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Innaffiare il giardino
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 28 agosto 2009
Una cosa che faccio volentieri è innaffiare il giardino. Strano come la coscienza politica influisca su tutte queste operazioni quotidiane. Da dove verrebbe altrimenti la preoccupazione di dimenticare un punto del prato, che quella pianticella lì potrebbe non ricevere acqua o riceverne di meno, che si potrebbe trascurare quel vecchio albero perché ha un'aria tanto robusta? E, che si tratti di erbacce oppure no, tutto ciò che è verde ha bisogno di acqua e ci si accorge di quanto verde c'è sulla terra soltanto quando ci si mette ad innaffiare.

Bertold Brecht, Diario di lavoro 1942-1955, Einaudi, 1976, p. 611.


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Per un teatro degli angeli mortali
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 14 giugno 2009
E, si, è vero, ho detto, ripeto spesso che nella strada c'è la salvezza del teatro. Credo che da noi l'invadenza politica e l'inevitabilità della dipendenza dal denaro pubblico stiano sempre più facendo arrostire gli enti drammatici su spietati spiedi. (...) Lavorando con musica viva, da strumenti, organo, fonografo, senza assordare pubblico e finestre con altoparlanti a tutto volume (cosa che a me pare un imperativo etico) si constata in quale deplorevole stato siano ridotti i timpani: una debole o nessuna amplificazione non li raggiunge nella loro sfondatezza. Gli orecchi più sensibili a vocalità e musiche di strada sono bambini e cani. Sempre protestano quando madri e padroni li tirano via. La vida es sueño: poiché tutto lavora a cancellare il sogno, noi che ci accaniamo a trasmetterlo, a snidarlo dai tombini, da ultimi saremo i primi.

Guido Ceronetti, Io trasmetto i sogni, su Repubblica del 14 giugno 2009, p. 38.


Il 19 e il 20 giugno, alle 17,00, al teatro Strehler-Scatola Magica di Milano, Guido Ceronetti presenta lo spettacolo Strada come Santuario, nell'ambito della rassegna "Masterclass - La casa delle scuole di teatro", ideata da Luca Ronconi.

Gli dèi ci conservino a lungo uomini come questi.


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Sull'importanza dell'istruzione
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 2 giugno 2009
Se desideriamo conoscere la forza del genio umano dobbiamo leggere Shakespeare. Se vogliamo constatare quanto sia insignificante l'istruzione umana possiamo studiare i suoi commentatori.

William Hazlitt, Sull'ignoranza delle persone colte e altri saggi, Fazi, 1995, p. 46

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Come se fosse
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 31 dicembre 2008
L'ha inviata il mio amico Flavio ed io la rilancio perché certe repetita iuvant e questa, forse, è una di quelle:

Lavorate, come se non aveste bisogno di soldi; amate,
come se non doveste mai soffrire; ballate, come se nessuno vi guardasse.

(Daisaku Ikeda).

Prosit



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Il poeta cretino
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 8 dicembre 2008
Tutta la grande poesia è malattia maniacale. Se le sottrai la stupidità, resta il poeta intelligente (una contraddizione in termini). Dis-graziato. Un poeta ha bisogno come il pane (il vino nel caso mio) del limite della stupidità, di questo nous bestiale. Più è bestiale più è grande. Chi non si vergognerebbe d'aver scritto: "Che fai tu luna in ciel, dimmi che fai silenziosa luna?". Preso a sé, sarebbe fischiato e stroncato anche mescolato alle canzonette del peggior Sanremo. […] Proprio così: “…per guarire la nostra malattia deve peggiorare…”.

Che cosa è mai il genio, se non questo “meritato” regredire nell’idiozia (niente a che fare col tanto ricercato abuso di “cretini naturali” di certo managerismo tivù?) “Condannato” a progredire
[…] degraderebbe nel fasto becero del talento.


C. Bene / G. Dotto, Vita di Carmelo Bene, Bompiani, 2006, p. 221.


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Il Bene paraterrestre e il suo studio
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 26 novembre 2008
Che cazzo vuole questo verminaio trafelato e confuso? Se non affogare nel baccano collegiale qualunque atto responsabile, ogni solitaria e intima applicazione? Reprimere nella rivolta scioperata e poliziotta la resa dei conti con se stessi. È con se stessi che non intendono intrattenersi: travestono il lavorio pensante in prospettiva salariata; rivendicano garanzie statali (educazione, famiglia, ricreazione, sindacato, pensione, ecc.) invece di offrirne. È la trafila insensata dei servi che reclamano di “ottimizzare” la propria condizione servile.
Controparte è un regime democratico per definizione tritamasse, sordo-attento alle difficoltà globali, inimico giurato d’ogni impresa individuale. Non bisogna mai invocare lo Stato. Lo Stato deve smettere di governare. Si studia desiderando. Questo è lo studio. Una faccenda molto privata.

Carmelo Bene/Giancarlo Dotto, Vita di Carmelo Bene, Bompiani, 2006, p. 27.


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Lo sciamano e l’idiota
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 13 ottobre 2008
[…] “I guerrieri-viaggiatori non si lamentano. […] Accettano come una sfida qualunque cosa l’infinito gli offra. Una sfida è una sfida. Non è una questione personale. Non può essere presa come una maledizione o una fortuna. Un guerriero-viaggiatore o vince la sfida o è distrutto da essa. E vincere è più eccitante, quindi vinci!”

Ribattei che dirlo era facile, ma che metterlo in pratica era tutt’altra faccenda; e che i miei patimenti erano insuperabili perché nascevano dalla mancanza di coerenza dei miei simili.

“In difetto non sono quelli che ti circondano” replicò lui. “Loro non possono evitare di essere quello che sono. Tu sei in difetto, perché invece di aiutare te stesso preferisci guardare loro. Ma solo gli idioti giudicano. Giudicandoli, non farai altro che tirare fuori il loro lato peggiore. Siamo tutti prigionieri ed è questa prigionia a indurci ad agire con tanta meschinità. La tua sfida sta nel prendere gli altri come sono. Lasciali in pace.”


C. Castaneda, Il lato attivo dell’infinito, BUR, 2007, p. 228.


“Ma solo gli idioti giudicano…” anche questo è un giudizio. Se questo è vero, lo sciamano e l’idiota sono la stessa persona.
mm


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Altra possibile formulazione della legge d'attrito
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 29 settembre 2008
Del reale, si potrebbe dire che, troppo coinvolti, ci si distrugge, troppo distanti, ci si disintegra.


M. Onfray, La scultura di sé - per una morale estetica, Fazi, 2007.



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La consistenza delle cose importanti
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 21 settembre 2008
Le opere kantiane sono straordinarie, prova ne è la facilità con cui superano gloriosamente il test della susina mirabella. […] Il test della mirabella si svolge nella mia cucina. Poggio sul tavolo di fòrmica il frutto e il libro e, addentando l’uno, mi lancio anche sull’altro. Se entrambi resistono ai vigorosi assalti reciproci, se la susina non riesce a farmi dubitare del testo e il testo non giunge a rovinare il frutto, allora so che mi trovo davanti ad un’impresa di una certa importanza e, diciamolo pure, inconsueta, perché ben poche opere non risultano ridicole, insulse e annientate dalla straordinaria succulenza delle piccole delizie dorate.

M. Barbery, L’eleganza del riccio, E/O, 2008, p. 46-47.




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A proposito di ponti
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 14 settembre 2008
Vivere è percorrere il mondo
attraversando ponti di fumo;
quando si è giunti dall’altra parte
che importa se i ponti precipitano
Per arrivare in qualche luogo
bisogna trovare un passaggio
e non fa niente se scesi dalla vettura
si scopre che questa era un miraggio.


J. R. Wilcock


(in quanti modi è possibile interpretare questi versi?)


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Disperanza di salvezza
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 11 settembre 2008
[…] Secondo le buone norme militari, non bisogna mai spingere il nemico alla disperazione: giaccé tale stato gli moltiplica le forze e accresce il coraggio che già gli veniva meno, e non c’è miglior medicina per salvarsi a chi è scoraggiato e abbattuto che il non sperar più salvezza. Quante vittorie sono fuggite all’ultimo momento dalle mani dei vincitori, per non essere stati alla ragione, ma aver voluto a tutti i costi mettere a disperazione e distruggere totalmente i nemici, senza lasciarne neanche uno per portar la notizia! Aprite sempre ai nemici e porte e strade, e fategli piuttosto ponti d’oro perché se ne vadano.


F. Rabelais, Gargantua e Pantagruele, Torino, Einaudi, 1973, p. 127.



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Ancora sugli "ismi" e sugli "isti"
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 5 settembre 2008



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Il sublime in una cassa di pioppo
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 21 agosto 2008
Il 30 di ottobre 1801, per ordine della regia amministrazione borbonica, veniva riconsegnata agli eredi di Eleonora de Fonseca Pimentel una cassa di pioppo contenente i beni confiscati  dalla Giunta di Stato alla nobildonna giacobina. Poco più di due anni erano trascorsi dalla sua impiccagione in Piazza Mercato. Sua cognata, Donna Nicoletta (moglie di don Michele de Fonseca Pimentel) apre la cassa sperando di aver trovato, finalmente, l’occasione buona per aiutare marito e cognato (in quel momento detenuti nelle Regie prigioni) con l’eredità di Eleonora. Speranza vana: la cassa conteneva solo pochi effetti personali di nessun valore.

Maria Antonietta Macciocchi, che alla figura della rivoluzionaria portoghese ha dedicato un libro, scrive a proposito di questo episodio:

Decifrando, non la descrizione degli oggetti [la cassa era accompagnata da una lista del suo contenuto, stilata da un qualche burocrate del Tribunale, ndr]  ma il messaggio che quelle cose mi inviavano; ho cercato di mettere in rapporto l’etica con i simboli terrestri: una gonnella di raso nero, un cappotto di contrino, una borsa di damasco, nel rintracciare la storia singolarmente eroica della marchesa giacobina. Che importanza hanno un cucchiaio d’argento, una sciarpa nera usata, un manicotto spelato, una borsa di damasco, un paio di scarpe rotte? […] Quegli oggetti tanto più miseri quanto più dettagliati con solennità burocratica, mi rinviavano alla figura morale di una donna. Mettevano in rilievo, e in chiaro, ai miei occhi, quel difficile pensiero di Kant: “Il sublime è una finalità senza fine”.

M.A. Macciocchi, Cara Eleonora – Passione e morte della Fonseca Pimentel nella Rivoluzione Napoletana, BUR, 1998, p. 26.


Altro che “resto di niente”.



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L'eterno rinnovo
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 15 agosto 2008
Non c’è nulla di antico sotto il sole.
Tutto accade per la prima volta, ma in un modo eterno.
Chi legge le mie parole sta inventandole.

J. L. Borges, La felicità


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Per completare il discorso di Darwin
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 4 agosto 2008
Il perfezionamento della specie non consiste in altro che non sia il miglioramento delle sue attitudini fisiche, intellettuali e morali. Il primo di questi miglioramenti fa sì che il soggetto diventi capace di sopravvivere e di mantenersi nelle condizioni di sopravvivenza più diverse. Il secondo, che diventi capace di risolvere i problemi che gli vengono posti, per quanto difficili possano essere. Dal punto di vista conoscitivo, i problemi più difficili sono quelli la cui risoluzione richiede l’integrazione o l’armonizzazione delle premesse più eterogenee. L’intelligenza aumenta con l’aumento delle capacità di porre in relazione gli elementi più lontani tra sé. Il terzo ed ultimo miglioramento consiste nel diventare capaci di armonizzare gli stati dell’anima più strani e contrapposti.

Ignacio Gomez de Liano, Sul Fondamento, Mondadori, 2003, p. 89.

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Logiche politiche applicate alla ricerca scientifica
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 1 agosto 2008
Uno scolaro, formulata l’interessante teoria che i ragni odono con le gambe, si disse in grado di dimostrarla. Collocò un ragno al centro di un tavolo e gli gridò: “salta!” Il ragno saltò. Ripetuto con successo l’esperimento, il ragazzo tagliò le zampe al piccolo animale e lo ricollocò al centro del tavolo. Gli gridò di nuovo: “salta!” ma questa volta il ragno rimase immobile. “Ecco - proclamò il ragazzo - tagliate le zampe ad un ragno e questo diventerà sordo come una talpa!”

Edward De Bono, Il pensiero laterale, BUR, 2003

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A chi dice "non è mica facile"
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 31 luglio 2008
Intacca il difficile là dove è facile; fai grande ciò che è minuto! Le cose più difficili del mondo prendono avvio da ciò che è facile; le cose più grandi del mondo prendono avvio da ciò che è minuto. Perciò il Santo non fa mai niente di grande, e così può compiere il grande.

Tao Te Ching, LXIII

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Le tempeste
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 30 luglio 2008
Dal 1981 passo tutte le mie mattine tra la cattedra e i banchi, cercando di insegnare qualcosa di italiano e di storia, e intanto discutendo con gli alunni intorno a tutti i temi importanti dell'esistenza. Devo dire che per me lavoro più emozionante non esiste. Ho collaborato a programmi radiofonici, a case editrici, a riviste e giornali, ho scritto romanzi e articoli, testi teatrali e sceneggiature, ma nulla mi ha dato le stesse emozioni, nulla mi è parso mai così decisivo come le ore che continuo a trascorrere insieme a quegli adolescenti, in classi mal riscaldate, tra pareti spesso imbrattate da frasi d'amore e d'odio. E' come stare in mezzo al mare su una barca che scricchiola: e a volte c'è una bonaccia preoccupante, a volte onde fragorose, non si può mai sapere in anticipo cosa accadrà, ma è comunque un viaggio di cui il comandante è responsabile. Questo compito produce nei professori un'ansia notevole, che può tradursi in un terribile senso di frustrazione. Oggi più che mai ci sono programmi da rispettare al millimetro, imprescindibili obiettivi didattici e formativi.

C'è una scienza dell'insegnamento sempre più rigida, e bisogna rendere conto dei metodi e dei risultati sui registri e su mille altre carte. L'insegnante è chiamato a imbrigliare la forza anarchica della giovinezza, a darle una forma misurabile, prevista in ogni particolare dal ministero. E invece davanti a sé ha studenti che si distraggono, che hanno voglia di muoversi, che perdono sangue dal naso, che a volte hanno un fratello spacciatore in galera e una madre col cancro in ospedale, che paiono sempre sul punto di ammutinarsi. Uno parla, spiega, e le parole sembrano morire nel vuoto, e allora si scrive qualcosa sulla lavagna, per salvare una frase, un mezzo concetto: poi si guardano quei caratteri bianchi, quelle frasi di gesso appuntate nel nulla, e somigliano a degli S.O.S., a messaggi lanciati in mezzo a un naufragio. Può venire lo scoramento, lo capisco, accade anche a me. Una lezione preparata con cura sembra sbriciolarsi contro l'indifferenza totale; i versi sublimi di un genio possono venire interrotti dalla voce seccata di un ragazzo che domanda: "Ma a me cosa me ne frega di Angelica o di un passero solitario, che me ne viene? A che mi servono queste lagne? Cosa c'entrano col mondo di oggi, professore?" E allora si ricomincia da capo a discutere della forza del denaro e della televisione, e il tempo scorre nel caos e pare che non ci sia più niente da fare contro quelle potenze invincibili, che la nostra barchetta sarà spazzata via da incrociatori spaventosi sui quali gli studenti sembrano pronti a imbarcarsi, hanno già addosso le divise Nike e Adidas. Sembra, pare, ma non è così, non è per niente così. La verità è che i ragazzi sono naturalmente dei provocatori, lo sono sempre stati, anch'io lo ero. Non vogliono restare buoni e fermi come otri da riempire, hanno bisogno di accendere nella loro coscienza uno scontro tra le forze in campo: da un lato i messaggi violenti di una società tutta improntata ai miti della facilità e del successo, della fretta e del cinismo; dall'altro il senso innato della giustizia, della bellezza, della ricerca. Stanno indecisi al centro della tempesta, sono nervosi, inquieti, infastiditi dalla loro stessa incertezza. Usare le punizioni e i sette in condotta come metodo di pacificazione non ha alcun senso. Il professore è chiamato duramente a dimostrare che le cose di cui parla non sono chiacchiere astratte, ma motivi che hanno innanzitutto formato la sua vita, e ancora la formano. Può sembrare paradossale, ma l'insegnante insegna soprattutto ciò che lui è, momento dopo momento. Se lui crede a ciò che dice, se lo dimostra nel suo comportamento, allora ci crederanno anche i suoi alunni. Loro hanno davanti agli occhi un mondo modellato da adulti che giocano in borsa, che non leggono una riga, s'ubriacano di televisione e Valium e però ipocritamente pretendono che i loro figli siano colti e sensibili. La mia impressione è che quel mondo ai ragazzi non piaccia affatto, lo subiscono, lo ripetono, ma ancora non lo amano.

L'altra faccia della luna sono quegli insegnanti che passano la mattina con loro, uomini e donne vestiti maluccio, con pochi soldi, la macchina vecchia, che parlano di un'altra vita, di altri valori. Quegli uomini e quelle donne non devono scoraggiarsi, perché le loro parole, se pronunciate con convinzione, se sono davvero le parole sincere della propria vita, comunque arrivano, sono semi che segretamente attecchiscono. Ho visto studenti ridere in faccia agli insegnanti, ma li ho visti anche piangere come vitelli ai funerali di un vecchio professore che fino alla fine veniva a scuola in autobus.



(anonimo), Io prof nell'aula in tempesta, su La Repubblica del 23 gennaio 2001

 

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A colpi di cucchiaio
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 29 luglio 2008
Quando mi sono stancato di partorire opere che erano soltanto uno specchio del mio ego, ho abbandonato l’arte per due anni. E nel momento in cui ho dimenticato me stesso, mi è crollato addosso il dolore del mondo. La gente invischiata in un faticoso divenire, non per essere ma per apparire, aveva perso la gioia di vivere, come me. Rintontiti da droghe, caffè, sigarette, alcol, zuccheri, eccessi della carne, delusi dalla politica, dalla religione, dalla scienza, dall’economia, dalle guerre “patriottiche”, dalla cultura, dalla famiglia, tristi animali privi di uno scopo ma con la maschera delle persone soddisfatte, passeggiavano per le vie del nostro pianeta consapevoli che piano piano lo stavamo avvelenando. […]

Una grande montagna proietta la sua ombra su un villaggio. Per mancanza d’irradiazione solare, i bambini crescono rachitici. Un bel giorno gli abitanti del paese vedono il più anziano di loro uscire dal villaggio con in mano un cucchiaio di porcellana.
“Dove vai?” gli chiedono. Risponde:
“Vado dalla montagna”.
“Perché?”
“Per spostarla”
“E come?”
“Col cucchiaio…”
“Sei pazzo.”
“Non sono pazzo. So bene che non ci riuscirò mai, ma qualcuno dovrà pur cominciare.”


A. Jodorowsky, Cabaret mistico, Feltrinelli, 2008.


(Per chi è addestrato fin dalla nascita ad abbattere muri a colpi di cerbottana, il cucchiaio appare strumento ancora più avanzato).
m

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Giustizia poetica
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 13 luglio 2008
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio a scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

J. L. Borges, I Giusti


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Preghiera agli ombrelli. E alle sardine
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 7 giugno 2008
L’ombrello che giaceva in un angolo, tutto coperto di polvere, si lamentava amaramente: “Perché mi hanno portato fin qui se non piove mai? Sono nato per proteggerti dall’acqua, senza di lei non ho senso” “Ti sbagli”, rispondevo io, “hai ancora senso; se non nel momento del presente, almeno in futuro. Insegnami la pazienza, la fede. Un giorno pioverà, te lo giuro”. Dopo questa conversazione, per la prima volta dopo molti anni si scatenò una tempesta e per l’intera giornata venne giù un vero e proprio diluvio.

A. Jodorowsky, La danza della realtà, Feltrinelli, 2006



Attendemmo in silenzio fiduciosi davanti alla scatola di sardine. All'improvviso esse, risorgendo dalla salamoia, aprirono la confezione dall'interno ed irritate ci dissero: "ma quella chiavetta benedetta che avevate, non potevate usarla prima? C'era proprio bisogno di aspettare un miracolo?"

(dedicato all'amica Cianciulli)

mm


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Letteratura tralfamadoriana
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 2 giugno 2008
Billy chiese se c’era altra roba da leggere. “Solo romanzi tralfamadoriani che lei, temo, non potrebbe capire” disse l’altoparlante sulla parete: “Lasci che ne legga uno, in ogni modo”. Così gliene misero davanti parecchi. Erano piccole cose. [...] Billy non era capace di leggere in tralfamaldoriano, naturalmente, ma poteva vedere almeno com’erano scritti: gruppetti di simboli separati da stelle. [...] “Ogni gruppo di simboli è un breve messaggio urgente che descrive una situazione, una scena. Noi tralfamaldoriani li leggiamo tutti in una volta, non uno dopo l’altro. Non c’è alcun rapporto particolare tra i messaggi, se non che l’autore li ha scelti con cura in modo che, visti tutti insieme, producano un’immagine della vita che sia bella, sorprendente e profonda. Non c’è principio, parte di mezzo o fine, non c’è suspence, né morale, né cause ed effetti. Quella che amiamo nei nostri libri è la profondità di molti momenti meravigliosi visti tutti in una volta”.

Kurt Vonnegut, Mattatoio n.ro 5, Feltrinelli, 2006


Si può immaginare una letteratura più eticamente alta di questa?


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Le solide ragioni dell’ottimismo
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 31 maggio 2008
Pangloss insegnava la metafisico-teologo-cosmostoltologia. […] «È dimostrato» diceva «che le cose non possono essere altrimenti, poiché, in quanto tutto è fatto per un fine, tutto è per il fine migliore. Notate che i nasi sono stati fatti per reggere gli occhiali, e noi abbiam bene degli occhiali. Le gambe, visibilmente, sono costituite per le calze. Le pietre sono state formate per essere tagliate e far castelli, e monsignore ha ben un bellissimo castello: il maggior barone infatti della provincia, dev’essere il meglio alloggiato; e i maiali essendo fatti per essere mangiati, noi mangiamo del porco tutto l’anno: conseguentemente coloro i quali han preferito che tutto è bene, hanno detto una stoltezza; bisognava dire che tutto è per il meglio.»

Voltaire, Candido, Parigi, 1759.


Allo stesso modo in cui il denaro è fatto per fare ricchezza, la produzione per sostenere il PIL e le malattie per sostenere i medicinali (l’elenco delle buone ragioni e dei fini migliori è alquanto lungo).

mm



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Il sacro e l’armonia
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 19 maggio 2008
Che cos’è che gli uomini considerano sacro? Esistono, forse, nel funzionamento di tutti i sistemi viventi, processi tali che, se notizie o informazioni su questi processi raggiungono altre parti del sistema, il funzionamento armonioso del tutto viene paralizzato o sconvolto? Che cosa significa considerare sacro qualcosa? E perché è importante?

Gregory Bateson, Dove gli angeli esitano, Adelphi, 2002, p. 128.




Il sacro reputa forse le parole indesiderabili, perché alterano la natura delle idee.

Sacro è anche ogni vano tentativo che facciamo per trovare una parola non consunta o il modo per circoscrivere un silenzio.

Dei libri e forse ancor più del teatro ho sempre prediletto la parte non espressa. Certe forme d’incoscienza, in questo senso, hanno un che di sacro. Come nell’armonia.

mm


L’armonia è un quid raro
Adelheit
Non è oggetto fluido né sostanza
E non sempre ha il lucore della gemma.
L’armonia è di chi è è entrato nella vena giusta
Del cristallo e non sa né vuole uscirne.
L’armonia è vera quando non tocca il fondo,
non è voluta da chi non la conosce,
non è creduta da chi ne ha il sospetto.
A volte l’ippocastano
Lascia cadere un suo duro frutto
Sulla calvizie di chi non saprà mai
Se fu eletto o scacciato per abiezione.
L’armonia è dei segnati ma il patto è
che ne siano inconsapevoli. E tu
Adelheit lo sai da tanto tempo.
Hai conosciuto il tuo segreto senza
Che il dio che la elargisce se ne accorga
E sarai sempre salva. Anche gli dèi
Possono addormentarsi (ma con un occhio solo).


Eugenio Montale, L’Armonia, in «Quaderno di quattro anni», Einaudi, 1980, p. 538.


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Frammenti di riflessi
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 14 maggio 2008
Ognuno di noi possiede, diceva William James, una sorta di curva di offerta di se stesso. Senza quasi rendercene conto, sfoderiamo certi risvolti della nostra personalità secondo l’interlocutore che abbiamo di fronte.

Juan Antonio Rivera, Tutto quello che Socrate direbbe a Woody Allen, Frassinelli, 2003, p. 83.


Il signor Keuner raccomandò un tale a un commerciante per la sua incorruttibilità. Dopo due settimane il commerciante ritornò dal signor Keuner, e gli chiese: - Che cosa intendevi dire parlando d’incorruttibilità? – Il signor Keuner rispose: - Dicendo che l’uomo da te assunto è incorruttibile intendevo dire: non puoi corromperlo. – Ah si? – disse il commerciante afflitto, - e invece ho ragione di temere che il tuo uomo si faccia corrompere perfino dai miei nemici. – Questo non lo so, - disse il signor Keuner senza interesse. – Ma non fa che lisciarmi, - esclamò il commerciante esasperato, - egli si lascia dunque corrompere anche da me! – Il signor Keuner sorrise vanitoso: - Da me non si lascia corrompere, - disse.


Bertold Brecht, Storie del signor Keuner, Einaudi, 2008, p. 13.


Essere responsabili dei propri comportamenti è già un bel traguardo. Sapere di rischiare di esserlo anche di quello degli altri è quasi olimpionico.

(dedicato a tutti noi che incolpiamo gli altri)

mm


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Poesia esperita
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 12 maggio 2008
Saperla viva, e nel malessere, e in lacrime, questa mia banda di fratelli, medica in me ogni afflizione: la poesia va in cerca di un popolo, non di scaffali.

Guido Ceronetti, Compassione e disperazione, Torino, 1987.


Avevo poco più di vent’anni e davo lezioni private. Un giorno una ragazzina, poco più che dodicenne, mi disse: “Non mi piace la poesia, perché i poeti sono tutti tristi”. Avessi già vissuto allora le cose che vidi poi, le avrei risposto: “Bene. Allora comincia tu a scrivere poesie non tristi”. Mi limitai a darle ragione.

mm


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Dalla morte alla vita – A ritroso
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 7 maggio 2008
Sono morto perché non ho il desiderio;
non ho desiderio perché credo di possedere;
credo di possedere perché non cerco di dare.

Cercando di dare,
si vede che non si ha niente;
vedendo che non si ha niente,
si cerca di dare sé stessi;
cercando di dare sé stessi,
si vede che non si è niente;
vedendo che non si è niente,
si desidera divenire;
Stripper Formato
desiderando divenire,
si vive.




René Daumal, Il lavoro su di sé – Lettere a Geneviève e Louis Lief, Adelphi, 1998.


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Il vento dice se sei felice
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 4 maggio 2008

Basta interpellare il vento per sapere se si è felici. Esso ricorda all’infelice la fragilità e la precarietà della sua abitazione e lo scuote dal suo sonno leggero e dai suoi sogni agitati. A chi è felice, invece, canta la nenia della sua sicurezza: il suo sibilo furibondo gli dichiara, senza possibilità di equivoci, che non ha più nessun potere su di lui.

Theodor W. Adorno, Minima Moralia – meditazioni della vita offesa, Torino, 1979, p. 47.


Non c’è cosa che non racconti di noi.

mm


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Keuner bastona un professore di filosofia
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 3 maggio 2008

Dal signor Keuner, il pensatore, andò un professore di filosofia a raccontargli della sua saggezza. Dopo un po’ il signor Keuner gli disse: - Tu siedi scomodamente, parli scomodamente, pensi scomodamente - . Il professore di filosofia andò in collera e disse: - Non è su di me che volevo sapere qualcosa, ma sul contenuto di quanto ho detto. – Non ha contenuto, - disse il signor Keuner. – Ti vedo procedere goffamente e non è una meta quella che raggiungi mentre ti vedo procedere. Parli in modo oscuro e dalle tue parole non proviene alcuna luce. Non vedo la tua meta, vedo il tuo atteggiamento.


Bertold Brecht, Storie del signor Keuner, Einaudi, 2008, p. 39.


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Il dispendio sacro
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 29 aprile 2008
Nel complesso i dispendi improduttivi, individualizzandosi, dividendosi, hanno perso il senso glorioso che avevano; sono ridicoli… Il lusso è squilibrato.

[…] In un certo senso, lo stesso dispendio comico è legato alla scarsa consapevolezza che abbiamo della necessità di spendere. Se ne avessimo consapevolezza spenderemmo gloriosamente, pagando all’occorrenza di persona, invece di farlo nel modo furtivo e affrettato dei borghesi. La parte più appariscente del dispendio improduttivo sopravvive in mezzo a noi come un anacronismo da distruggere. Gli interessi della produzione a volte lo incrementano, ma in direzione della stupidità o della meschinità. Ormai non è nient’altro che un segno d’imbecillità egoista.

[…] Non capiamo più che dobbiamo risolutamente dilapidare i sovrappiù di energia che produciamo. Nel nostro accecamento, quest’eccesso ingombrante lo dilapidiamo infatti meno di quanto esso dilapidi noi.

[…] La verità è che questo mondo è come morto, perché i valori profondi che l’hanno portato al punto in cui siamo appartengono a un passato che non possiamo far rivivere. Possiamo rifare la vita e condurla più lontano solo attraverso una nuova nascita.

Georges Bataille, I limiti dell’utile, Adelphi, 2000, p. 88 e 187.


(avrei detto: Possiamo rifare la vita e condurla più lontano solo attraversoun costante, dispendioso lavoro dell’immaginazione” ma probabilmente è lo stesso.)

mm


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