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Le città improbabili - Kosìsia
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 7 giugno 2009
A Kosìsia mancano i nomi propri. I bambini si chiamano bambini, gli uomini uomini, le donne donne. Stesso dicasi per le marche. Al supermercato (che si chiama “supermercato”) trovi insalate che si chiamano insalate, latte che si chiama latte, sapone che si chiama sapone… non che siano tutti uguali, anzi. Ciò che li differenzia, però, non è il nome ma le loro intrinseche qualità, qualità che nessuno dichiara, le si riconosce e basta, per quello che sono. Se per strada un Kosìsio chiama un altro kosìsio, basterà che dica: “Ehi, bambino” oppure “ehi, uomo!” (a seconda dei casi) e tutti i bambini e/o gli uomini e/o le donne presenti in quel momento si gireranno. Una confusione che ha i suoi vantaggi perché a certi richiami, che rispondano in molti non è affatto cattiva cosa. Nemmeno le strade hanno nomi, le si può distinguere per le loro peculiarità, dunque lo scambio d’indirizzi avviene attraverso minuziose descrizioni in cui i kosìsi si cimentano ben volentieri: descrivere, per loro, oltre che una necessità è un’arte, che forse richiede un po’ più di tempo, ma i kosìsi non hanno l’ansia del tempo, non conoscono espressioni “in tempo reale”, e forse proprio per questo il loro tempo è davvero reale, nel peggiore dei casi principesco.


(da Le città improbabili, 2009)


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Ermeneutica delle casualità bizzarre: un caso di omonimia
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 15 aprile 2008
La filosofia pratica (o integrante? O esperita?) qui immaginata, tra le sue "buone pratiche" potrebbe annoverare anche quella dell’ermeneutica delle casualità bizzarre. Provo questa volta la pratica in questione partendo da un accidente relativo al nome che porto.

Ho un omonimo. Forse due o anche più. Ma uno, in particolare, si occupa di qualcosa di prossimo ad uno degli interessi che coltivo. Qualcosa che, solo per comodità terminologica, potremmo definire filosofia pratica (o integrante,  o anche esperita).  

Sicché, se in un motore di ricerca si digita il nome in questione, viene fuori una congerie d'indizi che lascerebbe immaginare un'unica persona coltivatrice d'interessi e mondi i più diversificati, dal teologico al teatro sperimentale, passando per la musica e la metapolitica.


Per questo - senza molta fanasia, lo riconosco - iniziai da un certo momento in poi a siglare con l'abbreviativo Max (in uso tra i miei amici) i contributi  pubblicati sul web, confidando nel fatto che il mio omonimo trovasse a sua volta altri espedienti che almeno arginassero questo quasi inevitabile (per certi versi molto teatrabile) scambio/agglutinamento di persone.

Tuttavia, da cultore di nomi, credo profondamente nel nomen omen dunque  immagino che rimodellare le vibrazioni del suono e del ritmo che accompagna il dipanarsi di una certa esistenza, possa comportare persino modificazioni nei tracciati dell' esistenza stessa... chiamare Peppe o Beppe o Pippo o Peppino o Giù o Giuseppe qualcuno, non sarebbe una cosa da fare con tanta leggerezza... è un po' come cambiare arrangiamento ad una melodia. Resta la melodia, ma la sua resa è affatto diversa. Tutto questo per dire che restringere un Massimo in Max può essere una cosa non priva di qualche conseguenza ritmica anche nella scansione degli eventi.


Espando la parentesi: ho sempre creduto che i bambini che avrebbero dovuto avere un nome e poi ne abbiano ricevuto un altro ménino poi un’esistenza un po’ incerta e confusa. Dirò di più: non bisognerebbe mai scegliere il nome, quanto piuttosto chiedere al nascituro (nei tempi e nei modi appropriati) “com’è che ti chiami?” e rispettare quel nome, che piaccia o meno. Incauti (mi perdonino) quei futuri genitori che fanno lunghi elenchi di nomi alla ricerca di quello che piace di più e che fino all’ultimo non sanno quale affibbiare (perché di affibbiatura vera e propria in questo caso si tratta), o che impongono nomi di persone defunte o ancora in vita che non calzano appropriatamente al nascituro il quale, se solo un po’ lo si ascoltasse, direbbe il nome suo, e nomen amen. Consiglio (se mi è consentito) ai futuri genitori: non fate lunghi elenchi di nomi possibili per il nascituro; limitatevi semplicemente ad ascoltarlo. Quando verrà il momento, sarà egli stesso a dirvi come si chiama. Prendete nota e registrate.

Torniamo al tema principale di questo contributo.

Ogni caso di omonimìa è (si passi l'iperbolicità dell'affermazione) una sorta di microattentato accidentale all’identità di una persona. Il nome è una delle poche cose che, di norma, accompagna immutata per tutto il tragitto: cambiano l’aspetto, la voce, i pensieri, i luoghi, i compagni di viaggio, i gusti, le emozioni ma il nome resta immutato lì, a ricordarti non tanto chi sei (questo nemmeno un nome lo può garantire) ma che sei. Sei perché hai un nome, un nome, che è condizione minima, necessaria - seppur non sufficiente - ad esistere.

La casualità bizzarra che qualcuno indossi il tuo stesso nome diviene allora quasi una sorta di negazione di questa originaria, fragile e minimale forma d'identità. Questa circostanza, sebbene sul piano personale possa produrre una qualche forma di disagio (ciascuno è fortemente attaccato a tutto ciò che può produrre identità, nessuno rinuncia facilmente a quel bisogno quasi primoridale di distinzione e riconoscimento), è interpretabile tuttavia anche come un'ulteriore sollecitazione che il caso ha voluto generosamente elargire,  a ripensare il concetto d'identità, concetto al quale attribuirei molti dei danni - compreso quelli ecologici - della cultura contemporanea.

Senza contare l'aspetto teatrabile di questa accidentale circostanza... un caso di omonimìa così improbabile (da sembrare quasi inventato) non può non divenire anche uno spunto di gioco, un'opportunità di dialogo (o, meglio ancora, di metàlogo) con un'alterità portatrice di uno stesso nome ma in altre oscillazioni esistenziali.
 
Per questo invito il mio Omonimo a questo tavolo di gioco, ad esplorare insieme l'idea d'identità, questo pugno di segni ed indizi che rimandano sempre ad un altrove, a una deriva di derridiano sapore.

Naturalmente, sia benvenuto chiunque, anche con Altro Nome, voglia sedersi a questo tavolo di gioco. Non di sfida, di gioco sull'identità. 

mm

Segmento sull’identità
post pubblicato in Diario, il 29 marzo 2008
 Identità? Schifezza di parola, come amore. Sono come quei barattoli in cui fuori c’è scritto “sale” e per lo più ci metti dentro altro, non sai nemmeno cosa.
L’unico, vero segno tangibile di un’identità è la carta d’identità. Tutto il resto è fuffa.
Identità sono le bende dell’uomo invisibile. Le vai a sciogliere e dietro non c’è niente.
L’identità ha senso solo se è un gioco. Chi pensa che l’identità sia una cosa seria, è affetto dalla stessa demenza di un tifoso della curva C. La storia, di per sé, non produce nessuna identità, anzi, solo pura entropia. Il bisogno d’identità è tipico di chi teme di non essere nessuno. Chiunque abbracci a corpo tonico la vita prende atto del dovere rinunciare all’identità. L’identità è fissità e mal s’accorda con la vita, che è costante liquefazione e rimodellamento. La ricerca dell’identità è il bisogno ottusamente egoistico di chi, non riuscendo a spendersi nel riconoscere gli altri (molto lavoro la cosa comporta), pretende dagli altri di essere riconosciuto. Un uomo che cerca la sua identità è pari a un folle che cerca di bloccare con le mani la sua ombra. L’identità è solo l’ombra che la presenza di ciascuno proietta sulla vita di qualcuno, quando c’è un po’ di luce.


(Max Maraviglia - da La Strategia dello Stupore)

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