.
Annunci online

Keuner bastona un professore di filosofia
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 3 maggio 2008

Dal signor Keuner, il pensatore, andò un professore di filosofia a raccontargli della sua saggezza. Dopo un po’ il signor Keuner gli disse: - Tu siedi scomodamente, parli scomodamente, pensi scomodamente - . Il professore di filosofia andò in collera e disse: - Non è su di me che volevo sapere qualcosa, ma sul contenuto di quanto ho detto. – Non ha contenuto, - disse il signor Keuner. – Ti vedo procedere goffamente e non è una meta quella che raggiungi mentre ti vedo procedere. Parli in modo oscuro e dalle tue parole non proviene alcuna luce. Non vedo la tua meta, vedo il tuo atteggiamento.


Bertold Brecht, Storie del signor Keuner, Einaudi, 2008, p. 39.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. comunicazione filosofia_pratica

permalink | inviato da Max Maraviglia il 3/5/2008 alle 8:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Ermeneutica delle casualità bizzarre: un caso di omonimia
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 15 aprile 2008
La filosofia pratica (o integrante? O esperita?) qui immaginata, tra le sue "buone pratiche" potrebbe annoverare anche quella dell’ermeneutica delle casualità bizzarre. Provo questa volta la pratica in questione partendo da un accidente relativo al nome che porto.

Ho un omonimo. Forse due o anche più. Ma uno, in particolare, si occupa di qualcosa di prossimo ad uno degli interessi che coltivo. Qualcosa che, solo per comodità terminologica, potremmo definire filosofia pratica (o integrante,  o anche esperita).  

Sicché, se in un motore di ricerca si digita il nome in questione, viene fuori una congerie d'indizi che lascerebbe immaginare un'unica persona coltivatrice d'interessi e mondi i più diversificati, dal teologico al teatro sperimentale, passando per la musica e la metapolitica.


Per questo - senza molta fanasia, lo riconosco - iniziai da un certo momento in poi a siglare con l'abbreviativo Max (in uso tra i miei amici) i contributi  pubblicati sul web, confidando nel fatto che il mio omonimo trovasse a sua volta altri espedienti che almeno arginassero questo quasi inevitabile (per certi versi molto teatrabile) scambio/agglutinamento di persone.

Tuttavia, da cultore di nomi, credo profondamente nel nomen omen dunque  immagino che rimodellare le vibrazioni del suono e del ritmo che accompagna il dipanarsi di una certa esistenza, possa comportare persino modificazioni nei tracciati dell' esistenza stessa... chiamare Peppe o Beppe o Pippo o Peppino o Giù o Giuseppe qualcuno, non sarebbe una cosa da fare con tanta leggerezza... è un po' come cambiare arrangiamento ad una melodia. Resta la melodia, ma la sua resa è affatto diversa. Tutto questo per dire che restringere un Massimo in Max può essere una cosa non priva di qualche conseguenza ritmica anche nella scansione degli eventi.


Espando la parentesi: ho sempre creduto che i bambini che avrebbero dovuto avere un nome e poi ne abbiano ricevuto un altro ménino poi un’esistenza un po’ incerta e confusa. Dirò di più: non bisognerebbe mai scegliere il nome, quanto piuttosto chiedere al nascituro (nei tempi e nei modi appropriati) “com’è che ti chiami?” e rispettare quel nome, che piaccia o meno. Incauti (mi perdonino) quei futuri genitori che fanno lunghi elenchi di nomi alla ricerca di quello che piace di più e che fino all’ultimo non sanno quale affibbiare (perché di affibbiatura vera e propria in questo caso si tratta), o che impongono nomi di persone defunte o ancora in vita che non calzano appropriatamente al nascituro il quale, se solo un po’ lo si ascoltasse, direbbe il nome suo, e nomen amen. Consiglio (se mi è consentito) ai futuri genitori: non fate lunghi elenchi di nomi possibili per il nascituro; limitatevi semplicemente ad ascoltarlo. Quando verrà il momento, sarà egli stesso a dirvi come si chiama. Prendete nota e registrate.

Torniamo al tema principale di questo contributo.

Ogni caso di omonimìa è (si passi l'iperbolicità dell'affermazione) una sorta di microattentato accidentale all’identità di una persona. Il nome è una delle poche cose che, di norma, accompagna immutata per tutto il tragitto: cambiano l’aspetto, la voce, i pensieri, i luoghi, i compagni di viaggio, i gusti, le emozioni ma il nome resta immutato lì, a ricordarti non tanto chi sei (questo nemmeno un nome lo può garantire) ma che sei. Sei perché hai un nome, un nome, che è condizione minima, necessaria - seppur non sufficiente - ad esistere.

La casualità bizzarra che qualcuno indossi il tuo stesso nome diviene allora quasi una sorta di negazione di questa originaria, fragile e minimale forma d'identità. Questa circostanza, sebbene sul piano personale possa produrre una qualche forma di disagio (ciascuno è fortemente attaccato a tutto ciò che può produrre identità, nessuno rinuncia facilmente a quel bisogno quasi primoridale di distinzione e riconoscimento), è interpretabile tuttavia anche come un'ulteriore sollecitazione che il caso ha voluto generosamente elargire,  a ripensare il concetto d'identità, concetto al quale attribuirei molti dei danni - compreso quelli ecologici - della cultura contemporanea.

Senza contare l'aspetto teatrabile di questa accidentale circostanza... un caso di omonimìa così improbabile (da sembrare quasi inventato) non può non divenire anche uno spunto di gioco, un'opportunità di dialogo (o, meglio ancora, di metàlogo) con un'alterità portatrice di uno stesso nome ma in altre oscillazioni esistenziali.
 
Per questo invito il mio Omonimo a questo tavolo di gioco, ad esplorare insieme l'idea d'identità, questo pugno di segni ed indizi che rimandano sempre ad un altrove, a una deriva di derridiano sapore.

Naturalmente, sia benvenuto chiunque, anche con Altro Nome, voglia sedersi a questo tavolo di gioco. Non di sfida, di gioco sull'identità. 

mm

Pragmatica del filoso-fare –Primo Assioma
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 1 aprile 2008
Definire. Mettere a fuoco i contorni dell’idea. Verbalizzare, fare i conti col rischio dell’imprecisione, dell’inappropriatezza, del deja vu, deja entendu, del tradimento che ogni forma d’esplicitazione reca con sé. D’altro canto, si procede per approssimazioni successive: se si vuole lavorare a un’idea è pur necessario fermarla, magari inizialmente alla men peggio, accettare di vederla scivolare da ogni parte, ribellarsi come inquieto polpo al goffo e in qualche modo crudele tentativo di fissarla con un po’ di punessine. Ma tant’è. Via tutto e procediamo a mani nude. Proviamo intanto con un primo assioma, ricalcando altri assiomi, per definire quest’ipotesi di filosofia pratica (o integrante?) che molto ha a che vedere col comunicare.

Primo assioma - Non si può non filosofare: dietro ogni agire è sottintesa una qualche visione del mondo, idee più o meno calcificate. Ogni persona, che lo voglia o meno, nel suo agire esprime una qualche forma – seppur generica e confusa - di pensiero, anche quando non ne è consapevole o quando ricusa l’idea di una filosofia. Ogni scelta, così come ogni non-scelta, reca con sé un’idea di fondo, definita o larvale che sia. Ne consegue da quest’assioma che la filosofia non si manifesta solo quando è prodotto di pensiero presente a se stesso: il solo dasein produce, che lo si voglia o no, visioni e rappresentazioni (chiare o confuse che siano). Esiste dunque una necessità ineludibile dell’esercizio del pensiero connaturata allo stesso vivere. Resta comunque inteso che tale esercizio di pensiero, per trasformarsi in volontario, presente a se stesso e permanente, richieda non solo un costo mentale ma anche un’assunzione di responsabilità piena dell’agire.

Il rifiuto di pensare in maniera volontaria, presente e permanente (dunque di esercitare un qualche forma di filosofia pratica) corrisponde al rifiuto di quest’impegno e all’automatica assunzione su di sé e sui propri contesti di appartenenza, di disagi ed infelicità più o meno conclamate che ne possono conseguire. In altri termini: se non si accetta volontariamente la possibilità di una “filosofia integrante”, forzatamente si dovrà accettare l'ottusa insostenibilità dell'esserci.

Max Maraviglia

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. filosofia_pratica comunicazione

permalink | inviato da ubumax il 1/4/2008 alle 0:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Pragmatica del filoso-fare – Primo Assioma (postilla)
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 31 marzo 2008
In un post precedente ho scritto: “Non si può non filosofare: dietro ogni agire è sottintesa una qualche visione del mondo, idee più o meno calcificate. Ogni persona, che lo voglia o meno, nel suo agire esprime una qualche forma – seppur generica e confusa - di pensiero, anche quando non ne è consapevole o quando ricusa l’idea di una filosofia […] Esiste dunque una necessità ineludibile dell’esercizio del pensiero connaturata allo stesso vivere”.

Mi sembrava una considerazione abbastanza compiuta fino a quando non ho incrociato nelle mie letture Stefano Zampieri (L’esercizio della filosofia, Apogeo, 2007) che mi ha indotto a meglio precisare l’idea proposta.
Scrive il mio coetaneo veneziano:

Posta in questo modo la questione dovremmo concludere che tutti siamo filosofi, dal momento che tutti, in ogni momento della nostra esistenza agiamo in base a un sistema di valori implicito od esplicito (ed è ciò che affermavo io, ndr), confessato o inconfessabile. […] Una simile definizione, dunque, utilizza il modo d’essere naturale dell’uomo e gli attribuisce una qualità filosofica (innaturale). È un procedimento assurdo, il discorso filosofico ha una sua identità e richiede una sua consapevolezza, che non è di tutti. […] La filosofia, in questo senso, impone una scelta, è figlia di una scelta, e quindi si articola su uno sfondo di libertà.

Sembra dunque di capire che Zampieri riconosca nello statuto costituitivo dell’agire filosofico propriamente detto un fondamento di intenzionalità: si agisce in chiave “filosofica” solo allorquando si decide di assumere in carico una scelta di libertà e, in ultima analisi, una condotta “etica”, interprete e produttrice di valori e significati.
Concordo e noto l’analogia con l’atto comunicativo.

Nella letteratura sulla comunicazione interpersonale sembra che siano ravvisabili due posizioni diverse circa la stessa questione. Esplicito: c’è chi considera un atto comunicativo definibile come tale solo in presenza di un’intenzionalità (comunico perché voglio comunicare) e chi, viceversa, sostiene che l’atto comunicativo avvenga indipendentemente da tale volontà (Watzlawick & C.).

Andando per parallelismi, verrebbe dunque da dire che una filosofia “pratica” (condizione naturale) acquisisca efficacia esistenziale (capacità di modificare gli assetti comportamentali orientandoli verso scelte che siano tali, dunque portatrici di responsabilità, coerenza ed organicità) solo quando, superato lo spontaneismo del pensare per concrezioni calcificate di idee, perviene all’esercizio cosciente, costante e fluido del pensiero (condizione innaturale).

Innaturale, nella misura in cui una filosofia pratica intesa come intenzionale esercizio cosciente, costante e fluido del pensiero ha costi mentali dispendiosissimi e niente affatto conformi con la legge economica naturale del massimo rendimento col minimo sforzo, che induce ad un esercizio minimo e di sopravvivenza del pensiero stesso. Se questa legge non fosse così potente, non ci sarebbero al mondo aguzzini e squali, perché non ci sarebbe carne per i loro denti.

Aggiungerei a questo punto che una pragmatica della filosofia dovrebbe dunque occuparsi, tra l’altro, anche di interpretare le idee/chiave calcificate che determinano gli automatismi del comportamento comune, fondato su un pensiero “di sopravvivenza”. Questo mi sembra un altro tassello utile. Grazie Zampieri.

Max Maraviglia

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. filosofia_pratica comunicazione

permalink | inviato da ubumax il 31/3/2008 alle 22:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
Sul potere dell’immaginare
post pubblicato in Diario, il 28 marzo 2008
Parto da un teorema: Se gli uomini definiscono le situazioni come reali, esse saranno comunque reali nelle loro conseguenze (W. Thomas).

Ciò che pensiamo ha in qualche modo a che vedere col reale, questo è chiaro. Meno chiaro è che ciò che è reale ha in qualche modo a che vedere con ciò che pensiamo. Di fatto, per un naturale meccanismo di retroazione (in virtù del quale cause ed effetti tendono a sovrapporsi) ciò che accade incide su ciò che pensiamo, ma allo stesso modo ciò che pensiamo incide su ciò che accade (più che un gioco di parole, si tratta della c.d. “profezia che si autoavvera”).

Senza andare a scomodare Foucault e la questione delle "pratiche discorsive", credo si possa tentare una qualche riflessione sul potere dell'immaginare. Appartengo a una generazione che in uno dei suoi slogan gridava di “immaginazione al potere”. Oggi, con qualche indizio in più, parlerei di potere dell’immaginazione.

Penso a questa straordinaria funzione del pensiero come a un filo delicatissimo che interconnette il fattuale e il potenziale.

Senza discutere se esista o meno un reale che abbia un suo statuto ontologico autonomo, ci basti in questa sede dire che, nell'accezione comune, il termine "reale" indica qualcosa di alquanto evidente, ciò che definirei il "denotativo", il "fattuale" dell'esistenza, che appare nella sua immediatezza e proprio per questo è per lo più poco soggetto ad una paziente azione immaginifica ed ermeneutica: le guerre, ad esempio, sono "reali" in questo senso, sono fattualità talmente evidenti che - proprio perché tali – non possono essere oggetto d’immaginazione ulteriore, anzi, bruciano ogni immaginazione ulteriore, azzerano ogni possibilità ulteriore, e questo grazie anche alla loro invasiva fattualità restituita sotto ogni forma di rappresentazione possibile (ma non d’immaginazione), di fiction o di cronaca che sia (peraltro nella forma assai simili tra loro).

Ora, io credo che restituire il fattuale sotto una qualche forma di rappresentazione, alimenti sì il reale, ma fondamentalmente non lo cambi, anzi.
Non che tutto vada cambiato. Probabilmente nulla può essere cambiato, ma questo non ci affranca dalla responsabilità di immaginare altri modi, altri mondi possibili, visto che non è detto (spiace per Leibniz) che questo nel quale viviamo sia il migliore.

Vengo all’idea/chiave di questo contributo e, semplificando di molto, dico che per modificare il reale credo sia necessario modificare gli immaginari. Imparare a leggere non solo il fattuale, ma soprattutto il potenziale: immaginare credo voglia dire sostanzialmente questo, intravedere ciò che non è ancora visibile. Provo ad argomentare questa affermazione.

Abbiamo detto che l’immaginario prende spunto dal reale, ma è pur vero anche il contrario.
Noto è pure che l’enorme macchina mediatica produca immaginari di serie in quantità industriali, lavorando, quale materia grezza, ciò che di più esteticamente (e dunque eticamente) deprimente il reale sia in grado di esprimere: il brutto (come il male) è sufficientemente banale da poter essere distribuito capillarmente.

Numerosi esempi tratti dall’esperienza di ogni giorno lasciano presumere che la recidivia (ana)estetizzante con cui si continua a rappresentare quanto accade nella realtà, produca un effetto di rafforzamento e ridondanza della realtà stessa, soprattutto nei suoi aspetti peggiori (che sono quelli maggiormente lavorati dalla macchina mediatica).

Ecco perché verrebbe da dire che il danno procurato dalla violenza mediatica, probabilmente, non è tanto relativo agli effetti emulativi che essa può sortire (peraltro non ancora sufficientemente provati) quanto al contributo che essa fornisce - attraverso la reificazione delle immagini rappresentate (ma non immaginate) - alla definizione di una valenza ontologica, di una dignità estetica e, in ultima analisi, di un’identità visibile e riconoscibile della bruttezza, in tutti i suoi avatar (dalle guerre ai giovani orchini assassini, dallo spettacolo del riso a tutti i costi ai sacchetti dell’immondizia per le strade).

Il camorrista (penso a quanto racconta Saviano nel suo Gomorra), ad esempio, si nutre delle immagini mediatiche che parlano di lui e attraverso questo gioco speculativo egli rafforza la sua immagine/rappresentazione e conseguentemente la sua identità che, di per sé (senza rappresentazione), sarebbe poca cosa, avrebbe il sapore della invisa “normalità” di un impiegato del Comune (tra i quali annovero alcune persone extra-ordinarie, è bene dirlo).

Presumo dunque che l’eliminazione o la parziale riduzione di tali meccanismi riflessivi realtà/rappresentazione potrebbe probabilmente rendere più disagevole, a certi tipi di concrezione del reale, il consolidamento della propria identità: questa è l’ipotesi di lavoro che propongo e che cerco di portare avanti.

Ciò diviene particolarmente necessario in un momento nel quale il concetto di visibilità è pienamente assimilabile, nella percezione diffusa delle nuove generazioni (e non solo), a quello di esistere. L'istinto di sopravvivenza, nella caotica semiosfera in cui sopravviviamo, si traduce in una corsa forsennata verso un qualche sprazzo di visibilità, quasi come se l'invisibilità fosse sinonimo di morte (e a certe condizioni di fatto lo è).

Cosa accadrebbe se si eliminasse ciò che si potrebbe definire “ossigeno mediatico” ad alcune modalità del reale? Probabilmente finirebbero asfissiate per assenza d’identità.

Ovviamente non si propone di tacere per fingere che porzioni di realtà non esistano (meccanismo, peraltro, che i poteri mediatici forti tendono notoriamente ad applicare rispetto a realtà ritenute o poco “notiziabili” ovvero “scomode”), quanto piuttosto di tentare una loro “messa in ombra” per attenuare la devastante potenza riflessiva e conseguentemente duplicativa che il sistema mediatico, con le sue immagini simulacro, produce rispetto alle realtà/immondizia. Via gli specchi.
C’è una disonestà di fondo o, nel migliore dei casi, una sostanziale ingenuità nel credere che la denuncia del misfatto (di qualsiasi natura esso sia) abbia il sacro compito di risvegliare le coscienze critiche, per il semplice motivo che il sistema mediatico, nel suo complesso, vuoi per i ritmi di fruizione che impone, vuoi per le logiche che muovono le sue scelte, non sembra in grado di risvegliare nessuna coscienza critica. Al più, è in grado di eccitare il voyeurismo e la curiosità morbosa, sollevare qualche gridolino di sdegno che poi si smorza lì, davanti a una nuova pietanza sanguinolenta. Via le diete cannibale.

Sgombrare lo spazio dell’immaginario dall’immondizia sembra essere l’unico modo “realistico” per continuare a credere che un giorno, magari non troppo lontano, si possa sgombrare lo spazio reale dalla stessa immondizia, perché un altro potenziale si possa tradurre in altro reale.

Non si può chiedere al sistema mediatico di adempiere a questa funzione, sarebbe come chiedere a un ateo di convertirsi o ad un analfabeta di leggere un libro: può accadere, ma dopo un lungo processo che deve prendere le mosse dal diretto interessato (che di norma non è affatto interessato).
Nel frattempo, c’è lo spazio dell’arte. Se esiste ancora la possibilità di recuperare un senso all’arte (che è il senso del gratuito, del dispendioso e del magnificamente inutile, al pari della filosofia), questa andrebbe ricercata – probabilmente – esattamente nella ricostruzione degli immaginari, attraverso l’esercizio di ciò che definirei “la strategia dello stupore”.

Penso soprattutto alle arti meno dispendiose, perché meno sarà il denaro di cui necessitano per le loro messe in opera, meno saranno soggette alle logiche di mercato.

La letteratura, che è certamente la meno dispendiosa (con internet peraltro le logiche editoriali tradizionali possono essere bypassate, almeno in parte) e immediatamente a seguire il teatro, possono essere le arti in grado di assumersi l’ingrato (ingratificabile) compito di ricostruire gli immaginari, attraverso il continuo riferimento ad una filosofia “pratica”.

Arte di logos e di corpi, dunque, più che di immagini intese in senso stretto.

Compito che ha il sapore di un’utopia, se si pensa che la stessa letteratura (o almeno ciò che in genere viene mercificata per tale), come parte integrata di un sistema, è essa stessa soggetta alle c.d. “leggi di mercato”, leggi che sembrano sempre più “trascendenti” (chi è che stabilisce quali siano queste leggi, quale entità ectoplasmatica e cocciuta incapace d’immaginare altre leggi è costui?) e rispetto alle quali quasi nessuno più sembra volersi opporre.

Ricordo, a questo proposito, la frase, non ricordo di chi, citata spesso da un mio compagno di liceo: “per smantellare un sistema devi lavorarci dall’interno”. Dove sono i “guastatori”? Vi prego, seppure con molta discrezione, se ci siete (e ci siete) date un segno della vostra presenza.

Max Maraviglia

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. filosofia_pratica

permalink | inviato da ubumax il 28/3/2008 alle 22:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
Sfoglia aprile        giugno
il mio profilo
calendario
rubriche
tag cloud
links
cerca