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L’apparizione di Gino M. al Guardascione
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 4 luglio 2008
[…] Insomma ero a pranzo col Soma cercando di skyppare l'enciclopedia medica che ha mandato a memoria anni fa e che rappresenta la sua modalità di default per linkare il prossimo, quando la mia attenzione veniva catturata da un grosso oggetto posto al fondo della sala: all'apparenza sembrava un vecchio frigorifero pieno di tubi che uscivano e rientravano nelle fiancate, sormontato da una batteria di cornette telefoniche di bachelite nera, di quelle usate sui telefoni di mezzo secolo fa. Avevo intanto notato che la musica nella sala era uniformemente diffusa ma in maniera così omogenea da sembrare di essere avvolti in un altoparlante: in qualunque punto mi spostassi, questa non cambiava di intensità né di timbro pur conservando la profondità, sembrava sgorgare direttamente dalle brocche dell'acqua, dai piatti, dai bicchieri, sicché ne accostai qualcuno alle orecchie: sissignore, sgorgava dalle brocche, dai piatti e dai bicchieri. Una specie di tecnodiavoleria che immediatamente intuii avesse a che fare con quella strana macchina che avevo notato prima. Mi alzai per avvicinarmi cauto all'apparecchio, con inutile circospezione (chi poteva mai vedermi?) e nell'avvicinarmi mi accorsi che dalle cornette fuoriusciva un sibilo simile ad un leggero soffio d'aria su cui modulava una vaga sensazione di musica. Senza dubbio, chi aveva architettato il marchingegno, aveva trovato il modo di far vibrare il vetro a distanza sfruttando il principio delle risonanze. Sì, belli fatti… ma come? Col mio cacciavitino svizzero da cerimonia tentai di aprire quella macchina diabolica ma la porta era saldata. Cercai il cavo di alimentazione. Non c'era. In compenso, in un angolo del frigorifero vidi una specie di firma incisa nel metallo:
"GINO M."

Gino M.?
Sudando iniziai a studiare: perché non riuscivo a capire quella macchina? Tornai al tavolo cercando di distogliere Carlo che intanto aveva continuato a monologare su una guarigione miracolosa di un unghia incarnita occorsagli un' estate fa…

- … Va bene Carlo. Adesso l'unghia sta bene. Ascolta…
- Sì ma è cosa da non credere: capisci che avevo anche prenotato per il day hospital?
- Sì va bene. Conosci qualche responsabile di questo posto?
- Certo che sì. Li conosco tutti. Perché, vuoi iscriverti anche tu? Faresti bene, non si sa mai. Da quanto tempo non si va da un oculista, eh? Dài, confessa…
- Senti Carlo, devo parlare assolutamente con qualcuno di qui.
- Capisco il tuo timore. Andiamo dal dottor Pino Occhiochiuso, è il direttore, è amico mio.  Sarà contentissimo di avere un nuovo socio sostenitore…
- Gino M. Chi è Gino M?
- … e tu un giorno mi ringrazierai…

Ci siamo avviati verso gli uffici amministrativi. Alla vista dell'ascensore, riprendo nuovamente a sudare come un fontanino di primo ginnasio.

CLAC-CLAC-CLAC-FSSS… CLAC-CLAC-CLAC-FSSS…


(continua)

mm e ndf, Il LA perfetto, 2006.

Il Paradiso del Ribelle
post pubblicato in CORRISPONDENZE, il 12 giugno 2008





Quanto è importante il sottofondo.
Penso che ogni momento della vita meriti un sottofondo musicale.
Sin da bambino immaginando il paradiso sognavo di sedermi in una stanza dove regna il bianco, con un monitor che trasmette le immagini più significative della mia vita e con la possibilità di sceglierne le colonne sonore.
All'ingresso c' è una persona di colore, un misto tra Martin Luther King e Morgan Freeman che, con uno sguardo dolce e rassicurante, mi invita ad accomodarmi.
In fin dei conti il paradiso è soggettivo; c' è chi spera di trovarci tanti soldi, chi invece i soldi spera di non vederli proprio più (perché magari in questa vita l'assenza di questi ultimi "quasi..." gli negava il cibo) e chi, come me, ha una sola ma grandissima pretesa: la musica.
Riuscire a sentire musica ovunque ed amare la vita sono due cose molto vicine tra loro, infatti per entrambi i casi, è una questione di amplificazione.


(mail dall'amico Ribelle ricevuta giovedì 12 giugno 2008 alle ore 13,28.)


 

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permalink | inviato da Max Maraviglia il 12/6/2008 alle 22:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'istinto dosatore
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 5 aprile 2008
L'altro giorno Eloisa ha tirato fuori il suo Guarnèri. Pensavo che mi prendesse in giro e invece ce l'ha davvero. Un Guarnèri... quando ha aperto l'astuccio mi sono sentito quasi male... un Guarnèri... me lo ha porto con le mani tremolanti da Parkinsoniana esperta e l'idea che potesse cadere a terra mi ha provocato un brivido d'indicibile emozione. Trent’anni anni che non lo toccava, trent’anni quel gioiello di liuteria italiana chiuso in un armadio fragrante di lavanda. Dio conservi la splendida incoscienza di questa nobildonna, che con una pensione da euro 600 (seicento) si concede il lusso di conservare nel buio di un cassetto uno strumento del valore, forse, di circa tre miliardi di vecchie lire. Non mi ha voluto dire come fosse venuta in possesso di quel tesoro. Si divertiva a fare la giovinetta bizzosa lasciandomi immaginare storie di ogni genere. Appena ho toccato il Guarnèri, una scossa calda mi è salita lungo il braccio penetrandomi nel setto nasale e trafiggendomi la ghiandola pineale: era tenere il Graal tra le mani. Un mito è un mito e quando ci entri in contatto fisico, se non sei forte ci puoi anche restare azzeccato. Ho pizzicato le corde di minugia e la prima è subito schizzata ma Eloisa non si è scomposta, annuiva col capo (sempre da Parkinsoniana) e sorridendo ha tirato fuori dal cassetto una vergine, preziosissima muta "Strad" senza dire una parola e senza dire una parola ho aperto la bustina e mi sono messo all'opera. Mai riparato niente di più prezioso in vita mia. E non sto parlando di soldi. Messa su la prima corda, contagiato forse dal tremore di Eloisa ho proceduto tremando a dare via via alle corde la giusta iniziale tensione, tanto per tenere su ponticello e reggicorde…

A proposito, quella storia di Paganini che preso da fervore virtuoso spezza tutte le corde del violino e finisce il concerto suonandone solo una, è una grossa bufala di Mondraghetto, visto che se almeno due corde, possibilmente distanti tra loro, non restano al loro posto, il ponticello cade ed il violino si smonta fra le mani. È un equilibrio di forze precario che regge tutto il sistema, come sempre. Lo dice anche Max Fantastico.

Insomma finito il lavoro, ho tirato fuori il mio accordatore elettronico, di quelli che ti tirano dietro ad euro 5 (cinque) quando passi fuori a un negozio di strumenti musicali. Eloisa per un attimo ha smesso di tremare e severa mi ha guardato:

- Che devi fare con quel congegnino?

- Come che devo fare... accordo, no?

- Accordalo a orecchio

- A orecchio?

- Lasciati guidare, ascolta…

Intuisco che qualcosa d'eccitante sta per accadere. Imbraccio il violino... appena accostato al mento un profumo di resine ignote mi ha accarezzato… l’alito del mondo mi ha sfiorato il viso. Un attimo, l'archetto: un vecchio lamì con la punta a forma di prua di piroscafo, leggero ma talmente leggero da inclinarsi al peso di una farfalla. Due, tre colpi di alto-basso alla seconda corda, col riccio appoggiato sul leggìo ruotavo il pirolo... poi l'ho sentito, ne ero certo. Era lui. Ho tirato fuori l'accordatore elettronico sotto lo sguardo compiaciuto di Eloisa da esperimento riuscito… 440 hz, 0% di deviazione: il LA perfetto.

Non so spiegarmelo ma ho sentito un nodo al naso, come un'allergia improvvisa. Il mito, la leggenda che diventa realtà sotto il mio muso. Un violino che sa, che sa, che non pensa ma che sa e te lo comunica con un una nota, che non sai come fa ma lo fa, una nota che arriva, ti ferma la mano e ti dice: "va bene così, ci sei, puoi fermarti".



Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA Perfetto, 2006


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