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A distanza di un anno, una nota di libertà
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 18 aprile 2009
La libertà ha un peso enorme, perché implica responsabilità di scelta. Forse è proprio in virtù di questo suo peso - intuito più che esperito - che molte persone, pur dichiarando di voler godere di una certa libertà, preferiscono permanere in una qualche sorta di rassicurante schiavitù.

(18/04/08, appunto dal Manuale Distruzioni)



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Le onde di possibilità
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 21 luglio 2008
Comincio col credere che la poesia più alta e i maggiori nutrimenti per l'immaginazione attualmente possano giungere dalla fisica quantistica. Date un po' uno sguardo al link che segue. Chiunque sappia qualcosa in più a proposito, metta a disposizione.


http://www.youtube.com/watch?v=vSdoHL9AG38




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permalink | inviato da Max Maraviglia il 21/7/2008 alle 13:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
La vita come opera d’arte – postilla sul preartista
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 5 maggio 2008

Se esiste una differenza tra le concrezioni della realtà e quelle prodotte e raccontate da una qualche forma d’arte, tale differenza è tutta qui: la realtà grezza è pura entropia, piegamento e ripiegamento continuo sul caso e sulla convenienza del momento, opportunismo spicciolo, tempo corroso, primario bisogno ipertrofico e obeso vestito talvolta da un qualche straccio di “nobile” idealità. A meno che non ci si voglia appellare a un criptico criterio compositivo d’ordine divino, bisognerà prendere atto che gli accadimenti della realtà sono contraddittori, ingiustificati e/o ingiustificabili, noiosi, rumorosi, frammentari, inconcludenti… in una parola: brutti.

L’opera d’arte, in quanto tale, versa al bello, non tanto perché vada alla ricerca di forme puntualmente gradevoli ai sensi (al contrario: le tendenze da un secolo a questa parte indicano tutt’altra direzione) quanto piuttosto perché rivela in controluce innervati di senso e coerenza interpretativa, anche quando sembra riferirsi a ciò che, nella realtà, apparirebbe in sé privo d’interesse e residuo di pura accidentalità.

Questa forma di bellezza non è solo appannaggio dell’artista propriamente detto (ammesso che esista una dicibilità propria dell’arte e dell’artista) dedito ad una disciplina specifica. Chiunque modelli tra le dita, nella testa e con l’ardire dell’addome la materia grezza dell’esserci per conferire ad essa coerenza compositiva nel senso qui inteso, meriterebbe a buon diritto almeno il nome di preartista.

mm


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Ermeneutica delle casualità bizzarre: un caso di omonimia
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 15 aprile 2008
La filosofia pratica (o integrante? O esperita?) qui immaginata, tra le sue "buone pratiche" potrebbe annoverare anche quella dell’ermeneutica delle casualità bizzarre. Provo questa volta la pratica in questione partendo da un accidente relativo al nome che porto.

Ho un omonimo. Forse due o anche più. Ma uno, in particolare, si occupa di qualcosa di prossimo ad uno degli interessi che coltivo. Qualcosa che, solo per comodità terminologica, potremmo definire filosofia pratica (o integrante,  o anche esperita).  

Sicché, se in un motore di ricerca si digita il nome in questione, viene fuori una congerie d'indizi che lascerebbe immaginare un'unica persona coltivatrice d'interessi e mondi i più diversificati, dal teologico al teatro sperimentale, passando per la musica e la metapolitica.


Per questo - senza molta fanasia, lo riconosco - iniziai da un certo momento in poi a siglare con l'abbreviativo Max (in uso tra i miei amici) i contributi  pubblicati sul web, confidando nel fatto che il mio omonimo trovasse a sua volta altri espedienti che almeno arginassero questo quasi inevitabile (per certi versi molto teatrabile) scambio/agglutinamento di persone.

Tuttavia, da cultore di nomi, credo profondamente nel nomen omen dunque  immagino che rimodellare le vibrazioni del suono e del ritmo che accompagna il dipanarsi di una certa esistenza, possa comportare persino modificazioni nei tracciati dell' esistenza stessa... chiamare Peppe o Beppe o Pippo o Peppino o Giù o Giuseppe qualcuno, non sarebbe una cosa da fare con tanta leggerezza... è un po' come cambiare arrangiamento ad una melodia. Resta la melodia, ma la sua resa è affatto diversa. Tutto questo per dire che restringere un Massimo in Max può essere una cosa non priva di qualche conseguenza ritmica anche nella scansione degli eventi.


Espando la parentesi: ho sempre creduto che i bambini che avrebbero dovuto avere un nome e poi ne abbiano ricevuto un altro ménino poi un’esistenza un po’ incerta e confusa. Dirò di più: non bisognerebbe mai scegliere il nome, quanto piuttosto chiedere al nascituro (nei tempi e nei modi appropriati) “com’è che ti chiami?” e rispettare quel nome, che piaccia o meno. Incauti (mi perdonino) quei futuri genitori che fanno lunghi elenchi di nomi alla ricerca di quello che piace di più e che fino all’ultimo non sanno quale affibbiare (perché di affibbiatura vera e propria in questo caso si tratta), o che impongono nomi di persone defunte o ancora in vita che non calzano appropriatamente al nascituro il quale, se solo un po’ lo si ascoltasse, direbbe il nome suo, e nomen amen. Consiglio (se mi è consentito) ai futuri genitori: non fate lunghi elenchi di nomi possibili per il nascituro; limitatevi semplicemente ad ascoltarlo. Quando verrà il momento, sarà egli stesso a dirvi come si chiama. Prendete nota e registrate.

Torniamo al tema principale di questo contributo.

Ogni caso di omonimìa è (si passi l'iperbolicità dell'affermazione) una sorta di microattentato accidentale all’identità di una persona. Il nome è una delle poche cose che, di norma, accompagna immutata per tutto il tragitto: cambiano l’aspetto, la voce, i pensieri, i luoghi, i compagni di viaggio, i gusti, le emozioni ma il nome resta immutato lì, a ricordarti non tanto chi sei (questo nemmeno un nome lo può garantire) ma che sei. Sei perché hai un nome, un nome, che è condizione minima, necessaria - seppur non sufficiente - ad esistere.

La casualità bizzarra che qualcuno indossi il tuo stesso nome diviene allora quasi una sorta di negazione di questa originaria, fragile e minimale forma d'identità. Questa circostanza, sebbene sul piano personale possa produrre una qualche forma di disagio (ciascuno è fortemente attaccato a tutto ciò che può produrre identità, nessuno rinuncia facilmente a quel bisogno quasi primoridale di distinzione e riconoscimento), è interpretabile tuttavia anche come un'ulteriore sollecitazione che il caso ha voluto generosamente elargire,  a ripensare il concetto d'identità, concetto al quale attribuirei molti dei danni - compreso quelli ecologici - della cultura contemporanea.

Senza contare l'aspetto teatrabile di questa accidentale circostanza... un caso di omonimìa così improbabile (da sembrare quasi inventato) non può non divenire anche uno spunto di gioco, un'opportunità di dialogo (o, meglio ancora, di metàlogo) con un'alterità portatrice di uno stesso nome ma in altre oscillazioni esistenziali.
 
Per questo invito il mio Omonimo a questo tavolo di gioco, ad esplorare insieme l'idea d'identità, questo pugno di segni ed indizi che rimandano sempre ad un altrove, a una deriva di derridiano sapore.

Naturalmente, sia benvenuto chiunque, anche con Altro Nome, voglia sedersi a questo tavolo di gioco. Non di sfida, di gioco sull'identità. 

mm

Qualche regola per un metodo senza discorso
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 9 aprile 2008
I livelli raggiunti dalle tecnologie lasciano intravedere la possibilità, da parte dell’uomo, di poter fare e, da certi punti di vista - non so fino a che punto condivisibili - anche meglio (ove sia mai possibile) di quanto già la natura faccia di suo. Emula le sue regole, le scompone, le riproduce, le altera. Resterebbe da vedere cosa ne pensi la natura di tutto questo e probabilmente la risposta arriverà quando meno la si aspetta (non credo per vendetta divina – mi piace immaginare un Dio troppo preso dal Bello per dedicarsi a questioni piccinine come la vendetta - ma solo perché le risposte dei sistemi complessi sono estremamente difficili da prevedere). Nel frattempo, resterebbe da stabilire una regola positiva che stabilisca i limiti entro i quali poter muovere i passi.

Si ricade allora nella congerie di voci discordanti che emergono ogni volta in cui entra in gioco la riflessione e l’ipertrofia simbolica caratteristica dell’agire umano, che in questo senso non ha nulla di naturale (la natura si manifesta per quello che è, non ha bisogno di simboli): chi chiama in causa la vita come dono da rispettare in sé, chi parla di qualità della vita, chi di responsabilità verso le future generazioni, chi di necessità di inoltrarsi fin dove è possibile senza limiti di sorta alcuna.

La stessa ipertrofia che si manifesta ogni qual volta si debbano stabilire delle regole attraverso cui ridistribuire risorse e che genera più irregolarità di quanto non sia necessaria alla trasformazione, cancellando del tutto ogni praticabilità di una regola positiva e, al contempo, desensibilizzando verso ogni ascolto di una regola naturale.

Così, sospesi tra un’impraticabilità di fatto di una regola positiva e sufficientemente irrigiditi da non percepire più la regola naturale, rischiamo tutti di trasformarci in cellule cancerose.

Senza un discorso compiuto su cui fare affidamento posso però provare, da cellula quale sono e non al centro dell’organismo, a eludere questo risvolto, a ricomporre qualche regola su cui imbastire un metodo. D’altronde fa parte del mio mestiere di cellula.

Il metodo immaginato, tra le altre azioni di cui forse si parlerà più avanti, prevede due domande da farsi la sera prima di chiudere gli occhi:

1) Cosa ho assorbito, trasformato e restituito?
2) Era tutto quello che era possibile assorbire, trasformare e restituire alle condizioni date?

Date le risposte si chiudano gli occhi e si riposi benedicendo la notte che non ama confusioni e che puntuale ricorda la sua regolarità.


mm


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permalink | inviato da ubumax il 9/4/2008 alle 23:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L’inibizione da contatto
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 9 aprile 2008
Vale la pena notare come certi fenomeni sociali si conformino allo stesso principio degenerativo dell’ inibizione da contatto: maggiori sono le vie di comunicazione che una cellula chiude intorno a sé, maggiore sarà la possibilità di tramutarsi in un cancro. Il bello e l’inquietante di certe regole è che sembrano agire sia sui corpi sottili, eterei, spirituali, sia su quelli di maggiore consistenza materica.

Sicché la metafora del cancro spesso usata nel dire comune per indicare alcuni fenomeni sociali adombra una semplice regola naturale.

Si potrebbe dire che anche la disattesa dell’ inibizione da contatto da parte di alcune cellule sia a sua volta un principio naturale, e di fatto lo è. La scienza più recente sembra aver dimostrato che nell’organismo umano processi tumorali siano costantemente in atto, per poi essere per lo più riassorbiti senza che il soggetto interessato se ne renda conto (per chi volesse saperne di più sull’argomento può leggere Randolph M. Nesse - George C. Williams, Perché ci ammaliamo, Torino, 1999). Resta però il fatto che la regola è quella dell’ inibizione da contatto, ed è essa a garantire la perpetrazione dell’organismo.

Possiamo ipotizzare che tutte le regole naturali abbiano un carattere omeostatico, siano cioè destinate a ricomporre continuamente l’equilibrio dinamico dell’organismo. Se questo è vero e se la biologia ci insegna qualcosa, possiamo però anche ipotizzare che ogni irregolarità ha lo scopo di innescare una crisi di fronte alla quale l’organismo ha due principali opzioni risolutive: collassare oppure ritrovare un nuovo equilibrio ma ad uno stadio diverso (evito la parola evolutivo perché troppo carica di accezioni che andrebbero sottoposte ad una revisione critica) rispetto a quello iniziale. L’esito dipende dalla dimensione dell’irregolarità e dalle capacità immunitarie dell’organismo di riassorbirla.

Posto in questi termini il ragionamento ne conseguirebbe che anche il cancro e, più in generale, ogni irregolarità avrebbe la sua ragion d’essere, al pari di una regola. La regola conserva, l’irregolarità trasforma. Conservazione e trasformazione sono ordini concettuali che sembrano ravvisabili in ogni manifestazione della natura.

Si può applicare lo stesso ragionamento alle regole e alle irregolarità “positive” (quelle cioè prodotte dall’uomo) e dunque riconoscere una legittimità o quanto meno una funzionalità comprensibile anche all’irregolarità positiva, oltre che alla regola?

Francamente trovo difficile trovare una risposta a questa domanda. Dipende da come si voglia considerare l’uomo rispetto alla natura, se reputarlo sua componente al pari tra altre, ovvero sua protagonista, antagonista o deuteragonista. Idee in merito?

mm


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Regole e Anomìa
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 8 aprile 2008
L’anomia forse nasce da qui, dall’enorme disaccordo circa i principi generativi delle regole, che una razionalità strumentale e dopata dall’idea di sviluppo, progresso, possesso e competitività ha moltiplicato fino all’inverosimile.

Perso il contatto con i principi regolativi naturali, ciascuna cellula del macrorganismo ha iniziato a fare di sé il centro presunto del Tutto (un Tutto per niente metafisico, s’intende), con la convinzione sempre più calcificata di potere esercitare il diritto di vampirizzazione sulle altre cellule, all’insegna di parole d’ordine quali sviluppo, progresso, possesso e competitività, per l’appunto. Forse è questa l’estrema conseguenza di una delle marche della modernità: l’idea di un individuo al centro del mondo mosso da un illuminato bisogno di controllo e tutto concentrato a farsi identità.

Nell’organismo prodotto dalla natura nessuna cellula si reputa centro dell’organismo e probabilmente nessuna cellula disputa con altre d’identità. Negli organismi naturali le cellule sono inoltre dotate di una poetica ragionevolezza che scientificamente si chiama inibizione da contatto: è quel fenomeno fisiologico in virtù del quale quando delle cellule che stanno effettuando la mitosi si toccano, l’azione mitotica cessa. In altri termini, smettono di crescere. Una sorta di reciproco rispetto, di presa di contatto e d’atto che ogni cellula condivide con l’altra. Si tratta di un rispetto naturale. Quando viene meno questo rispetto, nascono le neoformazioni, o neoplasie o, per dirla dritta, il cancro.

Il cancro altro non è che un insieme di cellule che hanno perso la capacità di controllo della proliferazione e non rispondono più all' inibizione da contatto con le altre cellule. Hanno evidentemente perso anche la cognizione del fatto che la morte di altre cellule corrisponderà inevitabilmente anche alla loro morte.

Ancora una volta, è un problema di comunicazione che rende inefficace la condivisibilità di una regola. Ragionando in termini reticolari viene da fare un’altra considerazione: è ben significativo che nelle riserve recintate della politica spesso ci si rimproveri di avere esercitato una cattiva comunicazione. Il fatto è che la comunicazione è per suo statuto ontologico sinceramente democratica. A fronte di una insincera democrazia non può esistere che una insincera (dunque cattiva) comunicazione.

mm

Qualche appunto per un metodo senza discorso
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 7 aprile 2008
L’idea di metodo somiglia a uno di quegli oggetti del passato, tra altri impolverati accantonati alla rinfusa negli scantinati della memoria. Il metodo è pazienza, sistematicità, tempo ritmato, prevedibilità, regolarità: tutte cose che sembrano appartenere ad un’archeologia dell’anima e che di fatto non esercitano alcun fascino.

Le irregolarità, di contro, hanno una loro forza magnetica, sembra indubbio. Il fatto è che questa forza si manifesta solo quando c’è una regolarità di riferimento. Dunque perché si rilevi l’irregolarità si necessita del metro della regolarità. Senza di esso non si rileva nulla se non la pura entropia, che è irrilevabile per sua definizione.

Tra le regole positive ce ne sono alcune che sono tanto vecchie da avere fatto perdere la memoria della loro originaria ragione, che pure conservano. Altre che sono solo vecchie e ragione, probabilmente, non ne hanno mai goduta se non per gruppi ristretti d’individui. Ci sono regole implicite, che si stratificano nel dipanarsi quotidiano delle nostre relazioni, in silenzio, senza mai dichiararsi, eppure esercitando tutta la loro forza condizionante nelle nostre scelte.

Altre esplicite, scritte a chiare lettere che sembrano essere state formulate giusto per poi, nei fatti, essere smentite o tradite dai bari di professione. Le regole trovano sempre una loro giustificazione o una legittimazione, più o meno imposte, più o meno condivise.

Sembra superfluo dirlo: ciò che dovrebbe essere oggetto di ragionamento non sono le regole in sé, quanto piuttosto le loro giustificazioni, i processi di legittimazione, le modalità d’imposizione e/o di condivisione.

mm


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Tre aforismi sulla fiducia
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 4 aprile 2008
 1) La fede pubblica è la precondizione dello sviluppo economico (Antonio Genovesi)

2) La fiducia, la buona fede, è alla base sia dei commerci sia della convivenza sociale (Pietro Verri)

3) Senza fiducia non ci si potrebbe neppure alzare dal letto la mattina (Niklas Luhmann)

Dormire poco.

mm


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Cercare spiegazioni
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 4 aprile 2008
 A meno che non si tratti di istruzioni per l’uso di qualcosa, non cercare spiegazioni. Fuori dall’uso strumentale, si può solo interpretare.

Non cercare spiegazioni di fronte agli eventi sconquassanti che l’esistenza riserva per ciascuno di noi. Non ci sono spiegazioni. Al più, si possono elaborare buone interpretazioni, che valgono molto di più, perché danno tonica organicità a quello che è accaduto e, soprattutto, a quello che può ancora accadere. E se belle sono le interpretazioni, bello ne conseguirà in agire.

Non chiedere spiegazioni, soprattutto ai diretti interessati, di comportamenti che possono apparire ai nostri occhi come senza fondamento. Ciò che diranno non sarà né più né meno plausibile di quanto noi stessi non possiamo comprendere da soli. Ciò non esclude che ascoltare l’altrui interpretazione possa aiutare a rendere più spaziosa la nostra.

Max Maraviglia, Appunti per un metodo senza discorso


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I furbi
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 3 aprile 2008
C’è gente che si crede molto furba e anche molto libera perché ripudia il concetto di unità. Assomigliano a quelli che, dopo aver saputo che la maggior parte delle vittime di incidenti ferroviari viaggia nell’ultimo vagone, organizzano una manifestazione per chiedere che si elimini questo vagone dai treni; o a quelli che, scoprendo che la maggior parte delle morti avviene in ospedale, propongono la soppressione di queste istituzioni per farla finita con la morte; o a quelli che credono che nelle coppie di termini correlati (sopra-sotto, destra-sinistra, pesante-leggero, ecc.) basti sopprimere uno dei termini per potenziare l’altro. E si credono tanto furbi!


Ignacio Gómez de Liano, Sul Fondamento – Istruzioni per l’uso della filosofia nella vita, Milano, 2003



I furbi, siano essi di centro, di destra o di sinistra, di sopra, di sotto, che credono di vincere o di perdere, saranno un giorno reperti fossili di scarso interesse nella storia antropologica delle coscienze. Forse lo sono già.


Io vinco, tu perdi, più uno, meno uno, uguale zero… questo girare a vuoto come vite spanata in un legno marcio, non vale niente: è un gioco a somma zero. Se gioco deve essere, ed esserlo deve, sia a somma esponenziale.

Riprenda ognuno a dare quello che può. A cominciare dal sottoscritto.

mm




Siamo tutti responsabili. Io più di tutti.
(F. Dostoevskij)

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Pragmatica del filoso-fare –Primo Assioma
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 1 aprile 2008
Definire. Mettere a fuoco i contorni dell’idea. Verbalizzare, fare i conti col rischio dell’imprecisione, dell’inappropriatezza, del deja vu, deja entendu, del tradimento che ogni forma d’esplicitazione reca con sé. D’altro canto, si procede per approssimazioni successive: se si vuole lavorare a un’idea è pur necessario fermarla, magari inizialmente alla men peggio, accettare di vederla scivolare da ogni parte, ribellarsi come inquieto polpo al goffo e in qualche modo crudele tentativo di fissarla con un po’ di punessine. Ma tant’è. Via tutto e procediamo a mani nude. Proviamo intanto con un primo assioma, ricalcando altri assiomi, per definire quest’ipotesi di filosofia pratica (o integrante?) che molto ha a che vedere col comunicare.

Primo assioma - Non si può non filosofare: dietro ogni agire è sottintesa una qualche visione del mondo, idee più o meno calcificate. Ogni persona, che lo voglia o meno, nel suo agire esprime una qualche forma – seppur generica e confusa - di pensiero, anche quando non ne è consapevole o quando ricusa l’idea di una filosofia. Ogni scelta, così come ogni non-scelta, reca con sé un’idea di fondo, definita o larvale che sia. Ne consegue da quest’assioma che la filosofia non si manifesta solo quando è prodotto di pensiero presente a se stesso: il solo dasein produce, che lo si voglia o no, visioni e rappresentazioni (chiare o confuse che siano). Esiste dunque una necessità ineludibile dell’esercizio del pensiero connaturata allo stesso vivere. Resta comunque inteso che tale esercizio di pensiero, per trasformarsi in volontario, presente a se stesso e permanente, richieda non solo un costo mentale ma anche un’assunzione di responsabilità piena dell’agire.

Il rifiuto di pensare in maniera volontaria, presente e permanente (dunque di esercitare un qualche forma di filosofia pratica) corrisponde al rifiuto di quest’impegno e all’automatica assunzione su di sé e sui propri contesti di appartenenza, di disagi ed infelicità più o meno conclamate che ne possono conseguire. In altri termini: se non si accetta volontariamente la possibilità di una “filosofia integrante”, forzatamente si dovrà accettare l'ottusa insostenibilità dell'esserci.

Max Maraviglia

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Pragmatica del filoso-fare – Primo Assioma (postilla)
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 31 marzo 2008
In un post precedente ho scritto: “Non si può non filosofare: dietro ogni agire è sottintesa una qualche visione del mondo, idee più o meno calcificate. Ogni persona, che lo voglia o meno, nel suo agire esprime una qualche forma – seppur generica e confusa - di pensiero, anche quando non ne è consapevole o quando ricusa l’idea di una filosofia […] Esiste dunque una necessità ineludibile dell’esercizio del pensiero connaturata allo stesso vivere”.

Mi sembrava una considerazione abbastanza compiuta fino a quando non ho incrociato nelle mie letture Stefano Zampieri (L’esercizio della filosofia, Apogeo, 2007) che mi ha indotto a meglio precisare l’idea proposta.
Scrive il mio coetaneo veneziano:

Posta in questo modo la questione dovremmo concludere che tutti siamo filosofi, dal momento che tutti, in ogni momento della nostra esistenza agiamo in base a un sistema di valori implicito od esplicito (ed è ciò che affermavo io, ndr), confessato o inconfessabile. […] Una simile definizione, dunque, utilizza il modo d’essere naturale dell’uomo e gli attribuisce una qualità filosofica (innaturale). È un procedimento assurdo, il discorso filosofico ha una sua identità e richiede una sua consapevolezza, che non è di tutti. […] La filosofia, in questo senso, impone una scelta, è figlia di una scelta, e quindi si articola su uno sfondo di libertà.

Sembra dunque di capire che Zampieri riconosca nello statuto costituitivo dell’agire filosofico propriamente detto un fondamento di intenzionalità: si agisce in chiave “filosofica” solo allorquando si decide di assumere in carico una scelta di libertà e, in ultima analisi, una condotta “etica”, interprete e produttrice di valori e significati.
Concordo e noto l’analogia con l’atto comunicativo.

Nella letteratura sulla comunicazione interpersonale sembra che siano ravvisabili due posizioni diverse circa la stessa questione. Esplicito: c’è chi considera un atto comunicativo definibile come tale solo in presenza di un’intenzionalità (comunico perché voglio comunicare) e chi, viceversa, sostiene che l’atto comunicativo avvenga indipendentemente da tale volontà (Watzlawick & C.).

Andando per parallelismi, verrebbe dunque da dire che una filosofia “pratica” (condizione naturale) acquisisca efficacia esistenziale (capacità di modificare gli assetti comportamentali orientandoli verso scelte che siano tali, dunque portatrici di responsabilità, coerenza ed organicità) solo quando, superato lo spontaneismo del pensare per concrezioni calcificate di idee, perviene all’esercizio cosciente, costante e fluido del pensiero (condizione innaturale).

Innaturale, nella misura in cui una filosofia pratica intesa come intenzionale esercizio cosciente, costante e fluido del pensiero ha costi mentali dispendiosissimi e niente affatto conformi con la legge economica naturale del massimo rendimento col minimo sforzo, che induce ad un esercizio minimo e di sopravvivenza del pensiero stesso. Se questa legge non fosse così potente, non ci sarebbero al mondo aguzzini e squali, perché non ci sarebbe carne per i loro denti.

Aggiungerei a questo punto che una pragmatica della filosofia dovrebbe dunque occuparsi, tra l’altro, anche di interpretare le idee/chiave calcificate che determinano gli automatismi del comportamento comune, fondato su un pensiero “di sopravvivenza”. Questo mi sembra un altro tassello utile. Grazie Zampieri.

Max Maraviglia

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Fiducia e sospetto (ripresa)
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 31 marzo 2008
Il calcolo probabilistico della ragione non consente alcuna fiducia. Sembrerebbe una certezza. Ma da un certo tipo di certezze, forse, è meglio stare lontani: generano debolezza d’inerzia. Di fronte a strade troppo sicure, vale imboccare la strada sbagliata (Duccio Demetrio camminatore, grazie per il suggerimento). Se la fiducia non può chiamare in sua difesa la ragione, può in ogni caso appellarsi alla ragionevolezza: presa in carico delle condizioni date ma anche comprensione globale che investe i sensi, la pelle e la mente in simultanea, acquisizione della consapevolezza dei rischi che ogni atto di fiducia reca con sé, anche quando questi appaiono (e dico appaiono) alti e insostenibili, considerandoli, anche laddove si dovessero concretizzare, come opportunità di ricerca di soluzioni altre, rispetto alle note. E se neanche la ragionevolezza può dare fondamento, si chiami pure in causa l’irragionevolezza, ci si appelli al diritto di skandalon, cercando un altrove al di là di ogni aspettativa ragionata e/o ragionevole.

Una fiducia così immaginata, così scandalosa, somiglia forse ad un atto di fede, e di fatto lo è. Ma è una fede pratica, priva di ogni supporto escatologico, tutta immanente, proiettata verso le alterità del tempo che fluisce.

Una fiducia così intesa è un atto di liberazione dal doppio vincolo, dall’ingiunzione paradossale di una fiducia impossibile (se intesa come calcolo probabilistico e alle condizioni date) da una parte, e, dall’altra, di un sospetto che ottunde la mente, anestetizza e mistifica ulteriormente contro ogni sua aspettativa.

Sembrerebbe una strada suicida quella di una fiducia così intesa, di fatto è solo poco battuta, perché non offre la certezza che è nutrimento vitale della pigrizia nostra e quotidiana paura.

Eppure, nella sua apparente improponibilità, la scandalosa fiducia trova un qualche suo fondamento razionale nel gioco strutturante l’atto comunicativo: quello della retroazione, di cui il fenomeno della profezia che si autoavvera (cfr. R. Merton) è una delle sue declinazioni più frequenti.

Siamo specchi per gli altri e gli altri sono i nostri specchi. Le paure, riflettendosi si moltiplicano e si avverano e altrettanto le aggressioni, le chiusure, i rancori del sospetto.

La fiducia scandalosa può allora divenire uno specchio ingannatore, capace di distorcere benevolmente il riflesso del sospetto, neutralizzandolo, riconvertendolo. Oppure, con ancora maggiore prontezza di riflesso, può divenire inclinazione a lanciare il primo impulso, senza aspettare, a dare il primo indizio, a darne un altro, e un altro ancora, se del caso, ogni volta come se fosse il primo e senza un “fino a quando”, senza un “fine”.

La fiducia scandalosa immaginata è un valore puro e non ha misura. Non aumenta, non diminuisce e non vuole sentire ragioni. Si modula come un’onda sonora, ma questo è altro.

Max Maraviglia

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Fiducia e Sospetto
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 29 marzo 2008
Andiamo per ordine, partiamo da qualche punto di riferimento. Dizionario, Fiducia:

1) Nel diritto romano, contratto con cui si consegnava una cosa a una persona affinché questa la restituisse più tardi alla prima o la consegnasse ad altri
¦- del Parlamento al Governo, adesione al programma politico governativo che le due Camere esprimono mediante voto favorevole allo stesso: voto di -; mozione di - […] 2) senso di affidamento e di sicurezza che viene da speranza o stima fondat
a su qualcuno o qualcosa.

Ci sono già i primi indizi generici per iniziare a tracciare i contorni della parola, ma non bastano.

Sfogliando il dizionario di filosofia… Fideismo… Figura… e Fiducia? Manca. Inquietante: o il lemma è stato dimenticato per strada, o la filosofia, nel suo dipanarsi, non ha reputato il termine “fiducia” degno di una riflessione. Qualcosa non quadra nello sviluppo osseo del pensiero occidentale. Manca un pezzo?

Andando a volo di memoria su letture passate, non intercetto nulla di specifico, se non qualcosa di relativo alla fiducia come variabile di costi nelle transazioni commerciali.

Nel dizionario di psicologia il lemma invece appare:

Stato rassicurante che deriva dalla persuasione dell’affidabilità del mondo circostante percepito come ben disposto verso il soggetto. Questa condizione influisce positivamente sul comportamento eliminando inquietudini e malessere che conducono ad atteggiamenti di chiusura, rifiuto e scetticismo.

Aggiunge poi alcune note su Erikson, Balint e Winnicott, che riferiscono il termine a fasi dello sviluppo del bambino e all’importanza che l’ambiente circostante, nei primi anni di vita, assume nella definizione di questa qualità, espressa come

sicurezza che gli consente (al bambino), in opposizione a ciò che sente come affidabile, di riconoscere il male e la negatività.

Sembra quasi una tautologia: fiducia come riconoscimento di ciò che è affidabile, in contrapposizione al male e alla negatività. Ma cos’è affidabile? Il bene e la positività. Se questo per un bambino forse può ancora voler dire qualcosa (le esigenze primarie consentono ancora questa distinzione sanamente manicheista), per un adulto già la cosa si rende più complessa.

Usciamo dal vicolo cieco e proviamo ad imboccare la strada opposta, vediamo dove arriva: via del Sospetto.

Il sospetto, quello sì, in filosofia teoretica vanta ampia letteratura… “scuola del sospetto”, “maestri del sospetto”, “ermeneutica del sospetto”… Ricoeur ne tira fuori un po’… c’è il mostro a tre teste NietzscheMarxeFreud (l’immagine è proposta dal mio Omonimo, che saluto ed aspetto) e l’idea di una “falsa coscienza”… “Diffidate della coscienza!” grida il mostro, come se ogni cosa detta o pensata fosse il paravento di interessi economici, volontà di potenza, pulsioni sessuali o similari. Inchino innanzi al mostro a tre teste. Aveva cose da dire, aveva le sue argomentazioni. Ma adesso che il paravento è stato bruciato? Quali vantaggi? Forse che le condizioni storiche siano migliorate rispetto a quelle conosciute dal mostro a tre teste? Forse che adesso le persone stiano meglio, dopo essersi liberate della loro falsa coscienza? Non sembra, si direbbe il contrario. Senza contare le superfetazioni storiche basate sul sospetto, dall’OVRA al KGB, dalla CIA alla STASI… Il progresso (altra parola da portare in cantiere) si è incagliato nelle maglie del sospetto, sembrerebbe.

Ad ogni modo, l’idea di fiducia e di sospetto si riconducono alle rispettive filiere del vero e del falso, sembrerebbe.

La fiducia dà per vero (fino a prova contraria), il sospetto dà per falso (fino a prova conferma).

Il problema a questo punto si allarga a macchia d’olio: che vuol dire vero e falso? Rispetto a cosa?

Piaccia o meno, la radice del relativismo è ormai scesa in profondità. La questione meriterebbe articolazioni ulteriori, per ora limitiamoci a dire che vero e falso conservano una loro legittimità di significato giusto nel linguaggio binario. Al di fuori di questo linguaggio (e a meno che non si voglia imboccare la via metafisica del dogma) vero e falso non significano nulla: sono valori perfettamente equipollenti e di per sé neutri, oltre che neutralizzabili a vicenda.

Se questo ragionamento è accettabile, ne consegue che fiducia e sospetto condividono la stessa base neutrale. In altri termini, sono opzioni perfettamente equipollenti, di partenza. Ma solo di partenza. Le conseguenze di queste due opzioni sono nella prassi affatto diverse ed è questa diversità di conseguenze pratiche a suggerire un criterio etico di preferenza.

Fiducia e sospetto sono due frames, due cornici, due inquadramenti ermeneutici, due griglie interpretative diverse che possiamo applicare all’agire altrui ed è questa diversità a conferire significati e valori diversi ad una stessa esperienza relazionale. Fiducia e sospetto, detta in breve, sono entrambi omologabili a dei pre-giudizi.

Questa somiglianza col pre-giudizio nulla toglie alla loro “dignità” e al peso delle loro conseguenze pratiche.

Chiusura, nascondimento, anonimato, aggressione, tranello, inganno, mistificazione, falsità, esclusione, controllo, difesa e attacco preventivo, spionaggio, conflitto latente, colpevolezza, paura, umbratilità, sono alcune delle parole che circoscrivono il campo semantico del sospetto e che conferiscono tonalità di questo tipo ai giudizi che da esso conseguono.

Apertura, rivelazione, speranza, credibilità, collaborazione, inclusione, responsabilità, disarmo, sono tra quelle che possono circoscrivere il campo semantico della fiducia e che (vale come sopra) conferiscono tonalità di questo tipo ai giudizi che da essa conseguono.

I giudizi, lo si voglia o no, contengono un loro principio attivo, in grado di innescare azioni ad essi consequenziali.

Ritorna il Teorema di William Thomas: Se gli uomini definiscono le situazioni come reali, esse saranno comunque reali nelle loro conseguenze.

Ne consegue che giudizi fondanti sull’idea di sospetto genereranno azioni di chiusura, aggressione, colpevolizzazione, segregazione. Il seguito di questo ragionamento lo si può immaginare, per pervenire facilmente alla conclusione che una filosofia della fiducia renderebbe molto di più di una filosofia del sospetto, in termini di eudaimonia. O, in ogni caso, vista la resa del sospetto, varrebbe sperimentare quella della fiducia.

A questo punto, domandiamoci però se esista o meno una ri-praticabilità della fiducia alle condizioni date.

Ri-praticabilità, ammesso che la fiducia sia stata mai praticata.

Conversando con un collega qualche tempo fa gli esponevo la mia perplessità circa il fatto che la parola “sospetto” abbia una sua tradizione filosofica e “fiducia” no. Lui d’istinto mi ha risposto “beh, è normale…” “perché è normale?” “non so…” mi ha risposto.
Una cosa “normale”, cui non si sa dare una risposta. Automatismi del pensiero.

Volendo se ne possono dare molte, di risposte.

Proviamo ad imbastirne almeno una: la fiducia, così come è intesa, di fatto è impraticabile e siccome è impraticabile, è un concetto vuoto dunque non degno di riflessione (idee vuote generano azioni vuote, ma anche viceversa, per il principio di retroazione).

Un’affermazione così drastica circa l’impraticabilità della fiducia merita forse qualche chiarimento.

Cominciamo col dire che la fiducia, così come la intendiamo comunemente, è qualcosa di prossimo ad un calcolo probabilistico: in assenza della sfera di cristallo, punto su un tuo possibile comportamento futuro, facendo affidamento su quelli passati. Se sono buoni, “ho fiducia” nel fatto che anche i prossimi lo saranno. Posta in questi termini la fiducia ha un che di bancario: viene concessa una linea di credito, poi revocata in tempi più o meno rapidi nel caso in cui non la si onori nei tempi e nei modi prestabiliti, oppure rinnovata nel caso in cui si rispettino gli impegni presi: la fiducia resta così legata ad attese e obiettivi più o meno dichiarati che, di norma, sono dettati dal creditore piuttosto che dal debitore.

Fuori della metafora bancaria, la fiducia – stando al dizionario – richiama quel senso di affidamento e di sicurezza che viene da speranza o stima fondata su qualcuno o qualcosa.

Analizziamo: “senso di affidamento” (già è stato detto) è una tautologia: non si può definire un temine con se stesso o con altri che abbiano la stessa radice tematica.

“Sicurezza”: rispetto a cosa? Per chi? Chi ha il diritto di pretendere sicurezza da un altro? Sicurezza di cosa? Che l’uno (il debitore) soddisfi le aspettative dell’altro (il creditore)? E se l’uno non è in grado di soddisfare le aspettative dell’altro? Si è posto l’uno il problema di comprendere se l’altro fosse davvero nelle condizioni di soddisfare tali aspettative e ne avesse, soprattutto le motivazioni?

Poi la speranza… jattura di parola. “La speranza è l’ultima a morire” dice la frasefatta (altro che adagio) e invece dovrebbe essere proprio la prima a morire, la speranza, e fare spazio all’agire responsabile del presente. Perché la speranza somiglia a vagore di roseo futuro, nuvola fumosa d’incerta chiarezza, attesa di qualcosa, incapacità di percepire l’esatto peso delle conseguenze che l’agire può comportare nell’adesso, fare affidamento sull’ignoto! Ma come si può fare affidamento sull’ignoto? E’ come fare un calcolo senza avere i numeri a disposizione.

Resta la stima, quella si, è valore allo stato puro. Di tutti i concetti richiamati nella comune definizione di fiducia, l’unico che è portatore di senso sembra essere quello di stima. Questo è un punto di riferimento di sostanza. Ma la stima è coniugata al presente (non ha senso dire “avrò stima di te”), laddove la fiducia si coniuga al futuro: tra stima e fiducia non c’è dunque consecutio temporum, sono termini di enunciati diversi. Complementabili, ma diversi.

Se questo argomentare è accettabile, bisogna convenire sul fatto che la fiducia, così come comunemente intesa, è parola inerte e produttrice di azioni a vuoto. Sostanzialmente impraticata, potenzialmente impraticabile.

Impraticabile, perché se la fiducia è omologabile a un calcolo più o meno attendibile e razionale delle probabilità, lo stato comune delle cose non consente più alcun esercizio in questo senso: le occorrenze statistiche del presente (i cumuli di promesse non mantenute) non possono giustificare più alcuna fiducia.

E che la fiducia sia impraticata lo suggeriscono moltissimi segni del presente.

Un esempio (non necessariamente il più indicativo): guardando nella rete, ci si accorge che molti bloggers non usano la propria faccia, molti non usano il vero nome. Si tende per lo più a nascondere anche quel poco che si possiede d’identità, quasi come se tutti fossero pronti a minacciare l’incolumità di tutti.

D’altronde, l’aggressione e la minaccia è divenuta la modalità comunicativa più comune ad ogni livello di relazione, specie quelli pubblico/mediatici.

La fiducia ha così perso il suo potere d’acquisto, inflazionata dalle ingenti quantità di cartapromessa messa in circolazione dagli stabilimenti secolari e/o secolarizzati del potere, poi surrettiziamente rimoltiplicata dal sistema di specchi deformanti della macchina mediatica.

D’altro canto, “ciò che è in alto, è ciò che è in basso”.

Siamo di fronte a un doppio vincolo: la fiducia, che rappresenterebbe l’alternativa al sospetto da sperimentare, non è praticabile alle condizioni date.

C’è una via d’uscita?

(continua)

Max Maraviglia

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permalink | inviato da ubumax il 29/3/2008 alle 21:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Riparare parole
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 29 marzo 2008
 Ci sono parole importanti su cui l’alta occorrenza nel dire comune produce azione di logoramento: l’attrito con la disattenzione della quotidianità danneggia la loro carica propulsiva rendendole suoni inerti. Di qui la necessità di un po’ di manutenzione e rigeneramento verbale. Le parole vanno ricaricate. Il dire vuoto produce azioni a vuoto.

Riguardare un concetto domandandosi e domandando cosa possa contenere, può servire ad arginare automatismi di pensiero, di comportamento. Ce ne sono molte di parole da portare in cantiere: ad esempio fiducia, libertà, lavoro, denaro, democrazia, potere, politica, mercato, pace, conflitto, razionalità… si attendono proposte. Intanto si potrebbe cominciare da "fiducia". Va bene "fiducia"?

mm




permalink | inviato da ubumax il 29/3/2008 alle 20:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Balbettii sul tempo
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 29 marzo 2008
Del tempo. Non sarebbe possibile aggiungere altro sul piano teoretico: da Aristotele ad Heidegger, passando per Agostino, Kant, Hegel, Husserl, Bergson, Bachelard, Morin (e molti altri omessi), sembra che null’altra esplorazione critica sia aggiuntiva rispetto al concetto. A questo punto non si potrebbe fare altro che ricompilare (qualcuno ci avrà già pensato?) sinotticamente la multiprospetticità del tema e offrirlo alle fauci studiose.

Nella filosofia pratica (o integrante? O intrigante?) qui immaginata, il tempo interessa soprattutto nella sua fatticità, nei modi in cui le persone lo impiegano, lo perdono, lo risparmiano, lo modellano nell’arco dell’orologio.
Achenbach, parlando della quiete interiore, dice che il Moderno è schiavo del tempo, che è sottomesso al dominio del tempo. E in conseguenza alla caduta in questo stato di schiavitù, ha perso l’eternità. Scrive così:

nel Moderno il pensiero è caduto vittima del tempo, poiché esso dà la precedenza al presente rispetto a tutto ciò che è passato, poiché privilegia l’istante a tutto ciò che è precedente, e ancora, cade vittima, perché ha perso il senso metafisico per l’importanza e per il valore del “sempre”, dell’eterno senza tempo.

Aver perso l’eterno potrebbe essere il meno. Ciò che appare assai più grave è la perdita del senso di durata umana. Il mito dell’ In Tempo Reale ha dato un calcio nel sedere alle possibili trame di un tempo “reale” (qui nella doppia accezione del termine) dando spazio a un presentissimo “usa e getta”, o un impresente sganciato dal passato così come dal futuro.
Sicché il tempo dell’ In Tempo Reale avrebbe sancito il passaggio dal tempo del "padrone" a quello dello "schiavo": la solita diade. Ma si può immaginare altro?

Tanto per cominciare: la distinzione potrebbe non partire da quella tipica di "tempo libero" vs "tempo del lavoro". Proviamo a partire da un principio di metafora musicale e diciamo che il tempo può essere battuto in due tonalità etico/estetiche: quella professionale e quella amatoriale. Detto questo, esploriamo i possibili distinguo.

La tonalità professionale è ravvisabile in idee/chiave del tipo: “il tempo è denaro”, “non avere tempo”, “risparmiare tempo”, “arrivare prima”, “risolvere in tempo reale”, “è passato troppo tempo”, “non perdiamo tempo”, “è urgente…” “È URGENTE!” ed altre similari.

Le idee informano l’agire, sicché chi batte professionalmente il tempo è portato a pensare che un lavoro vada fatto per bene solo se si è ben pagati (concrezione dell’idea “il tempo è denaro”), sebbene poi cerchi talvolta di malpagare il lavoro altrui pur pretendendo un lavoro ben fatto. Organizza il suo tempo, scandendo le tappe della sua giornata, ben distinguendo il tempo del lavoro (meglio sarebbe dire “dello schiavo”) dal tempo libero: una distinzione puramente formale, perché se la maggior parte del tempo è quella trascorsa nel tempo "dello schiavo", da schiavo si affronterà anche il tempo libero (è su questo tipo di confusione che trovano ragion d’esistere i villaggi/vacanze, le crociere e pacchetti similari).

Chi batte professionalmente il tempo dirà a chi lo batte amatorialmente frasi del tipo: “ma dove trovi il tempo” o “si vede che hai tempo da perdere”. E se dovrà viaggiare, prenderà l’aereo “per risparmiare tempo”, invierà documenti “in tempo reale”, e quando chiamerà un amico esordirà dicendo “ti rubo solo due minuti di tempo”, e ai suoi interlocutori dirà “vai al sodo”, senza accorgersi che giunti al sodo potrebbe non esserci più niente.
Chi batte professionalmente il tempo è “pressato dagli impegni”, dirà spesso “è urgente” e correrà per arrivare in tempo, perché ha paura del tempo e dunque d’invecchiare, per questo prenderà i suoi goffi provvedimenti.

Chi batte professionalmente il tempo punta alla performance e produce la deformance. Deformance di qualsiasi rapportarsi-a-qualcosa o qualcuno, che appiattisce le curve di ogni ritmo su un profilo unilineare, monotono seppur frenetico e che produce l’azzeramento di ogni silhouette.
Al di fuori del rapportarsi, di fatto, dell’occuparsi (non del preoccuparsi), del tempo non resta che scadimento fisiologico dei tessuti organici. Ecco perché la tonalità professionale è spesso tipica delle persone che temono d’invecchiare.

Per un paradosso solo apparente, il “professionista” del tempo è il più soggetto alla dilapidazione del proprio tempo, a quella malattia terribile che chiamerei cronorrea.

Chi batte professionalmente il tempo agisce immaginandosi eterno, vivendo al domani e azzerando il presente, dimenticando l’ieri che tanto non serve.


Chi batte amatorialmente il tempo, viceversa, pensa che “il tempo è il tempo” e “il denaro è il denaro”, non confonde le due cose. Non anticipa, non posticipa e, se il caso lo consente, pure si serve dell’ultimo minuto (non necessariamente per risparmio, forse perché intuisce che è irriguardoso ipotecare il tempo).

Chi batte amatorialmente il tempo non pretende perché ha pagato, chiede cortesemente perché è cortese, e per questo, probabilmente, avrà molto di più di quanto ha pagato. Nelle file lascia passare, sia chi ne ha bisogno (perché la cortesia è uno dei lussi che l’uomo amatoriale si sa regalare) sia chi vuole "sfurbettare" (perché rispondere a un furbetto senza trattarlo come tale potrebbe magari procacciargli un po’ di stupore grazie al quale ravvisarsi di un altro possibile se stesso).
Chi batte amatorialmente il tempo, per viaggiare prende il treno o la nave se non addirittura i piedi, sapendo che il tempo del viaggio e del cammino non è tempo perso se legge, ascolta, incontra, respira, riflette.

Farà un lavoro comunque ben fatto, perché il lavoro, se è ben fatto, non può avere un prezzo, al più un valore autoevidente. Saprà che “adesso è adesso” e non dovrà patire i morsi dell’urgenza o i rimorsi del tempo perduto, sarà puntuale senza correre o rallentare, avrà rispetto dell’orologio altrui.

La tonalità amatoriale modella un tempo che è in costante rapporto a qualcosa, ed è un tempo veritiero, realizzato, perché il tempo si realizza quando diviene un "rapportarsi-a qualcosa": allora diviene un tempo “fenomenale” (qui l’accezione comune del termine è ancora più pregnante).


Chi batte amatorialmente il tempo agisce immaginando l’eterno, pensando al domani e vivendo al presente, ricordando l’ieri per quello che serve.

Chi dice di non avere tempo somiglia a un condannato a morte.
Chi viceversa il tempo lo modella con accuratezza, non sconta condanne, perché non ha ucciso né tradito il tempo, lo ha onorato cercando di pagare e guadagnare il giusto, senza tentare di risparmiare, di troppo accumulare (o di rubare, che a volte è lo stesso) e soprattutto perché intuisce che la morte non è una condanna, piuttosto un giro di giostra che finisce (e non è detto con certezza che finisca).

Il tempo amatoriale richiede allenamento dell’orecchio musicale che coglie d’intuito il ritmo e la tonalità appropriata da conferire a questa o quell’azione: “questo è un andante…”, oppure “maestoso…” oppure ancora “prestissimo!” perché ogni interpretazione ha un suo tempo musicale, ed è la stessa scena, gli stessi compagni di scena che lo suggeriscono, purché si abbia orecchio allenato.

Chi batte amatorialmente il tempo sa che il tempo va giocato, recitato, suonato… L’adagio biblico secondo cui c’è un tempo per ogni cosa - proviamo a reinterpretare - probabilmente significa esattamente questo: c’è un tempo “musicale” per ogni cosa… Nel gioco del tempo amatoriale, otium (il tempo della riflessione) e negotium (quello dell’espressione) divengono le pulsazioni di uno stesso organum naturalmente aggraziato.


E se il tempo professionale è quello astratto e contato dell’aritmetica, il tempo amatoriale è quello concreto e cantato nel ritmo delle pulsazioni naturali.

Ancora una volta, si tratta di un problema estetico, oltre che etico. Fisico, prima ancora che metafisico.

Max Maraviglia per Cantieri dello Stupore


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permalink | inviato da ubumax il 29/3/2008 alle 19:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
A proposito del costo della vita
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 29 marzo 2008
Ogni scelta, così come ogni non-scelta, comporta un costo. Prendiamo dunque atto dell’ineludibilità del pagare (anche un’azienda che non produce ha in ogni caso costi fissi da sostenere) e attrezziamoci a un pagamento in comode rate periodiche (meglio se a brevi intervalli, per non accumulare debiti troppo).
C’è chi si trova a pagare in unica soluzione, chi chiede prestiti, chi cerca di furbeggiare cercando di risparmiare o non pagare e dopo, col recupero crediti, son interessi che tuonano.
La Banca della Vita non sente ragioni, non ha margini di patteggiamento su cui mercanteggiare. In compenso applica tassi d’interesse, a conti fatti, a lungo termine sicuramente equi (sebbene incalcolati), purché li si rispetti, i tempi. Sicuramente? Sicuramente. Qualche atto di fiducia incondizionata di tanto in tanto ce lo sia consentito, specie verso di chi, come la vita, non si sottrae a se stessa. Risponde sempre. Purché si domandi.
La vita è l’unico investimento che non consente il razionale calcolo di costi e benefici, perché essa è rapida trasformatrice, e di ogni beneficio fa a un tempo stesso costo o viceversa.
Poco male: la vita non pretende nulla in cambio di niente e se chiede d’investire, poi restituisce equamente. Più ai prodighi che ai risparmiatori, e questo è il tratto suo tutto caratteristico, che forse la rende conveniente più di altri investimenti.

Max Maraviglia



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Soluzione laterale
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 29 marzo 2008
C’era un Orco Predatore che aveva il vizio di condannare le sue vittime al gioco del dado. Diceva, prima di sbranarle…

- Non sono così cattivo. Voglio darti una possibilità di salvezza. Ti sfido al dado…

Nella disperazione alla vittima non restava che accettare

- Il gioco è semplice: si tira una volta a testa. Chi fa il punto più alto vince. Ma se si patta, vince comunque il banco, che sarei io…

Alla vittima sarebbe rimasta dunque una possibilità su due di salvarsi… niente male, al confronto di niente, se non fosse stato per il fatto che il Predatore era sufficientemente abile – o forse usava un dado truccato – da fare sì che ad ogni suo tiro corrispondesse sempre un sei. Di fatto, dunque, alla vittima non era data alcuna possibilità di vittoria. Per eccesso di sadismo il Predatore aveva stabilito che a tirare per primo fosse sempre lui…

- SEI! Ho vinto…

Rideva fintamente bonario l’Orco. La vittima perdeva senza nemmeno aver saggiato la speranza di salvarsi.


Giunse in paese un uomo senza cielo da vedere né terra da camminare. Venuto a conoscenza dell’Orco Predatore, volle sfidarlo… non che avesse voglia di vincere…

- Allora?
- Voglio sfidarti
- Conosci la regola del gioco?
- Conosco. Si tira una sola volta. Vince il punto maggiore. A patta vince il banco. C’è altro?
- Nient’altro.
- Sicuro?
- Nient’altro.
- Valgono tutte le facce del dado?
- Ovvio, che domande.
- Allora tira pure…
- Ovvio. Tiro io per primo…SEI!… hai perso.
- Perché ho perso?Non ho ancora tirato…
- Va bene, tira pure. Hai perso, ma tira pure.

Lo sfidante tirò talmente forte il dado sullo spigolo di una pietra, che questo si spaccò in due parti, mostrando a terra la faccia del sei e quella dell’uno…

- Sette. Ho vinto io
- Così non vale.
- Perché non dovrebbe valere? Avevi detto che erano valide tutte le facce del dado…
- Si ma non simultaneamente
- Questo non lo avevi detto. Ho vinto io, se il gioco vale a condizione che si rispetti la regola, altrimenti è nullo e non ha vinto nessuno.

Il predatore avrebbe potuto fare di lui merendina, ma il ragionamento gli parve elegante...


- Va bene. Ho perso. E adesso cosa vuoi?

Lo sfidante sorrise all’Orco Predatore, girò le spalle e se ne andò.

Max Maraviglia - L'uomo del fazzoletto e altre micronovelle



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Immaginare una filosofia pratica
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 28 marzo 2008
Nella percezione comune delle persone la filosofia risulta essere un sapere ostile e sostanzialmente destinato ad una ristretta cerchia di “iniziati”. Alcuni frequentatori di filosofia contribuiscono in un certo senso a blindare ulteriormente la disciplina anche se, a dire il vero, riscontro in alcuni filosofi propriamente detti una chiarezza, un nitore, una purezza d’eloquio piena e densa, quasi emozionante.

Nell’immaginazione qui proposta, un filosofo propriamente detto articola la sua intera esistenza accompagnandosi con l’esercizio della filosofia, la esprime in ogni sua scelta esistenziale, la lascia tracimare dai suoi scritti alla sua vita di tutti i giorni. Wittgenstein, come Nietzsche, come Spinoza, in questo senso mi appaiono filosofi propriamente detti (stupisce il fatto che questi tre esempi facciano riferimento a uomini che non hanno avuto una formazione filosofica d’impianto canonico, ove mai ne esista una. Verrebbe da pensare che la filosofia parta in genere da “altro da se stessa”).

L’attitudine ad essere attenti nell’esistere è già di per sé una forma di filosofia pratica. Pratica: il termine richiama la praxis di marxiana memoria, intesa non solo come pura azione ma anche, se non soprattutto, come azione trasformatrice e generatrice di valori. Praxis è azione permanentemente rigeneratrice, perché in quanto produttrice di valori in continuo sviluppo, non lascia spazio agli automatismi, agli stereotipi, ai pregiudizi, alle routines, ai frames collaudati e ad ogni altra forma di razionalità economizzante (massimo rendimento col minimo sforzo), se non per ciò che è opportuno ridurre al minimo lo sforzo (valutazione per lo più personale, sebbene condizionata dai richiami contestuali).

In questo senso una filosofia pratica è una sorta di lusso dell’anima, richiede alti costi mentali di gestione ma, in compenso, salva dall’ottundimento che la razionalità strumentale di questa contemporaneità impone alle persone (dico persone e non individui) per farne carne da macello, per integrarle nei suoi tribali apparati di riproduzione meccanica a scopo di lucrosa superfluità.

Una filosofia pratica non tende a smantellare questi apparati, non apparentemente, almeno, ma mette in posizione privilegiata chi comunque deve fare i conti con essi. Privilegiata, nel senso che offre gli inquadramenti mentali e le risorse comunicative necessarie a splittare, settare, resettare i comportamenti della quotidianità, per esercitare pienamente il potere di cui ciascuno è dotato (molto più esteso di quanto si possa a prima vista percepire).

In questo senso la persona che esercita una qualche forma di filosofia pratica appare (sottolineo appare) pienamente integrata nei sistemi di riferimento. Anche se è un minuscolo ingranaggio, sa di esserlo e sa a cosa serve, dunque può – tenuto conto delle condizioni date – decidere se e come interagire, avendo la piena consapevolezza delle responsabilità che ogni scelta, ogni non-scelta, qualsiasi essa sia, comporta.

La filosofia pratica qui immaginata mira in questo senso ad una integrazione critica nei sistemi: la posizione apparentemente più scomoda che si possa assumere. Di norma si sceglie di essere o dentro o fuori, laddove la filosofia pratica suggerisce l’esercizio non invasivo, responsabile, interpretativo ed ecosistemico del potere di cui ciascuno è dotato.
Questa filosofia pratica (o integrante?), probabilmente, al contrario di quella speculativa, non osserva i fenomeni dal di fuori, li vive dall’interno, ma con l’occhio dell’altrove. In questo senso, la filosofia pratica è anche esercizio di un sano sdoppiamento, di un ubiquità che nulla nega allo sviluppo di quel poco che è essenziale all’identità.

Una filosofia pratica così intesa condivide qualcosa con l’agire teatrale. Come in teatro, il filosofo pratico sa immedesimarsi nei ruoli che l’esistenza di volta in volta gli propone, sa rappresentarli, sa lavorare per sé e per gli altri a un tempo, ma sa pure di vivere un paradosso in virtù del quale egli è e non è a un tempo. Sa che il credibile e l’incredibile hanno un’unica radice e ciò che li differenzia è solo il senso di responsabilità e l’intenzionalità di chi agisce.

Max Maraviglia per Cantieri dello Stupore



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