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Le regole del gioco
post pubblicato in SUL TEATRO DI FORMAZIONE, il 23 aprile 2008

Scena XLIX – (Giuseppe, Pteroduttile, Psicosimpatica, Radice, Minosse, Domino).

Giuseppe, dopo aver disposto gli scatoloni, le sue coperte e le salmerie secondo un ordine incomprensibile intorno alla panchina del parco, osserva soddisfatto il set, mentre gli altri, incuriositi, cercano di capire cosa stia cercando di fare.

Giuseppe: Posso invitare i miei amici a collaudare un gioco di mia invenzione?

Domino: Un gioco? Lei saprà certamente che il gioco è pericoloso!

Giuseppe: Non questo...

Domino: Al gioco, io, ho perso tutto! Amavo il gioco, e il gioco mi ha tradito! Solo questo mi è rimasto! (indicando il violino)

Psicosimp: Solo questo?

Radice: Non è poco...

Domino: Solo questo...

Psicosimp: (prende il violino, lo osserva amorosa, poi con un colpo secco lo sfonda in testa a Domino, che non fa una grinza) Adesso non ha più nulla da temere...

Radice: Nulla più da perdere!

Domino: Grazie! Ora sono veramente libero!

Giuseppe: (che intanto ha predisposto i pezzi costruiti precedentemente sulla sua scacchiera) Allora, il gioco che ho inventato si chiama "scacchi".

Radice: Scacchi? Mi sembra di averlo già sentito...

Giuseppe: Si gioca in numero illimitato di giocatori...

Radice: Sapevo che si giocasse in due...

Giuseppe: Gli scacchi di mia invenzione prevedono la partecipazione di tanti giocatori...

Domino: Qual è lo scopo del gioco?

Giuseppe: Capire qual è lo scopo del gioco!

Radice: ...dell'avversario...

Giuseppe: Non ho parlato di avversari...

Domino: Si spieghi meglio!

Giuseppe: Scopo del gioco è capire lo scopo del gioco che ogni giocatore porta avanti...

Radice: E... com'è che si fa a capire?

Giuseppe: Anche questo fa parte del gioco: capire come si fa a capire lo scopo del gioco di ognuno!

Psicosimp: Capisco... e perché tutto questo?

Giuseppe: Diamine… per giocare meglio!

Psicosimp.: Molto intrigante...

Minosse: (che intanto, di soppiatto, è apparso per verificare qualche possibilità di contravvenzione) E le regole?

Giuseppe: Non ci sono. O meglio: ci sono ma non si sa quali sono. L'unica regola certa è che per giocare si deve capire quali siano le regole.

Psicosimp.: Turbante!

Domino: Si va bene ma... chi è che stabilisce le regole?

Giuseppe: La domanda è non chi stabilisce le regole, ma perché!

Tutti: Perché?

Giuseppe: E qui sta il gioco...

Domino: Mi sembra molto complicato...

Giuseppe: Meno di quanto sembri... se giochi d'istinto...

Radice: Chi vince e chi perde?

Giuseppe: Nessuno... o tutti, a seconda dei casi.

Domino: Beh, va bene così, no?

Radice: E no che non va bene! Ci vuole una vittoria, ci vuole una sconfitta!

Tutti: È giusto!

Domino: (ravvedendosi) … giusto…

Radice: (forte della folla che è dalla sua parte) Eh! Ci vorrà pure un avversario da sconfiggere!

Giuseppe: … e se l'avversario altro non fosse che un suo possibile sé stesso? La penserebbe allo stesso modo?

Domino: In fondo, ogni vittoria si nutre di una sconfitta.

Radice: Lei mi disarma...

Giuseppe: Allora le dico in altro modo: vittoria o sconfitta, dipende da quanto dura il gioco.

Minosse: (intervenendo risolutivo) E per quello che mi riguarda, mi sembra che sia durato già abbastanza! Circolare, prego, circolare! Via! Via! Ognuno torni alle proprie case! (Tutti, più o meno di malgrado, vanno via con battute a soggetto. Poi, rivolgendosi a Giuseppe) Lei proprio non vuole smetterla...

Giuseppe: Di fare cosa?

Minosse: (tira fuori il suo taccuino delle multe e inizia a scrivere) Lei non conosce regole, non conosce dovere, non conosce onore, non conosce serietà! Lei è un pericolo pubblico per l'intero genere umano! E con questo... (ha finito di scrivere, strappa l’ennesima multa)...

Tutti: (vfc) Fanno cento!

Minosse: Esatto! (esce)

Pteroduttile: (avvicinandosi a Giuseppe) ... comunque... se vuoi possiamo giocare io e te...

Giuseppe: Noi già stiamo giocando... anche gli altri stanno giocando... solo che forse non lo sanno.


Da Dellaguerradellamore – Laboratorio di scrittura drammaturgica delle Officine Teatrali Liceo Artistico, Napoli, 2004.


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permalink | inviato da Max Maraviglia il 23/4/2008 alle 0:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Ermeneutica delle casualità bizzarre: un caso di omonimia
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 15 aprile 2008
La filosofia pratica (o integrante? O esperita?) qui immaginata, tra le sue "buone pratiche" potrebbe annoverare anche quella dell’ermeneutica delle casualità bizzarre. Provo questa volta la pratica in questione partendo da un accidente relativo al nome che porto.

Ho un omonimo. Forse due o anche più. Ma uno, in particolare, si occupa di qualcosa di prossimo ad uno degli interessi che coltivo. Qualcosa che, solo per comodità terminologica, potremmo definire filosofia pratica (o integrante,  o anche esperita).  

Sicché, se in un motore di ricerca si digita il nome in questione, viene fuori una congerie d'indizi che lascerebbe immaginare un'unica persona coltivatrice d'interessi e mondi i più diversificati, dal teologico al teatro sperimentale, passando per la musica e la metapolitica.


Per questo - senza molta fanasia, lo riconosco - iniziai da un certo momento in poi a siglare con l'abbreviativo Max (in uso tra i miei amici) i contributi  pubblicati sul web, confidando nel fatto che il mio omonimo trovasse a sua volta altri espedienti che almeno arginassero questo quasi inevitabile (per certi versi molto teatrabile) scambio/agglutinamento di persone.

Tuttavia, da cultore di nomi, credo profondamente nel nomen omen dunque  immagino che rimodellare le vibrazioni del suono e del ritmo che accompagna il dipanarsi di una certa esistenza, possa comportare persino modificazioni nei tracciati dell' esistenza stessa... chiamare Peppe o Beppe o Pippo o Peppino o Giù o Giuseppe qualcuno, non sarebbe una cosa da fare con tanta leggerezza... è un po' come cambiare arrangiamento ad una melodia. Resta la melodia, ma la sua resa è affatto diversa. Tutto questo per dire che restringere un Massimo in Max può essere una cosa non priva di qualche conseguenza ritmica anche nella scansione degli eventi.


Espando la parentesi: ho sempre creduto che i bambini che avrebbero dovuto avere un nome e poi ne abbiano ricevuto un altro ménino poi un’esistenza un po’ incerta e confusa. Dirò di più: non bisognerebbe mai scegliere il nome, quanto piuttosto chiedere al nascituro (nei tempi e nei modi appropriati) “com’è che ti chiami?” e rispettare quel nome, che piaccia o meno. Incauti (mi perdonino) quei futuri genitori che fanno lunghi elenchi di nomi alla ricerca di quello che piace di più e che fino all’ultimo non sanno quale affibbiare (perché di affibbiatura vera e propria in questo caso si tratta), o che impongono nomi di persone defunte o ancora in vita che non calzano appropriatamente al nascituro il quale, se solo un po’ lo si ascoltasse, direbbe il nome suo, e nomen amen. Consiglio (se mi è consentito) ai futuri genitori: non fate lunghi elenchi di nomi possibili per il nascituro; limitatevi semplicemente ad ascoltarlo. Quando verrà il momento, sarà egli stesso a dirvi come si chiama. Prendete nota e registrate.

Torniamo al tema principale di questo contributo.

Ogni caso di omonimìa è (si passi l'iperbolicità dell'affermazione) una sorta di microattentato accidentale all’identità di una persona. Il nome è una delle poche cose che, di norma, accompagna immutata per tutto il tragitto: cambiano l’aspetto, la voce, i pensieri, i luoghi, i compagni di viaggio, i gusti, le emozioni ma il nome resta immutato lì, a ricordarti non tanto chi sei (questo nemmeno un nome lo può garantire) ma che sei. Sei perché hai un nome, un nome, che è condizione minima, necessaria - seppur non sufficiente - ad esistere.

La casualità bizzarra che qualcuno indossi il tuo stesso nome diviene allora quasi una sorta di negazione di questa originaria, fragile e minimale forma d'identità. Questa circostanza, sebbene sul piano personale possa produrre una qualche forma di disagio (ciascuno è fortemente attaccato a tutto ciò che può produrre identità, nessuno rinuncia facilmente a quel bisogno quasi primoridale di distinzione e riconoscimento), è interpretabile tuttavia anche come un'ulteriore sollecitazione che il caso ha voluto generosamente elargire,  a ripensare il concetto d'identità, concetto al quale attribuirei molti dei danni - compreso quelli ecologici - della cultura contemporanea.

Senza contare l'aspetto teatrabile di questa accidentale circostanza... un caso di omonimìa così improbabile (da sembrare quasi inventato) non può non divenire anche uno spunto di gioco, un'opportunità di dialogo (o, meglio ancora, di metàlogo) con un'alterità portatrice di uno stesso nome ma in altre oscillazioni esistenziali.
 
Per questo invito il mio Omonimo a questo tavolo di gioco, ad esplorare insieme l'idea d'identità, questo pugno di segni ed indizi che rimandano sempre ad un altrove, a una deriva di derridiano sapore.

Naturalmente, sia benvenuto chiunque, anche con Altro Nome, voglia sedersi a questo tavolo di gioco. Non di sfida, di gioco sull'identità. 

mm

Il gioco delle parti secondo Carmatore
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 12 aprile 2008
[…] Secondo me Cicco Angelone è un genio. Lui fa il professore di educazione fisica in una scuola di frontiera ma avrebbe voluto fare lo scrittore. Per questo ha letto e scritto molto. Ha scritto a quasi tutti gli editori e alcuni gli hanno anche risposto. Abbiamo apprezzato molto la sua interessante proposta che tuttavia non rientra nei nostri progetti editoriali. Altri invece gli hanno detto che erano molto impressionati dal suo libro e che erano intenzionati a pubblicarlo ma che tuttavia l'operazione necessitava di un contributo da parte dell'autore, che si sarebbe dovuto impegnare ad acquistare 2.000 (duemila) copie del libro al prezzo scontato di euro 5.000 (cinquemila) IVA elusa…

- Cicco, cosa te ne farai di duemila copie del tuo libro?

- Effettivamente... non avrò mai il tempo di leggermele tutte...

Così si è convinto e ha rinunciato a pubblicare.

Insomma, ciascuno di noi deve fare i conti con qualche pezzo di destino incompiuto ma questo non è, alla fine, un gran male. Ogni giorno ti alzi e se ti guardi intorno trovi duecento motivi per ritornare a letto rimpinzandoti di barbiturici ed altrettanti per scendere le scale saltellando e pensando che qualcosa di superbo stia per accadere. Insomma la storia del bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno. Solo che io non guardo se è pieno o se è vuoto, piuttosto guardo come è fatto il bicchiere, me ne gusto i riflessi, mi chiedo chi lo ha fatto, quante bocche ha conosciuto, quanti liquidi ha ospitato, lo porto all’orecchio per sentirne l’eco di conchiglia, ne sfioro i bordi umidi per tirarne fuori una nota cristallina (magari un LA peretto), aggiungendo e togliendo l’acqua necessaria a questo… e questo a volte mi fa sentire solo, perché, di norma, del bicchiere ci si limita a vedere solo se è mezzo vuoto o mezzo pieno, quasi come se in ogni cosa si sia obbligati a scegliere, di due parti, soltanto una. Essere pessimista oppure ottimista, buonista o cattivista, insomma si deve semplificare e scegliere un ista altrimenti non ti si riconosce. Non che sia un gran male. Meglio non farsi riconoscere piuttosto che vedere gli isti che si sbranano tra loro da mane a sera, fino all’eroico televisivo. A volte mi chiedo se fanno sul serio. Fate sul serio? Credono davvero ai loro ismi oppure è solo un gioco delle parti? Oppure? A me piace il gioco delle parti ma è un gioco e come tale, oltre misura giusta mi procura flautolenza d’animo. Mi piace cambiare continuamente parte, esplorare, capire, vedere e sentire le cose dal punto di vista delle parti altrui, perché questo mi serve per guardare le mie ragioni dal di fuori e magari scoprire che sono banali torti, oppure inedite intuizioni ma questo, evidentemente, non è il funzionamento naturale del sistema (massimo o minimo che sia). Troppo costoso in termini d’impegno estetico.

Ed anche capire dov'è che stia il bene e dove il male non è mica bruscolini. Basta che cambi un pizzico l'angolazione di veduta e scopri che dietro un crimine può esserci un’intenzione santa o viceversa, dietro un evento che sembra propiziatorio, la peggiore delle jatture. Questa sarà pure una considerazione banale ma ha delle conseguenze devastanti sulla nostra funzione speratoria. Perché se sai che ogni cosa ti si può girare in un nanosecondo sotto gli occhi come isterica frittata, diventa difficile anche sperare questa o quella cosa, perché una volta che accade, non sai mai dove ti può portare. Dunque non conviene sperare, conviene vivere e cercare di giocare al meglio il momento che passa (così poi non passa), e magari giocare a prevedere la mossa successiva… cosa impegnativa, perché a muovere i pezzi sono in tanti. E soprattutto, scambiarsi ogni tanto le parti. E nel frattempo inventarne altre. Altro che bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno.



Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA perfetto, 2006.


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permalink | inviato da ubumax il 12/4/2008 alle 23:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
Straniati ed Immedesimati
post pubblicato in SUL TEATRO DI FORMAZIONE, il 10 aprile 2008
[…] Quando parliamo di gioco e del suo intreccio di realtà e finzione, parliamo della possibilità e della gestione dell’intervallo che dovremmo aprire tra noi e noi stessi.

(Pier Aldo Rovatti, La filosofia può curare?, Milano, Cortina, 2006, p. 85).

Cosa intende Rovatti col termine intervallo? Probabilmente lo spazio che distanzia noi stessi dalla consapevolezza di noi stessi o, se vogliamo dirla altrimenti, la distanza che corre tra l’arbitro e il giocatore (o i giocatori) di cui ciascuno di noi è ospite.

Utilizzando una metafora teatrale per meglio definire questo concetto di intervallo, potremmo forse fare riferimento alle due modalità interpretative più note nella tradizione attoriale occidentale: immedesimazione e straniamento.

L’immedesimazione corrisponde, grosso modo, alla totale compenetrazione dell’attore nel ruolo che interpreta. Io “sono” qualcosa, non “faccio” qualcosa.

In quest’ottica, tra “essere” e “fare” non vi è alcuna differenza: combaciano perfettamente, non c’è intervallo.

Lo straniamento, dal suo canto, impone all’attore una distanza dal suo personaggio. In questo caso, l’attore, che “è”, “fa” un personaggio: attore e personaggio restano tra loro distinti: qui si ravvisa un intervallo.

Carmelo Bene era solito dire: “Se l’attore s’immedesima nel personaggio, chi s’immedesimerà nell’attore”? sottintendendo, probabilmente, la necessità di conservare, tra attore e personaggio, un intervallo critico necessario al primo (l’attore) per condurre il secondo (il personaggio) verso la destinazione che gli spetta, alle condizioni date e senza tracimare se stesso.

Sicché la frase “vivere è un gioco” (corollario forse improprio del concetto proposto da Rovatti) è estremamente più impegnativa e meno convenzionale di quanto non possa apparire di primo acchito.

Anzitutto, vale la pena ricordare, ancora una volta, che la parola giocare in altre lingue implica anche il concetto di recitare e suonare (to play in inglese e jouer in francese, ad es.), e già queste due accezioni restituiscono al concetto di gioco una valenza estetica che alla vita, credo, sia dovuta.

In secondo luogo andrebbe evitato il comune errore di contrapporre l’idea di gioco a quella di “fare sul serio” o, ancor peggio, di omologarla a quella di “scherzo”.

Il gioco ha una sua peculiare serietà, e non lo dimostra certo il modo estremamente “serio” con cui alcuni prendono il gioco (anzi, certi modi di “serietà” con cui alcuni affrontano il “gioco” squalificano l’idea stessa di gioco: si pensi agli estremismi del tifo o ai giocatori d’azzardo, esempi di piena immedesimazione).

La serietà del gioco trova fondamento, probabilmente, in un valore etico, che è il riconoscimento della distanza intercorrente tra un atto libero e consapevole, ed uno coatto ed inconsapevole.

La vita immedesimata azzera l’intervallo tra “ciò che si è” e “ciò che si fa” o, per dirla più esplicitamente, tra sé stessi e il ruolo (o i ruoli) che si è chiamati a coprire.

Confondere se stessi con “ciò che si fa” è uno dei motivi, probabilmente, di maggiore malessere contemporaneo. Si pensi a quante persone (probabilmente la piena maggioranza) è “costretta” a fare cose nelle quali non si identifica affatto, trovandosi così in soffocante disagio cognitivo e, conseguentemente, esistenziale.

La vita immedesimata implica una conduzione “coatta ed inconsapevole” delle nostre azioni: imprigionati nel ruolo in cui senza intervallo c’identifichiamo, non siamo più capaci di vedere oltre le pareti di quella prigione, e per questo ci incattiviamo (serve ricordare a questo proposito che la parola “cattivo” derivi da quella latina captivus, che vuol dire appunto prigioniero).

Ottenebrati da questa cattiveria non ci accorgiamo nemmeno che le pareti siano “elastiche”, che le possiamo restringere o dilatare a nostra competenza (più che piacimento) e addirittura le possiamo intervallare con altre pareti. Ma se, viceversa, m’identifico tout court con queste pareti, assumerò la loro stessa rigidità. Nella vita immedesimata io mi identifico con le pareti di una prigione e di esse assorbo tutta la loro rigidità, la loro malsana umidità.

La vita giocata istituisce viceversa un intervallo critico tra se stessi e i ruoli cui di volta in volta siamo chiamati a recitare (o a giocare, appunto). Nella vita giocata io non confondo me stesso col ruolo che interpreto: continuo a percepire la persona che sono e, conseguentemente, percepisco l’intervallo che corre tra me e il ruolo che sono chiamato dalle circostanze ad interpretare, il che equivale a dire che non m’identifico più con le pareti del ruolo – che pure continuano ad esistere e ad esercitare la loro pressione – ma godo dell’intervallo di gioco (che è un intervallo critico) necessario a riconoscerne la loro trasparenza e permeabilità, la loro sostanziale elasticità: conferisco ad esse le mie qualità di persona, insomma, e non viceversa (come invece accade nella vita immedesimata). In questo senso la vita giocata è un atto libero e consapevole, che non mi rende cattivo (perché non sono più schiavo) ma libero interprete che gioca con altri interpreti.

L’intervallo che il gioco istituisce tra ruolo e persona implica infatti un altro importante aspetto: l’acquisita capacità, da parte della persona che ha scelto la via del gioco, di leggere in controluce le filigrane umane che si adombrano nei ruoli degli altri interpreti. Sa leggerle, perché anzitutto ha saputo leggere le proprie.

Forse è questo l’intervallo di cui parla Rovatti?


(C’è una vecchia gag del sublime Totò – qualcuno forse la ricorderà – in cui il Principe, dopo essersi beccato un fracco di botte per il fatto di essere stato confuso da uno sconosciuto con un certo “Pasquale”, rispondeva all’amico, stupito di una sua reazione ilare e niente affatto violenta, “E chi so’, Pasquale io?”).

mm


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permalink | inviato da ubumax il 10/4/2008 alle 23:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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