tonico la vita prende atto del dovere rinunciare all’identità. L’identità è fissità e mal s’accorda con la vita, che è costante liquefazione e rimodellamento. La ricerca dell’identità è il bisogno ottusamente egoistico di chi, non riuscendo a spendersi nel riconoscere gli altri (molto lavoro la cosa comporta), pretende dagli altri di essere riconosciuto. Un uomo che cerca la sua identità è pari a un folle che cerca di bloccare con le mani la sua ombra. L’identità è solo l’ombra che la presenza di ciascuno proietta sulla vita di qualcuno, quando c’è un po’ di luce.


(Max Maraviglia - da La Strategia dello Stupore)

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Sul potere dell’immaginare
post pubblicato in Diario, il 28 marzo 2008
Parto da un teorema: Se gli uomini definiscono le situazioni come reali, esse saranno comunque reali nelle loro conseguenze (W. Thomas).

Ciò che pensiamo ha in qualche modo a che vedere col reale, questo è chiaro. Meno chiaro è che ciò che è reale ha in qualche modo a che vedere con ciò che pensiamo. Di fatto, per un naturale meccanismo di retroazione (in virtù del quale cause ed effetti tendono a sovrapporsi) ciò che accade incide su ciò che pensiamo, ma allo stesso modo ciò che pensiamo incide su ciò che accade (più che un gioco di parole, si tratta della c.d. “profezia che si autoavvera”).

Senza andare a scomodare Foucault e la questione delle "pratiche discorsive", credo si possa tentare una qualche riflessione sul potere dell'immaginare. Appartengo a una generazione che in uno dei suoi slogan gridava di “immaginazione al potere”. Oggi, con qualche indizio in più, parlerei di potere dell’immaginazione.

Penso a questa straordinaria funzione del pensiero come a un filo delicatissimo che interconnette il fattuale e il potenziale.

Senza discutere se esista o meno un reale che abbia un suo statuto ontologico autonomo, ci basti in questa sede dire che, nell'accezione comune, il termine "reale" indica qualcosa di alquanto evidente, ciò che definirei il "denotativo", il "fattuale" dell'esistenza, che appare nella sua immediatezza e proprio per questo è per lo più poco soggetto ad una paziente azione immaginifica ed ermeneutica: le guerre, ad esempio, sono "reali" in questo senso, sono fattualità talmente evidenti che - proprio perché tali – non possono essere oggetto d’immaginazione ulteriore, anzi, bruciano ogni immaginazione ulteriore, azzerano ogni possibilità ulteriore, e questo grazie anche alla loro invasiva fattualità restituita sotto ogni forma di rappresentazione possibile (ma non d’immaginazione), di fiction o di cronaca che sia (peraltro nella forma assai simili tra loro).

Ora, io credo che restituire il fattuale sotto una qualche forma di rappresentazione, alimenti sì il reale, ma fondamentalmente non lo cambi, anzi.
Non che tutto vada cambiato. Probabilmente nulla può essere cambiato, ma questo non ci affranca dalla responsabilità di immaginare altri modi, altri mondi possibili, visto che non è detto (spiace per Leibniz) che questo nel quale viviamo sia il migliore.

Vengo all’idea/chiave di questo contributo e, semplificando di molto, dico che per modificare il reale credo sia necessario modificare gli immaginari. Imparare a leggere non solo il fattuale, ma soprattutto il potenziale: immaginare credo voglia dire sostanzialmente questo, intravedere ciò che non è ancora visibile. Provo ad argomentare questa affermazione.

Abbiamo detto che l’immaginario prende spunto dal reale, ma è pur vero anche il contrario.
Noto è pure che l’enorme macchina mediatica produca immaginari di serie in quantità industriali, lavorando, quale materia grezza, ciò che di più esteticamente (e dunque eticamente) deprimente il reale sia in grado di esprimere: il brutto (come il male) è sufficientemente banale da poter essere distribuito capillarmente.

Numerosi esempi tratti dall’esperienza di ogni giorno lasciano presumere che la recidivia (ana)estetizzante con cui si continua a rappresentare quanto accade nella realtà, produca un effetto di rafforzamento e ridondanza della realtà stessa, soprattutto nei suoi aspetti peggiori (che sono quelli maggiormente lavorati dalla macchina mediatica).

Ecco perché verrebbe da dire che il danno procurato dalla violenza mediatica, probabilmente, non è tanto relativo agli effetti emulativi che essa può sortire (peraltro non ancora sufficientemente provati) quanto al contributo che essa fornisce - attraverso la reificazione delle immagini rappresentate (ma non immaginate) - alla definizione di una valenza ontologica, di una dignità estetica e, in ultima analisi, di un’identità visibile e riconoscibile della bruttezza, in tutti i suoi avatar (dalle guerre ai giovani orchini assassini, dallo spettacolo del riso a tutti i costi ai sacchetti dell’immondizia per le strade).

Il camorrista (penso a quanto racconta Saviano nel suo Gomorra), ad esempio, si nutre delle immagini mediatiche che parlano di lui e attraverso questo gioco speculativo egli rafforza la sua immagine/rappresentazione e conseguentemente la sua identità che, di per sé (senza rappresentazione), sarebbe poca cosa, avrebbe il sapore della invisa “normalità” di un impiegato del Comune (tra i quali annovero alcune persone extra-ordinarie, è bene dirlo).

Presumo dunque che l’eliminazione o la parziale riduzione di tali meccanismi riflessivi realtà/rappresentazione potrebbe probabilmente rendere più disagevole, a certi tipi di concrezione del reale, il consolidamento della propria identità: questa è l’ipotesi di lavoro che propongo e che cerco di portare avanti.

Ciò diviene particolarmente necessario in un momento nel quale il concetto di visibilità è pienamente assimilabile, nella percezione diffusa delle nuove generazioni (e non solo), a quello di esistere. L'istinto di sopravvivenza, nella caotica semiosfera in cui sopravviviamo, si traduce in una corsa forsennata verso un qualche sprazzo di visibilità, quasi come se l'invisibilità fosse sinonimo di morte (e a certe condizioni di fatto lo è).

Cosa accadrebbe se si eliminasse ciò che si potrebbe definire “ossigeno mediatico” ad alcune modalità del reale? Probabilmente finirebbero asfissiate per assenza d’identità.

Ovviamente non si propone di tacere per fingere che porzioni di realtà non esistano (meccanismo, peraltro, che i poteri mediatici forti tendono notoriamente ad applicare rispetto a realtà ritenute o poco “notiziabili” ovvero “scomode”), quanto piuttosto di tentare una loro “messa in ombra” per attenuare la devastante potenza riflessiva e conseguentemente duplicativa che il sistema mediatico, con le sue immagini simulacro, produce rispetto alle realtà/immondizia. Via gli specchi.
C’è una disonestà di fondo o, nel migliore dei casi, una sostanziale ingenuità nel credere che la denuncia del misfatto (di qualsiasi natura esso sia) abbia il sacro compito di risvegliare le coscienze critiche, per il semplice motivo che il sistema mediatico, nel suo complesso, vuoi per i ritmi di fruizione che impone, vuoi per le logiche che muovono le sue scelte, non sembra in grado di risvegliare nessuna coscienza critica. Al più, è in grado di eccitare il voyeurismo e la curiosità morbosa, sollevare qualche gridolino di sdegno che poi si smorza lì, davanti a una nuova pietanza sanguinolenta. Via le diete cannibale.

Sgombrare lo spazio dell’immaginario dall’immondizia sembra essere l’unico modo “realistico” per continuare a credere che un giorno, magari non troppo lontano, si possa sgombrare lo spazio reale dalla stessa immondizia, perché un altro potenziale si possa tradurre in altro reale.

Non si può chiedere al sistema mediatico di adempiere a questa funzione, sarebbe come chiedere a un ateo di convertirsi o ad un analfabeta di leggere un libro: può accadere, ma dopo un lungo processo che deve prendere le mosse dal diretto interessato (che di norma non è affatto interessato).
Nel frattempo, c’è lo spazio dell’arte. Se esiste ancora la possibilità di recuperare un senso all’arte (che è il senso del gratuito, del dispendioso e del magnificamente inutile, al pari della filosofia), questa andrebbe ricercata – probabilmente – esattamente nella ricostruzione degli immaginari, attraverso l’esercizio di ciò che definirei “la strategia dello stupore”.

Penso soprattutto alle arti meno dispendiose, perché meno sarà il denaro di cui necessitano per le loro messe in opera, meno saranno soggette alle logiche di mercato.

La letteratura, che è certamente la meno dispendiosa (con internet peraltro le logiche editoriali tradizionali possono essere bypassate, almeno in parte) e immediatamente a seguire il teatro, possono essere le arti in grado di assumersi l’ingrato (ingratificabile) compito di ricostruire gli immaginari, attraverso il continuo riferimento ad una filosofia “pratica”.

Arte di logos e di corpi, dunque, più che di immagini intese in senso stretto.

Compito che ha il sapore di un’utopia, se si pensa che la stessa letteratura (o almeno ciò che in genere viene mercificata per tale), come parte integrata di un sistema, è essa stessa soggetta alle c.d. “leggi di mercato”, leggi che sembrano sempre più “trascendenti” (chi è che stabilisce quali siano queste leggi, quale entità ectoplasmatica e cocciuta incapace d’immaginare altre leggi è costui?) e rispetto alle quali quasi nessuno più sembra volersi opporre.

Ricordo, a questo proposito, la frase, non ricordo di chi, citata spesso da un mio compagno di liceo: “per smantellare un sistema devi lavorarci dall’interno”. Dove sono i “guastatori”? Vi prego, seppure con molta discrezione, se ci siete (e ci siete) date un segno della vostra presenza.

Max Maraviglia

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Cantieri dello stupore?
post pubblicato in Diario, il 28 marzo 2008
Credo, come molti, nell’immenso potere d’interscambio che il mezzo telematico consente. Per mestiere – ma direi più per attitudine esistenziale – leggo, ascolto e prendo appunti su quello che vedo, da filosofo “pratico” quale immagino di essere.

Di norma opero con un taccuino, sul quale annoto considerazioni, spunti, idee sulle quali poi ritorno per tentare una qualche forma di riordino (un racconto, un testo teatrale, o più semplicemente una riflessione da condividere con un amico o uno studente, con chi ne ha voglie e tempi). È un’abitudine che coltivo da molti anni e che invito ad acquisire, tutti coloro che hanno iniziato a percepire il dovere/godere di opporre la loro piccola resistenza all’anestetico che la quotidianità, coi suoi ritmi e i suoi automatismi, inietta nelle persone per renderle carne da macello e poi fagocitarle.

Coltivo amici. Tra questi, Maurizio Manzieri, eccelso illustratore di Letteratura Fantasy, col quale ier l’altro parlavamo della necessità di un blog. Mi ha raccontato lui cosa ne fa e la piccola idea è saltata fuori: aprire un taccuino digitale sul quale anche altri possano scrivere e lasciare i loro appunti, uno spazio di riflessione personale e pubblica a un tempo, una sorta di finestra aperta dalla quale chiunque, passando in volo, possa dare uno sguardo su questi quaderni e, se lo vorrà, lasciare un appunto.

Ho intitolato questo blog Cantieri dello Stupore per motivi che io stesso non ho inteso ancora chiarirmi del tutto (altrimenti che stupore sarebbe?). Lancio un primo messaggio in bottiglia. Ove mai qualcuno navigando lo raccoglierà, provi a immaginare e risponda per favore: cosa si produce nei Cantieri dello Stupore?


Max Maraviglia



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