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Ciottoli, Caso e Destino
post pubblicato in Diario, il 30 agosto 2010
Il Caso somiglia ai ciottoli di una battigia, disposti in un ordine accidentale o in ogni caso indecifrabile, per i più. Ci si cammina sopra, qualcuno può far male, altri massaggiano la pianta (dipende anche da come si cammina).

Oppure ci si può fermare ad osservarli, scrutare, raccoglierne alcuni e lavorarli con calma per trasformarli in altro. In quel momento, si adempie un Destino.

(Appunti per un Manuale Distruzioni)




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permalink | inviato da ubumax il 30/8/2010 alle 14:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Nota per Pat amica ritrovata
post pubblicato in NOTE PER GLI AMICI, il 2 dicembre 2008
C'è un piccolo caso ed è quello relativo alle accidentalità che la vita abbandona sui percorsi di ciascuno. C'è poi il Superdio Caso, figlio di questo piccolo caso che, raccolto dal passante attento, viene adottato, cresciuto, nutrito fino a farne quel dio che ciascuno di noi vorrebbe incontrare. Pat, ti ingrazio, perché per risponderti ho messo a fuoco un pensiero.


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permalink | inviato da ubumax il 2/12/2008 alle 21:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Tra Evelina e il violino c’è di mezzo il mare
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 2 maggio 2008

Evelina è voce crema di mirtilli, pensiero nitido e luminoso ed occhi d'animale incantato che all'improvviso si svegliano e pennellano guizzi intorno mentre le mani leggere e sottili sorvolano dando nuovamente vita e luce a cose vecchie, impolverate e sgangherate. Spennella, strofina, ridisegna paziente su antiche icone sacre e mobilia di pregio ma ella è capace di riportare alla luce valore e senso anche a una buccia di limone, a una scatola vuota di fiammiferi, a una lampadina fulminata: è una sua specialità.

Qualche mese dopo che ebbi incrociato per un varco del piccolo caso Evelina, incontrai per gentile concessione del superdio Caso, da un rigattiere, un vecchio violino smantellato e fu ciò che non ha nome a prima vista. Mi chiese in cambio lire in ragione di 50.000 (cinquantamila) e gliele diedi volentieri. Lo strumentino aveva un fianco trafitto e la fascia da rifare. Intuivo in esso qualcosa di prezioso da potere recuperare, non sapevo cosa, poi compresi: la donna della cornice. Ed eccomi di nuovo alla volta della cavernina al 21 di via Compagna…


- C’è nessuno?

- Avanti… oh salve! Di nuovo sbagliato indirizzo?

- No, questa volta sono qui di proposito

- Un’altra cornice?

- Non esattamente. Posso mostrarle una cosa?


Tiro fuori dalla custodia il violino ferito


- Che gliene pare?

- Sta messo maluccio…

- Da gettare?

- Ma no, che gettare

- Si può restaurare?

- Direi proprio di sì

- Sa a chi posso rivolgermi?

- A me

- Restaura anche violini?

- No, ma se si fida…

(Non so esattamente cosa si intenda per fiducia, ma se è quella cosa per cui si prova un’istintiva voglia di adagiare il mondo nelle mani di qualcuno…)

- Qual è il suo nome?

- Evelina…

(ecco, io questa cosa preferisco chiamarla Evelina)

- …e il suo?

- Beniamino. Davvero farebbe una cosa del genere?

- Penso di si… ho bisogno di un po’ di tempo però

- Abbiamo l’eterno davanti…

- In un po’ meno ce la dovrei fare.


Passò un po’ meno dell’eterno, poi un giorno compravo mele quando sento qualcuno di spalle…


- Lo hai abbandonato!

- Eh? (mi volto repentino al suono di voce accarezzante) Evelina! Come stai?

- Io bene. Anche il tuo violino. Quand’è che te lo vieni a ritirare?

Da allora, quel violino, che ha assorbito qualcosa di Evelina, ha un suono che muove le foglie del mio benjamin. E se mi concentro, in certi giorni che il tempo non ha deciso ancora se tirare verso il brutto o il bello e sono in riva al mare, se trovo le cinque note giuste (non sono mai le stesse), vedo sollevarsi piccole onde d'acqua silenziosa.


Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA perfetto, 2006.


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permalink | inviato da Max Maraviglia il 2/5/2008 alle 1:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La persona del Condottiero
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 24 aprile 2008

Privo di zenit e di nadir, l’uomo delle folle è votato al disordine. Cieco e impulsivo, è destinato allo zigzag e ai matrimoni di ogni istante con i capricci del reale. Non padroneggiando né il tempo né i suoi slanci, è un puro prodotto del caso, un errore. All’opposto, il Condottiero si preoccupa della linea retta. E se la velocità con cui affronta questo percorso può variare – in quanto va dalla stagnazione alla folgorazione – essa si propone sempre di scongiurare la marcia indietro, la regressione. All’estremità della strada scelta si trova un archetipo costruito da lui, una forma motivante. È un punto fisso che evita i vagabondaggi, i brancolamenti. Dal caos bisogna far sorgere l’ordine e, in questi tentativi, alcuni non saranno che personaggi, altri diventeranno persone.

[…] Il condottiero è dunque un artista il cui obiettivo principale è la riuscita della sua vita intesa come lotta contro il caos, l’informe, le agevolazioni di ogni tipo. I suoi nemici: l’abbandono e la flaccidità, la rilassatezza e il gregarismo.

[…] E per dirla come fu costume per molto tempo, vuol fare della sua vita un’opera d’arte.

[…] E anche nel balbettio, nei tentativi e nei fallimenti, nelle esitazioni e nelle audacie che tradiscono un orgoglio eccessivo, il Condottiero è più grande dell’uomo comune nei suoi successi corrotti, nelle sue pretese riuscite, che non sono null’altro che adesioni passive alle parole d’ordine della sua tribù.


Michel Onfray, La scultura di sé – Per una morale estetica, Fazi, 2007, p. 69 sgg.

Ermeneutica delle casualità bizzarre: un caso di omonimia
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 15 aprile 2008
La filosofia pratica (o integrante? O esperita?) qui immaginata, tra le sue "buone pratiche" potrebbe annoverare anche quella dell’ermeneutica delle casualità bizzarre. Provo questa volta la pratica in questione partendo da un accidente relativo al nome che porto.

Ho un omonimo. Forse due o anche più. Ma uno, in particolare, si occupa di qualcosa di prossimo ad uno degli interessi che coltivo. Qualcosa che, solo per comodità terminologica, potremmo definire filosofia pratica (o integrante,  o anche esperita).  

Sicché, se in un motore di ricerca si digita il nome in questione, viene fuori una congerie d'indizi che lascerebbe immaginare un'unica persona coltivatrice d'interessi e mondi i più diversificati, dal teologico al teatro sperimentale, passando per la musica e la metapolitica.


Per questo - senza molta fanasia, lo riconosco - iniziai da un certo momento in poi a siglare con l'abbreviativo Max (in uso tra i miei amici) i contributi  pubblicati sul web, confidando nel fatto che il mio omonimo trovasse a sua volta altri espedienti che almeno arginassero questo quasi inevitabile (per certi versi molto teatrabile) scambio/agglutinamento di persone.

Tuttavia, da cultore di nomi, credo profondamente nel nomen omen dunque  immagino che rimodellare le vibrazioni del suono e del ritmo che accompagna il dipanarsi di una certa esistenza, possa comportare persino modificazioni nei tracciati dell' esistenza stessa... chiamare Peppe o Beppe o Pippo o Peppino o Giù o Giuseppe qualcuno, non sarebbe una cosa da fare con tanta leggerezza... è un po' come cambiare arrangiamento ad una melodia. Resta la melodia, ma la sua resa è affatto diversa. Tutto questo per dire che restringere un Massimo in Max può essere una cosa non priva di qualche conseguenza ritmica anche nella scansione degli eventi.


Espando la parentesi: ho sempre creduto che i bambini che avrebbero dovuto avere un nome e poi ne abbiano ricevuto un altro ménino poi un’esistenza un po’ incerta e confusa. Dirò di più: non bisognerebbe mai scegliere il nome, quanto piuttosto chiedere al nascituro (nei tempi e nei modi appropriati) “com’è che ti chiami?” e rispettare quel nome, che piaccia o meno. Incauti (mi perdonino) quei futuri genitori che fanno lunghi elenchi di nomi alla ricerca di quello che piace di più e che fino all’ultimo non sanno quale affibbiare (perché di affibbiatura vera e propria in questo caso si tratta), o che impongono nomi di persone defunte o ancora in vita che non calzano appropriatamente al nascituro il quale, se solo un po’ lo si ascoltasse, direbbe il nome suo, e nomen amen. Consiglio (se mi è consentito) ai futuri genitori: non fate lunghi elenchi di nomi possibili per il nascituro; limitatevi semplicemente ad ascoltarlo. Quando verrà il momento, sarà egli stesso a dirvi come si chiama. Prendete nota e registrate.

Torniamo al tema principale di questo contributo.

Ogni caso di omonimìa è (si passi l'iperbolicità dell'affermazione) una sorta di microattentato accidentale all’identità di una persona. Il nome è una delle poche cose che, di norma, accompagna immutata per tutto il tragitto: cambiano l’aspetto, la voce, i pensieri, i luoghi, i compagni di viaggio, i gusti, le emozioni ma il nome resta immutato lì, a ricordarti non tanto chi sei (questo nemmeno un nome lo può garantire) ma che sei. Sei perché hai un nome, un nome, che è condizione minima, necessaria - seppur non sufficiente - ad esistere.

La casualità bizzarra che qualcuno indossi il tuo stesso nome diviene allora quasi una sorta di negazione di questa originaria, fragile e minimale forma d'identità. Questa circostanza, sebbene sul piano personale possa produrre una qualche forma di disagio (ciascuno è fortemente attaccato a tutto ciò che può produrre identità, nessuno rinuncia facilmente a quel bisogno quasi primoridale di distinzione e riconoscimento), è interpretabile tuttavia anche come un'ulteriore sollecitazione che il caso ha voluto generosamente elargire,  a ripensare il concetto d'identità, concetto al quale attribuirei molti dei danni - compreso quelli ecologici - della cultura contemporanea.

Senza contare l'aspetto teatrabile di questa accidentale circostanza... un caso di omonimìa così improbabile (da sembrare quasi inventato) non può non divenire anche uno spunto di gioco, un'opportunità di dialogo (o, meglio ancora, di metàlogo) con un'alterità portatrice di uno stesso nome ma in altre oscillazioni esistenziali.
 
Per questo invito il mio Omonimo a questo tavolo di gioco, ad esplorare insieme l'idea d'identità, questo pugno di segni ed indizi che rimandano sempre ad un altrove, a una deriva di derridiano sapore.

Naturalmente, sia benvenuto chiunque, anche con Altro Nome, voglia sedersi a questo tavolo di gioco. Non di sfida, di gioco sull'identità. 

mm

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