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Keuner bastona un professore di filosofia
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 3 maggio 2008

Dal signor Keuner, il pensatore, andò un professore di filosofia a raccontargli della sua saggezza. Dopo un po’ il signor Keuner gli disse: - Tu siedi scomodamente, parli scomodamente, pensi scomodamente - . Il professore di filosofia andò in collera e disse: - Non è su di me che volevo sapere qualcosa, ma sul contenuto di quanto ho detto. – Non ha contenuto, - disse il signor Keuner. – Ti vedo procedere goffamente e non è una meta quella che raggiungi mentre ti vedo procedere. Parli in modo oscuro e dalle tue parole non proviene alcuna luce. Non vedo la tua meta, vedo il tuo atteggiamento.


Bertold Brecht, Storie del signor Keuner, Einaudi, 2008, p. 39.


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permalink | inviato da Max Maraviglia il 3/5/2008 alle 8:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Regole e Anomìa
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 8 aprile 2008
L’anomia forse nasce da qui, dall’enorme disaccordo circa i principi generativi delle regole, che una razionalità strumentale e dopata dall’idea di sviluppo, progresso, possesso e competitività ha moltiplicato fino all’inverosimile.

Perso il contatto con i principi regolativi naturali, ciascuna cellula del macrorganismo ha iniziato a fare di sé il centro presunto del Tutto (un Tutto per niente metafisico, s’intende), con la convinzione sempre più calcificata di potere esercitare il diritto di vampirizzazione sulle altre cellule, all’insegna di parole d’ordine quali sviluppo, progresso, possesso e competitività, per l’appunto. Forse è questa l’estrema conseguenza di una delle marche della modernità: l’idea di un individuo al centro del mondo mosso da un illuminato bisogno di controllo e tutto concentrato a farsi identità.

Nell’organismo prodotto dalla natura nessuna cellula si reputa centro dell’organismo e probabilmente nessuna cellula disputa con altre d’identità. Negli organismi naturali le cellule sono inoltre dotate di una poetica ragionevolezza che scientificamente si chiama inibizione da contatto: è quel fenomeno fisiologico in virtù del quale quando delle cellule che stanno effettuando la mitosi si toccano, l’azione mitotica cessa. In altri termini, smettono di crescere. Una sorta di reciproco rispetto, di presa di contatto e d’atto che ogni cellula condivide con l’altra. Si tratta di un rispetto naturale. Quando viene meno questo rispetto, nascono le neoformazioni, o neoplasie o, per dirla dritta, il cancro.

Il cancro altro non è che un insieme di cellule che hanno perso la capacità di controllo della proliferazione e non rispondono più all' inibizione da contatto con le altre cellule. Hanno evidentemente perso anche la cognizione del fatto che la morte di altre cellule corrisponderà inevitabilmente anche alla loro morte.

Ancora una volta, è un problema di comunicazione che rende inefficace la condivisibilità di una regola. Ragionando in termini reticolari viene da fare un’altra considerazione: è ben significativo che nelle riserve recintate della politica spesso ci si rimproveri di avere esercitato una cattiva comunicazione. Il fatto è che la comunicazione è per suo statuto ontologico sinceramente democratica. A fronte di una insincera democrazia non può esistere che una insincera (dunque cattiva) comunicazione.

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Pragmatica del filoso-fare –Primo Assioma
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 1 aprile 2008
Definire. Mettere a fuoco i contorni dell’idea. Verbalizzare, fare i conti col rischio dell’imprecisione, dell’inappropriatezza, del deja vu, deja entendu, del tradimento che ogni forma d’esplicitazione reca con sé. D’altro canto, si procede per approssimazioni successive: se si vuole lavorare a un’idea è pur necessario fermarla, magari inizialmente alla men peggio, accettare di vederla scivolare da ogni parte, ribellarsi come inquieto polpo al goffo e in qualche modo crudele tentativo di fissarla con un po’ di punessine. Ma tant’è. Via tutto e procediamo a mani nude. Proviamo intanto con un primo assioma, ricalcando altri assiomi, per definire quest’ipotesi di filosofia pratica (o integrante?) che molto ha a che vedere col comunicare.

Primo assioma - Non si può non filosofare: dietro ogni agire è sottintesa una qualche visione del mondo, idee più o meno calcificate. Ogni persona, che lo voglia o meno, nel suo agire esprime una qualche forma – seppur generica e confusa - di pensiero, anche quando non ne è consapevole o quando ricusa l’idea di una filosofia. Ogni scelta, così come ogni non-scelta, reca con sé un’idea di fondo, definita o larvale che sia. Ne consegue da quest’assioma che la filosofia non si manifesta solo quando è prodotto di pensiero presente a se stesso: il solo dasein produce, che lo si voglia o no, visioni e rappresentazioni (chiare o confuse che siano). Esiste dunque una necessità ineludibile dell’esercizio del pensiero connaturata allo stesso vivere. Resta comunque inteso che tale esercizio di pensiero, per trasformarsi in volontario, presente a se stesso e permanente, richieda non solo un costo mentale ma anche un’assunzione di responsabilità piena dell’agire.

Il rifiuto di pensare in maniera volontaria, presente e permanente (dunque di esercitare un qualche forma di filosofia pratica) corrisponde al rifiuto di quest’impegno e all’automatica assunzione su di sé e sui propri contesti di appartenenza, di disagi ed infelicità più o meno conclamate che ne possono conseguire. In altri termini: se non si accetta volontariamente la possibilità di una “filosofia integrante”, forzatamente si dovrà accettare l'ottusa insostenibilità dell'esserci.

Max Maraviglia

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permalink | inviato da ubumax il 1/4/2008 alle 0:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Pragmatica del filoso-fare – Primo Assioma (postilla)
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 31 marzo 2008
In un post precedente ho scritto: “Non si può non filosofare: dietro ogni agire è sottintesa una qualche visione del mondo, idee più o meno calcificate. Ogni persona, che lo voglia o meno, nel suo agire esprime una qualche forma – seppur generica e confusa - di pensiero, anche quando non ne è consapevole o quando ricusa l’idea di una filosofia […] Esiste dunque una necessità ineludibile dell’esercizio del pensiero connaturata allo stesso vivere”.

Mi sembrava una considerazione abbastanza compiuta fino a quando non ho incrociato nelle mie letture Stefano Zampieri (L’esercizio della filosofia, Apogeo, 2007) che mi ha indotto a meglio precisare l’idea proposta.
Scrive il mio coetaneo veneziano:

Posta in questo modo la questione dovremmo concludere che tutti siamo filosofi, dal momento che tutti, in ogni momento della nostra esistenza agiamo in base a un sistema di valori implicito od esplicito (ed è ciò che affermavo io, ndr), confessato o inconfessabile. […] Una simile definizione, dunque, utilizza il modo d’essere naturale dell’uomo e gli attribuisce una qualità filosofica (innaturale). È un procedimento assurdo, il discorso filosofico ha una sua identità e richiede una sua consapevolezza, che non è di tutti. […] La filosofia, in questo senso, impone una scelta, è figlia di una scelta, e quindi si articola su uno sfondo di libertà.

Sembra dunque di capire che Zampieri riconosca nello statuto costituitivo dell’agire filosofico propriamente detto un fondamento di intenzionalità: si agisce in chiave “filosofica” solo allorquando si decide di assumere in carico una scelta di libertà e, in ultima analisi, una condotta “etica”, interprete e produttrice di valori e significati.
Concordo e noto l’analogia con l’atto comunicativo.

Nella letteratura sulla comunicazione interpersonale sembra che siano ravvisabili due posizioni diverse circa la stessa questione. Esplicito: c’è chi considera un atto comunicativo definibile come tale solo in presenza di un’intenzionalità (comunico perché voglio comunicare) e chi, viceversa, sostiene che l’atto comunicativo avvenga indipendentemente da tale volontà (Watzlawick & C.).

Andando per parallelismi, verrebbe dunque da dire che una filosofia “pratica” (condizione naturale) acquisisca efficacia esistenziale (capacità di modificare gli assetti comportamentali orientandoli verso scelte che siano tali, dunque portatrici di responsabilità, coerenza ed organicità) solo quando, superato lo spontaneismo del pensare per concrezioni calcificate di idee, perviene all’esercizio cosciente, costante e fluido del pensiero (condizione innaturale).

Innaturale, nella misura in cui una filosofia pratica intesa come intenzionale esercizio cosciente, costante e fluido del pensiero ha costi mentali dispendiosissimi e niente affatto conformi con la legge economica naturale del massimo rendimento col minimo sforzo, che induce ad un esercizio minimo e di sopravvivenza del pensiero stesso. Se questa legge non fosse così potente, non ci sarebbero al mondo aguzzini e squali, perché non ci sarebbe carne per i loro denti.

Aggiungerei a questo punto che una pragmatica della filosofia dovrebbe dunque occuparsi, tra l’altro, anche di interpretare le idee/chiave calcificate che determinano gli automatismi del comportamento comune, fondato su un pensiero “di sopravvivenza”. Questo mi sembra un altro tassello utile. Grazie Zampieri.

Max Maraviglia

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permalink | inviato da ubumax il 31/3/2008 alle 22:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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