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Preghiera agli ombrelli. E alle sardine
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 7 giugno 2008
L’ombrello che giaceva in un angolo, tutto coperto di polvere, si lamentava amaramente: “Perché mi hanno portato fin qui se non piove mai? Sono nato per proteggerti dall’acqua, senza di lei non ho senso” “Ti sbagli”, rispondevo io, “hai ancora senso; se non nel momento del presente, almeno in futuro. Insegnami la pazienza, la fede. Un giorno pioverà, te lo giuro”. Dopo questa conversazione, per la prima volta dopo molti anni si scatenò una tempesta e per l’intera giornata venne giù un vero e proprio diluvio.

A. Jodorowsky, La danza della realtà, Feltrinelli, 2006



Attendemmo in silenzio fiduciosi davanti alla scatola di sardine. All'improvviso esse, risorgendo dalla salamoia, aprirono la confezione dall'interno ed irritate ci dissero: "ma quella chiavetta benedetta che avevate, non potevate usarla prima? C'era proprio bisogno di aspettare un miracolo?"

(dedicato all'amica Cianciulli)

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permalink | inviato da Max Maraviglia il 7/6/2008 alle 22:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Mestieri anarchici
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 18 aprile 2008

[…] Aprì loro la porta della stanza numero nove, sulla quale stava scritto: “Anonimo. Anarchico. Inventore di mestieri…”

Furono accolti da un omino di età indeterminata, calvo, con occhiali spessi sotto le folte sopracciglia nere. […] Alessandro e Teresa, con i capelli ritti e i piedi gelati, ascoltavano quel personaggio stravagante, perduto in un quartiere miserabile di Santiago del Cile.

[…] “Noi non siamo di quegli anarchici che si ribellano contro Dio, la Scienza e lo stato. Nulla di tutto questo. Siffatta lotta procura al povero solo un diluvio di legnate e di pallottole. […] Ma sedetevi, vi spiegherò meglio…

[…] Noi, manodopera, invece di continuare ad essere sfruttati dai ricchi, dobbiamo scoprire come sfruttarli a nostra volta, naturalmente senza derubarli. No, no. Dobbiamo agire dove loro non possono né sanno farlo. Questa non è una soluzione per la maggioranza, ma solo per pochi pidocchi di talento. Il maiale deve mangiare rifiuti per far carne. I pidocchi, senza sporcarsi, succhiano il sangue del maiale. Bene, quando si arrostisce il maiale, si bruciano anche i parassiti… perché sono stupidi. Avrebbero potuto saltar via in tempo e passare sulla testa dei macellai. Ma veniamo al punto: il potere non è creativo, e i ricchi si annoiano. Possiedono tutto tranne che loro stessi. Ed è logico. Per trovare se stessi bisogna lasciare tutto, e loro al contrario si stanno appropriando di tutto. Chiaro?

Alessandro e Teresa, sbattendo le palpebre, dissero con convinzione esagerata: “Chiarissimo, signore!”

[…] Fare un mestiere normale significa perdere la libertà. Bisogna fare mestieri sconosciuti, che non abbiano a che vedere con la vita materiale, ma che producano stati di coscienza. […] Per fare questo non ci serve altra materia prima che la fantasia.

[…] Il saltimbanco portò Teresa e Alessandro in giro per la casa, presentandoli ai membri della Società dei Liberi Fratelli. Conobbero il “disinfestatore di specchi”, l'"addolcitore di vuoti", il "correttore di ombre", il “professore di invisibilità”, il “biologo fantastico, inventore di corpi”, il “pagliaccio funerario” e molti altri che non poterono spiegare in cosa consistesse la loro attività… […] prima però erano almeno riusciti a capire cosa faceva il “domatore di nei”.

[…] Il domatore suonava un tamburello e sbarrando gli occhi che avevano uno strano luccichio ordinava al neo di spostarsi. In effetti molte signore desideravano avere il neo accanto alla commessura delle labbra, o sulla guancia, o fra i seni o anche in posti più segreti. All’incauta cliente si assicurava che, dando tempo al tempo, la macchia si sarebbe spostata, millimetro per millimetro, fino a posizionarsi nel punto desiderato. Ovviamente il tamburello, lo sguardo brillante e gli ordini ipnotici del domatore non bastavano. La cliente doveva anche pregare con fede. […] Se la signora si stancava per il gran numero di sedute richiesto e cominciava a lamentarsi per la lentezza dei progressi, il domatore si stringeva nelle spalle come se l’avessero offeso a morte, e rispondeva che la colpa non era sua ma della preghiera senza fede… […] A volte, molto raramente, i nei si spostavano davvero.

[…] (Alessandro) respinse la proposta dell'Anarchico e non addolcì vuoti né corresse ombre, ma gli propose invece di svolgere la sua missione calzaturiera in maniera ben diversa dal solito, ossia confezionando scarpe su misura al servizio non solo dei piedi ma anche dell'anima. E senza un prezzo fisso. "Che ogni cliente paghi ciò che vuole o può. Questo lo costringerà a un esame di coscienza, a scegliere tra dare il minimo, il giusto o il massimo, il che gli servirà a conoscere se stesso". All'Anarchico piacquero tali idee e insignì mio nonno del titolo di Calzaturologo.


Alejandro Jodorowsky, Quando Teresa si arrabbiò con Dio, Milano, 2002.

Fiducia e sospetto (ripresa)
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 31 marzo 2008
Il calcolo probabilistico della ragione non consente alcuna fiducia. Sembrerebbe una certezza. Ma da un certo tipo di certezze, forse, è meglio stare lontani: generano debolezza d’inerzia. Di fronte a strade troppo sicure, vale imboccare la strada sbagliata (Duccio Demetrio camminatore, grazie per il suggerimento). Se la fiducia non può chiamare in sua difesa la ragione, può in ogni caso appellarsi alla ragionevolezza: presa in carico delle condizioni date ma anche comprensione globale che investe i sensi, la pelle e la mente in simultanea, acquisizione della consapevolezza dei rischi che ogni atto di fiducia reca con sé, anche quando questi appaiono (e dico appaiono) alti e insostenibili, considerandoli, anche laddove si dovessero concretizzare, come opportunità di ricerca di soluzioni altre, rispetto alle note. E se neanche la ragionevolezza può dare fondamento, si chiami pure in causa l’irragionevolezza, ci si appelli al diritto di skandalon, cercando un altrove al di là di ogni aspettativa ragionata e/o ragionevole.

Una fiducia così immaginata, così scandalosa, somiglia forse ad un atto di fede, e di fatto lo è. Ma è una fede pratica, priva di ogni supporto escatologico, tutta immanente, proiettata verso le alterità del tempo che fluisce.

Una fiducia così intesa è un atto di liberazione dal doppio vincolo, dall’ingiunzione paradossale di una fiducia impossibile (se intesa come calcolo probabilistico e alle condizioni date) da una parte, e, dall’altra, di un sospetto che ottunde la mente, anestetizza e mistifica ulteriormente contro ogni sua aspettativa.

Sembrerebbe una strada suicida quella di una fiducia così intesa, di fatto è solo poco battuta, perché non offre la certezza che è nutrimento vitale della pigrizia nostra e quotidiana paura.

Eppure, nella sua apparente improponibilità, la scandalosa fiducia trova un qualche suo fondamento razionale nel gioco strutturante l’atto comunicativo: quello della retroazione, di cui il fenomeno della profezia che si autoavvera (cfr. R. Merton) è una delle sue declinazioni più frequenti.

Siamo specchi per gli altri e gli altri sono i nostri specchi. Le paure, riflettendosi si moltiplicano e si avverano e altrettanto le aggressioni, le chiusure, i rancori del sospetto.

La fiducia scandalosa può allora divenire uno specchio ingannatore, capace di distorcere benevolmente il riflesso del sospetto, neutralizzandolo, riconvertendolo. Oppure, con ancora maggiore prontezza di riflesso, può divenire inclinazione a lanciare il primo impulso, senza aspettare, a dare il primo indizio, a darne un altro, e un altro ancora, se del caso, ogni volta come se fosse il primo e senza un “fino a quando”, senza un “fine”.

La fiducia scandalosa immaginata è un valore puro e non ha misura. Non aumenta, non diminuisce e non vuole sentire ragioni. Si modula come un’onda sonora, ma questo è altro.

Max Maraviglia

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permalink | inviato da ubumax il 31/3/2008 alle 13:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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