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Qualche regola per un metodo senza discorso
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 9 aprile 2008
I livelli raggiunti dalle tecnologie lasciano intravedere la possibilità, da parte dell’uomo, di poter fare e, da certi punti di vista - non so fino a che punto condivisibili - anche meglio (ove sia mai possibile) di quanto già la natura faccia di suo. Emula le sue regole, le scompone, le riproduce, le altera. Resterebbe da vedere cosa ne pensi la natura di tutto questo e probabilmente la risposta arriverà quando meno la si aspetta (non credo per vendetta divina – mi piace immaginare un Dio troppo preso dal Bello per dedicarsi a questioni piccinine come la vendetta - ma solo perché le risposte dei sistemi complessi sono estremamente difficili da prevedere). Nel frattempo, resterebbe da stabilire una regola positiva che stabilisca i limiti entro i quali poter muovere i passi.

Si ricade allora nella congerie di voci discordanti che emergono ogni volta in cui entra in gioco la riflessione e l’ipertrofia simbolica caratteristica dell’agire umano, che in questo senso non ha nulla di naturale (la natura si manifesta per quello che è, non ha bisogno di simboli): chi chiama in causa la vita come dono da rispettare in sé, chi parla di qualità della vita, chi di responsabilità verso le future generazioni, chi di necessità di inoltrarsi fin dove è possibile senza limiti di sorta alcuna.

La stessa ipertrofia che si manifesta ogni qual volta si debbano stabilire delle regole attraverso cui ridistribuire risorse e che genera più irregolarità di quanto non sia necessaria alla trasformazione, cancellando del tutto ogni praticabilità di una regola positiva e, al contempo, desensibilizzando verso ogni ascolto di una regola naturale.

Così, sospesi tra un’impraticabilità di fatto di una regola positiva e sufficientemente irrigiditi da non percepire più la regola naturale, rischiamo tutti di trasformarci in cellule cancerose.

Senza un discorso compiuto su cui fare affidamento posso però provare, da cellula quale sono e non al centro dell’organismo, a eludere questo risvolto, a ricomporre qualche regola su cui imbastire un metodo. D’altronde fa parte del mio mestiere di cellula.

Il metodo immaginato, tra le altre azioni di cui forse si parlerà più avanti, prevede due domande da farsi la sera prima di chiudere gli occhi:

1) Cosa ho assorbito, trasformato e restituito?
2) Era tutto quello che era possibile assorbire, trasformare e restituire alle condizioni date?

Date le risposte si chiudano gli occhi e si riposi benedicendo la notte che non ama confusioni e che puntuale ricorda la sua regolarità.


mm


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permalink | inviato da ubumax il 9/4/2008 alle 23:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Regole e Anomìa
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 8 aprile 2008
L’anomia forse nasce da qui, dall’enorme disaccordo circa i principi generativi delle regole, che una razionalità strumentale e dopata dall’idea di sviluppo, progresso, possesso e competitività ha moltiplicato fino all’inverosimile.

Perso il contatto con i principi regolativi naturali, ciascuna cellula del macrorganismo ha iniziato a fare di sé il centro presunto del Tutto (un Tutto per niente metafisico, s’intende), con la convinzione sempre più calcificata di potere esercitare il diritto di vampirizzazione sulle altre cellule, all’insegna di parole d’ordine quali sviluppo, progresso, possesso e competitività, per l’appunto. Forse è questa l’estrema conseguenza di una delle marche della modernità: l’idea di un individuo al centro del mondo mosso da un illuminato bisogno di controllo e tutto concentrato a farsi identità.

Nell’organismo prodotto dalla natura nessuna cellula si reputa centro dell’organismo e probabilmente nessuna cellula disputa con altre d’identità. Negli organismi naturali le cellule sono inoltre dotate di una poetica ragionevolezza che scientificamente si chiama inibizione da contatto: è quel fenomeno fisiologico in virtù del quale quando delle cellule che stanno effettuando la mitosi si toccano, l’azione mitotica cessa. In altri termini, smettono di crescere. Una sorta di reciproco rispetto, di presa di contatto e d’atto che ogni cellula condivide con l’altra. Si tratta di un rispetto naturale. Quando viene meno questo rispetto, nascono le neoformazioni, o neoplasie o, per dirla dritta, il cancro.

Il cancro altro non è che un insieme di cellule che hanno perso la capacità di controllo della proliferazione e non rispondono più all' inibizione da contatto con le altre cellule. Hanno evidentemente perso anche la cognizione del fatto che la morte di altre cellule corrisponderà inevitabilmente anche alla loro morte.

Ancora una volta, è un problema di comunicazione che rende inefficace la condivisibilità di una regola. Ragionando in termini reticolari viene da fare un’altra considerazione: è ben significativo che nelle riserve recintate della politica spesso ci si rimproveri di avere esercitato una cattiva comunicazione. Il fatto è che la comunicazione è per suo statuto ontologico sinceramente democratica. A fronte di una insincera democrazia non può esistere che una insincera (dunque cattiva) comunicazione.

mm

Qualche appunto per un metodo senza discorso
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 7 aprile 2008
L’idea di metodo somiglia a uno di quegli oggetti del passato, tra altri impolverati accantonati alla rinfusa negli scantinati della memoria. Il metodo è pazienza, sistematicità, tempo ritmato, prevedibilità, regolarità: tutte cose che sembrano appartenere ad un’archeologia dell’anima e che di fatto non esercitano alcun fascino.

Le irregolarità, di contro, hanno una loro forza magnetica, sembra indubbio. Il fatto è che questa forza si manifesta solo quando c’è una regolarità di riferimento. Dunque perché si rilevi l’irregolarità si necessita del metro della regolarità. Senza di esso non si rileva nulla se non la pura entropia, che è irrilevabile per sua definizione.

Tra le regole positive ce ne sono alcune che sono tanto vecchie da avere fatto perdere la memoria della loro originaria ragione, che pure conservano. Altre che sono solo vecchie e ragione, probabilmente, non ne hanno mai goduta se non per gruppi ristretti d’individui. Ci sono regole implicite, che si stratificano nel dipanarsi quotidiano delle nostre relazioni, in silenzio, senza mai dichiararsi, eppure esercitando tutta la loro forza condizionante nelle nostre scelte.

Altre esplicite, scritte a chiare lettere che sembrano essere state formulate giusto per poi, nei fatti, essere smentite o tradite dai bari di professione. Le regole trovano sempre una loro giustificazione o una legittimazione, più o meno imposte, più o meno condivise.

Sembra superfluo dirlo: ciò che dovrebbe essere oggetto di ragionamento non sono le regole in sé, quanto piuttosto le loro giustificazioni, i processi di legittimazione, le modalità d’imposizione e/o di condivisione.

mm


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permalink | inviato da ubumax il 7/4/2008 alle 0:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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