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Ragioni epistemologiche per non fare i compiti
post pubblicato in OPERETTE FILIALI, il 16 aprile 2008

Interno sera. Il figlio, seduto alla sua scrivania illuminata a giorno (tanto non paga lui), mento mollemente adagiato sul braccio sfoglia svogliato il libro di scienze, su e giù… come a cercare qualcosa che non c’è. Il padre entra, saluta e fa la sua ricognizione a volo sulle consegne del giorno

P: Come va?

F: Bene…

P: Fatto compiti?

F: Quasi…

P: Che manca?

F: Scienze…

P: Ancora? A quest’ora? Come mai?

F: Ho pensato una cosa…

P: (già presumendo una richiesta di giustifica) Avanti, dimmi…

P: Una cosa strana…

P: Dilla!

F: (tutto d’un fiato, riprendendosi dal languore) Secondo me la scienza può essere che è tutta una scemenza!

P: Che vuol dire?

F: Che cos’è la scienza?

P: Dimmelo tu, cos’è la scienza?

F: La scienza è conoscere le cose…

P: Va be’, è un po’ generica come definizione… e allora?

F: … ma se tu conosci una cosa, è perché prima ne hai conosciuta un’altra…

P: e allora?

F: e prima di quell’altra, ne hai conosciuta un’altra ancora…

P: e quindi?

F: … e prima di quell’altra ancora, un’altra un’altra ancora…

P: Va bene è chiaro il concetto, dove vuoi arrivare?

F: … e se la prima cosa conosciuta è una scemenza, la prima prima prima, succede che anche quelle che vengono dopo sono scemenze…


La vfc di Madre annuncia dalla cucina: ...è pronto... venite a mangiare...


F: Ti sembra una cosa scema quella che ho detto?

P: (…)

F: Si, eh?

P: … che devo scrivere sulla giustifica?

F: che vuoi scrivere… non voglio giustifica. Non mi piace giustificarmi.


La vfc di Madre rincalza da lontano:
...venite o no?!...

Buio.

Max Maraviglia, Operette filiali.


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permalink | inviato da Max Maraviglia il 16/4/2008 alle 23:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Il difetto della perfezione spiegato da mio figlio
post pubblicato in OPERETTE FILIALI, il 2 aprile 2008
Interno sera. Padre e figlio riassumono i passaggi curiosi del giorno trascorso. Distesi sul letto il padre ha terminato i suoi argomenti. Il figlio continua ad esplorare possibili spunti di conversazione. Le mani del figlio davanti alla luce del piccolo abat-jour si muovono alla ricerca di improbabili ombre cinesi da proiettare sullo sfondo della tenda.

F: (muovendo le dita) Questo che sembra?

P: Un cane lupo?

F: Bravo. E questo?

P: Non so… un mastino?

F: Dove lo vedi un mastino?

P: Le mascelle cascanti…

F: Non volevo fare un mastino…

P: Cosa, allora?

F: Non lo so. Questo ti sembra un coniglio?

P: Non lo vedo un coniglio…


Pausa. Il figlio intreccia le dita, sperimenta…


F: E questo cosa ti sembra?

P: Questo mi sembra un coniglio!

F: (leggermente contrariato) È la stessa ombra di prima.

P: Ah si?

F: Si. Perché quando ti ho detto “questo ti sembra un coniglio?” tu hai detto “no!” e quando ti ho detto “cosa ti sembra?” e ho fatto la stessa ombra, tu hai detto “questo è un coniglio?”

P: Eh?

F: Ti ho fatto due volte la stessa ombra. La prima volta ti ho chiesto “ti sembra un coniglio?” e tu hai risposto “No”. La seconda volta ti ho chiesto solo “cosa ti sembra?” e tu hai risposto “un coniglio!” ed era la stessa ombra di prima… perché?

P: (riflette cercando di sondare la consistenza della curiosa domanda e si accorge che è più impegnativa di quanto non sembrasse all’inizio, e sono già le undici di sera… potrebbe partire dallo spiegare il concetto di “probabilità positiva e negativa” nell’atto comunicativo, dell’entropia… ma come si fa a un ragazzino di otto anni? E poi perché un ragazzino di otto anni deve fare domande così complicate? Con chi se la deve prendere? E sono già le undici e venti di sera?)

F: Papà… allora?

P: Sei ancora sveglio?

F: Aspettavo la tua risposta…

P: Ah, ecco. Allora… ecco… beh, insomma non è che…

F: (interrompendolo) Lascia stare. La risposta l’ho già trovata io.

P: (sollevato) Ah si? E quale sarebbe?

F: Se io ti dico “ti sembra un coniglio?”, tu, nell’ombra, cercherai la perfezione del coniglio, quindi del coniglio non vedrai proprio nulla. Se io invece dico “cosa ti sembra?” tu nell’ombra vedi tutto quello che può somigliare al coniglio, perché non cerchi la perfezione del coniglio… è così?

P: (…)

F: … è così o no?

P: Dormi, Cicco…

Buio



(Max Maraviglia, Operette Filiali, marzo 2004)

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permalink | inviato da ubumax il 2/4/2008 alle 0:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
La filosofia pratica spiegatami da mio figlio
post pubblicato in OPERETTE FILIALI, il 29 marzo 2008
Esterno notte. Terrazza di una casa di campagna. Cielo stellato. Molto stellato. Padre e Figlio sdraiati su due sedie a sdraio, l’uno accanto all’altro, guardano il cielo godendosi lo scorcio di una bella giornata passata in montagna, con sosta al ristorante Mammaròsa. Il Padre (P) ha sonno. Il Figlio (F) arzillo come fosse mezzogiorno.

F: Papà…

P: Dimmi…

F: Abbiamo passato una bella giornata… vero papà?

P: Molto…

F: Papà…

P: (…)

F: Papà! Che fai, dormi?

P: No…

F: Senti un poco papo, te lo ricordi l’uccello che stava in gabbia nella sala di Mammaròsa?

P: No…

F: Era un uccello con le piume così, la coda così, le ali così e faceva uhouuhouuhou… (accompagnando la descrizione con gesti di dita, mani, piedi e smorfie) Come si chiama?

P: Chi?

F: L’uccello di Mammaròsa… aveva le piume così, la coda così, le ali così e faceva uhouuhouuhou… (gesti di dita, mani, piedi e smorfie sempre più concitati)

P: Non lo so…

F: Ma guardami! Aveva le piume così, la coda così, le ali così e faceva uhouuhouuhou… (gesti di dita, mani, piedi e smorfie al limite della fibrillazione)

P: Lallo…

F: E GUARDAMI! LE PIUME COS…

P: LALLO! Non posso capire di che uccello si tratti dalla tua imitazione…

F: La faccio meglio, guarda…

P: Non è questo…

F: Non sai come si chiama quest’uccello?

P: No.

F: Ah.


Pausa


F: Papà…

P: Dimmi Lallo

F: Tu che insegni?

P: (indugiando prima di dare la risposta) Filosofia…

F: Ah. E che vuol dire filosofia?

P: Letteralmente vuol dire amore per il sapere

F: E di che parla la filosofia?

P: Parla… (sbadiglio) parla del senso e del significato da dare alle cose che facciamo… di cosa può voler dire bene e male, bello e brutto… di come facciamo per conoscere le cose… di cosa significhi essere e non essere… dell’uso della ragione e della parola… dei nomi giusti da dare alle cose…

F: (ride)

P: Che ridi?

F: Papà… papone… ma come fai a insegnare queste cose se non sai nemmeno il nome dell’uccello di Mammarosa!


Buio.

(11 agosto 2001)


Max Maraviglia, Operette Filiali



permalink | inviato da ubumax il 29/3/2008 alle 2:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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