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Il poeta cretino
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 8 dicembre 2008
Tutta la grande poesia è malattia maniacale. Se le sottrai la stupidità, resta il poeta intelligente (una contraddizione in termini). Dis-graziato. Un poeta ha bisogno come il pane (il vino nel caso mio) del limite della stupidità, di questo nous bestiale. Più è bestiale più è grande. Chi non si vergognerebbe d'aver scritto: "Che fai tu luna in ciel, dimmi che fai silenziosa luna?". Preso a sé, sarebbe fischiato e stroncato anche mescolato alle canzonette del peggior Sanremo. […] Proprio così: “…per guarire la nostra malattia deve peggiorare…”.

Che cosa è mai il genio, se non questo “meritato” regredire nell’idiozia (niente a che fare col tanto ricercato abuso di “cretini naturali” di certo managerismo tivù?) “Condannato” a progredire
[…] degraderebbe nel fasto becero del talento.


C. Bene / G. Dotto, Vita di Carmelo Bene, Bompiani, 2006, p. 221.


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permalink | inviato da ubumax il 8/12/2008 alle 9:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Delvedere
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 30 giugno 2008
I ciechi mi hanno sempre affascinato. Da piccolo - ma credo che chiunque abbia fatto questo gioco - chiudevo gli occhi per vedere se riuscivo a camminare al buio. Ne ho collezionati di bomboloni sulla fronte e sulle rotule. Mio nonno Oreste mi diceva sei scemo ma poi quando gli spiegavo cosa facevo, allora ci provava pure lui. Giocavamo a fare i ciechi e credo che la cosa gli sia risultata utile quando poi cieco lo è divenuto per davvero. Bubboli a parte, cercavo di capire cosa vedessero i ciechi, sentire come sentono i ciechi, tastare i pensieri di un cieco. Pensieri più densi, voci più dense, qualcosa di più denso hanno i ciechi. È così. Quando qualcosa viene meno ecco che se ne potenzia un'altra, perché la giusta quantità del sentire possa nuovamente equilibrarsi ed esprimersi nel pieno delle sue possibilità. Questo è quello che dice Max…

- L'organismo, fin quando può, compensa sempre, si autoripara molto più di quanto non si potrebbe fare con interventi esterni… e se l'organismo non può riassorbire la sua disattenzione, è molto difficile che altri possano qualcosa…

Insomma, Max, da grande medico quale è, dice che la malattia se è guaribile, guarisce da sola e se inguaribile, è inguaribile…
Ma insomma, un medico che dovrebbe fare?

- Osservare, cercare di capire e amabilmente conversare per aiutare a capire anche il diretto interessato quale opportunità di conoscenza la malattia stia cercando di offrirgli.
- E basta?
- In certi casi, tentare l’agevolazione di un miracolo che qualche volta, per benevola congiuntura superna, riesce, alla faccia dei miscredentes…

E questo è Max. E per questo si chiama Fantastico.
 
Carlo Soma non è dello stesso parere. Lui ha fede infinita nel Camice Bianco e terrore da fine millennio per ogni malattia. Dell'ipocondria ha fatto uno stile di vita e se avesse potuto, ne avrebbe fatto una professione. E così, quando l'oculista gli ha diagnosticato un inizio di presbiopia, è corso alla Fondazione per non vedenti Guardascione e si è iscritto come socio sostenitore dice non si sa mai. La settimana scorsa ha tanto insistito perché lo accompagnassi al Pranzo di Beneficenza offerto dall'Istituto e io sono andato e bene feci, perché vidi cose che mai avrei potuto immaginare di poter vedere…


(continua)

mm e ndf, Il LA perfetto, 2006.
 

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permalink | inviato da Max Maraviglia il 30/6/2008 alle 22:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
L’anima buona di Bertold
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 21 aprile 2008
Vogliamo riferirvi la storia

Di un viaggio compiuto

Da uno sfruttatore e da due sfruttati.

Osservatene bene il contegno.

Trovatelo strano, anche se consueto,

inspiegabile, pur se quotidiano,

indecifrabile, pure se è regola.

Anche il minimo atto, in apparenza semplice,

osservatelo con diffidenza! Investigate se

specialmente l’usuale sia necessario.

E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno

Non trovatelo naturale.

Di nulla sia detto: è naturale

In questo tempo di anarchia e di sangue,

di ordinato disordine, di meditato arbitrio,

di umanità disumanata,

così che nulla valga

come cosa immutabile.


B. Brecht, L’eccezione e la regola, 1930.



Ci sia di monitor (screensaver).


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permalink | inviato da Max Maraviglia il 21/4/2008 alle 0:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
L’inibizione da contatto
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 9 aprile 2008
Vale la pena notare come certi fenomeni sociali si conformino allo stesso principio degenerativo dell’ inibizione da contatto: maggiori sono le vie di comunicazione che una cellula chiude intorno a sé, maggiore sarà la possibilità di tramutarsi in un cancro. Il bello e l’inquietante di certe regole è che sembrano agire sia sui corpi sottili, eterei, spirituali, sia su quelli di maggiore consistenza materica.

Sicché la metafora del cancro spesso usata nel dire comune per indicare alcuni fenomeni sociali adombra una semplice regola naturale.

Si potrebbe dire che anche la disattesa dell’ inibizione da contatto da parte di alcune cellule sia a sua volta un principio naturale, e di fatto lo è. La scienza più recente sembra aver dimostrato che nell’organismo umano processi tumorali siano costantemente in atto, per poi essere per lo più riassorbiti senza che il soggetto interessato se ne renda conto (per chi volesse saperne di più sull’argomento può leggere Randolph M. Nesse - George C. Williams, Perché ci ammaliamo, Torino, 1999). Resta però il fatto che la regola è quella dell’ inibizione da contatto, ed è essa a garantire la perpetrazione dell’organismo.

Possiamo ipotizzare che tutte le regole naturali abbiano un carattere omeostatico, siano cioè destinate a ricomporre continuamente l’equilibrio dinamico dell’organismo. Se questo è vero e se la biologia ci insegna qualcosa, possiamo però anche ipotizzare che ogni irregolarità ha lo scopo di innescare una crisi di fronte alla quale l’organismo ha due principali opzioni risolutive: collassare oppure ritrovare un nuovo equilibrio ma ad uno stadio diverso (evito la parola evolutivo perché troppo carica di accezioni che andrebbero sottoposte ad una revisione critica) rispetto a quello iniziale. L’esito dipende dalla dimensione dell’irregolarità e dalle capacità immunitarie dell’organismo di riassorbirla.

Posto in questi termini il ragionamento ne conseguirebbe che anche il cancro e, più in generale, ogni irregolarità avrebbe la sua ragion d’essere, al pari di una regola. La regola conserva, l’irregolarità trasforma. Conservazione e trasformazione sono ordini concettuali che sembrano ravvisabili in ogni manifestazione della natura.

Si può applicare lo stesso ragionamento alle regole e alle irregolarità “positive” (quelle cioè prodotte dall’uomo) e dunque riconoscere una legittimità o quanto meno una funzionalità comprensibile anche all’irregolarità positiva, oltre che alla regola?

Francamente trovo difficile trovare una risposta a questa domanda. Dipende da come si voglia considerare l’uomo rispetto alla natura, se reputarlo sua componente al pari tra altre, ovvero sua protagonista, antagonista o deuteragonista. Idee in merito?

mm


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permalink | inviato da ubumax il 9/4/2008 alle 0:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Regole e Anomìa
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 8 aprile 2008
L’anomia forse nasce da qui, dall’enorme disaccordo circa i principi generativi delle regole, che una razionalità strumentale e dopata dall’idea di sviluppo, progresso, possesso e competitività ha moltiplicato fino all’inverosimile.

Perso il contatto con i principi regolativi naturali, ciascuna cellula del macrorganismo ha iniziato a fare di sé il centro presunto del Tutto (un Tutto per niente metafisico, s’intende), con la convinzione sempre più calcificata di potere esercitare il diritto di vampirizzazione sulle altre cellule, all’insegna di parole d’ordine quali sviluppo, progresso, possesso e competitività, per l’appunto. Forse è questa l’estrema conseguenza di una delle marche della modernità: l’idea di un individuo al centro del mondo mosso da un illuminato bisogno di controllo e tutto concentrato a farsi identità.

Nell’organismo prodotto dalla natura nessuna cellula si reputa centro dell’organismo e probabilmente nessuna cellula disputa con altre d’identità. Negli organismi naturali le cellule sono inoltre dotate di una poetica ragionevolezza che scientificamente si chiama inibizione da contatto: è quel fenomeno fisiologico in virtù del quale quando delle cellule che stanno effettuando la mitosi si toccano, l’azione mitotica cessa. In altri termini, smettono di crescere. Una sorta di reciproco rispetto, di presa di contatto e d’atto che ogni cellula condivide con l’altra. Si tratta di un rispetto naturale. Quando viene meno questo rispetto, nascono le neoformazioni, o neoplasie o, per dirla dritta, il cancro.

Il cancro altro non è che un insieme di cellule che hanno perso la capacità di controllo della proliferazione e non rispondono più all' inibizione da contatto con le altre cellule. Hanno evidentemente perso anche la cognizione del fatto che la morte di altre cellule corrisponderà inevitabilmente anche alla loro morte.

Ancora una volta, è un problema di comunicazione che rende inefficace la condivisibilità di una regola. Ragionando in termini reticolari viene da fare un’altra considerazione: è ben significativo che nelle riserve recintate della politica spesso ci si rimproveri di avere esercitato una cattiva comunicazione. Il fatto è che la comunicazione è per suo statuto ontologico sinceramente democratica. A fronte di una insincera democrazia non può esistere che una insincera (dunque cattiva) comunicazione.

mm

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