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La persona del Condottiero
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 24 aprile 2008

Privo di zenit e di nadir, l’uomo delle folle è votato al disordine. Cieco e impulsivo, è destinato allo zigzag e ai matrimoni di ogni istante con i capricci del reale. Non padroneggiando né il tempo né i suoi slanci, è un puro prodotto del caso, un errore. All’opposto, il Condottiero si preoccupa della linea retta. E se la velocità con cui affronta questo percorso può variare – in quanto va dalla stagnazione alla folgorazione – essa si propone sempre di scongiurare la marcia indietro, la regressione. All’estremità della strada scelta si trova un archetipo costruito da lui, una forma motivante. È un punto fisso che evita i vagabondaggi, i brancolamenti. Dal caos bisogna far sorgere l’ordine e, in questi tentativi, alcuni non saranno che personaggi, altri diventeranno persone.

[…] Il condottiero è dunque un artista il cui obiettivo principale è la riuscita della sua vita intesa come lotta contro il caos, l’informe, le agevolazioni di ogni tipo. I suoi nemici: l’abbandono e la flaccidità, la rilassatezza e il gregarismo.

[…] E per dirla come fu costume per molto tempo, vuol fare della sua vita un’opera d’arte.

[…] E anche nel balbettio, nei tentativi e nei fallimenti, nelle esitazioni e nelle audacie che tradiscono un orgoglio eccessivo, il Condottiero è più grande dell’uomo comune nei suoi successi corrotti, nelle sue pretese riuscite, che non sono null’altro che adesioni passive alle parole d’ordine della sua tribù.


Michel Onfray, La scultura di sé – Per una morale estetica, Fazi, 2007, p. 69 sgg.

Mail dal Natu politicizzato
post pubblicato in CORRISPONDENZE, il 17 aprile 2008
E così rieccomi qua! Ad accompagnare la danza delle mie boccate dalla marlboro è "Harlem Nocturne"
un bel pezzo jazz! Stamane mi sono svegliato e stranamente rispetto al solito non ho trovato nessun quesito che occupasse il mio cervello! Durante questo week end di lavoro ho sentito talmente tante cazzate che forse, inconsciamente la mia bella casina per neuroni stamane ha voluto scioperare! Io dal mio canto la lascerò fare! Poverina! Avrà anche lei diritto ad un bel giorno di riposo! Non crede? Tutti i giorni apriamo gli occhi, ed invece di ringraziare chiunque o qualsiasi cosa ci abbia permesso la sola possibilità di compiere questo gesto, cominciamo a pensare a quanto sia "piatta", "brutta", "inutile" la nostra vita! Non credo di fare del buonismo, è una cosa che ho sempre odiato! La mia anima è sporca almeno quanto la maggior parte di tutte le altre! Ma a volte ci si rende conto di quanto si è coglioni anche se dopo quel breve attimo lo si ritorna ad essere "coglioni"!

P.S.
Scusi la costante presenza della parola C......E ma ho semplicemente scritto ciò che mi passava per la testa!
Le auguro una Buona Pasqua!


(mail dal Natu Animanera postata lunedì 17 marzo 2008 alle ore 12.11.47)




Natu Politicizzato: noto che adoperi termini desunti dall’uso forbito dell’attuale linguaggio politico, accompagnato da un sapiente pudore censorio col quale concludi il tuo messaggio, omettendo la parola/chiave a che non ecceda se stessa, ottenendo il risultato opposto. Buona Pasqua anche a te. Goditi l’uovo e non pensare alla sorpresa.

A parte questo, mi sembra che tu abbia involontariamente lambito un’interessante verità, che è quella degli intervalli, dei brevi attimi che intercorrono tra uno stato di routine e l’altro. Sarà certamente un caso ma pensa che proprio stamani pensavo a quanto fossero importanti le pause di sospensione, voglio dire quei brevi momenti in cui le cose non fluiscono più nel ritmo delle routines e rivelano, a dar loro un po’ d’attenzione, sprazzi in cui ti accorgi che le cose possono essere anche diverse da come le hai pensate fino a quel momento. Si tratta dei cosiddetti “ritagli di tempo”, espansioni preziose che danno volume e colore (quasi uno shampo) alle maglie del quotidiano.

In questi sprazzi nascosti negli interstizi tra un compito finito e un altro non ancora cominciato s’annidano talvolta sorprese interessanti, come questa tua lettera, che adesso sto leggendo in questo quarto d’ora che intervalla la lezione di stamani e il mio prossimo impegno di lavoro, e che mi sta aiutando a mettere a fuoco un pensiero sfiorato stamani in un altro intervallo (quello che va dal portone del mio palazzo all’auto parcheggiata). Ti sembrerà paradossale ma alle volte, a fine giornata, ciò che mi resta non è tanto ciò che ho regolarmente svolto, ma ciò che ha prodotto l’insieme di questi ritagli di tempo. Naturalmente, di questi ritagli non potrei godere se non avessi lunghi, regolari pezzi di stoffa da cucire. Per il tempo dovrebbe valere la stessa regola del porco: non si butta via niente.

Quanto al dire grazie… è forse la prima parola che un bambino dovrebbe imparare a dire, prima ancora che mamma e papà.

mm



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permalink | inviato da ubumax il 17/4/2008 alle 23:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Balbettii sul tempo
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 29 marzo 2008
Del tempo. Non sarebbe possibile aggiungere altro sul piano teoretico: da Aristotele ad Heidegger, passando per Agostino, Kant, Hegel, Husserl, Bergson, Bachelard, Morin (e molti altri omessi), sembra che null’altra esplorazione critica sia aggiuntiva rispetto al concetto. A questo punto non si potrebbe fare altro che ricompilare (qualcuno ci avrà già pensato?) sinotticamente la multiprospetticità del tema e offrirlo alle fauci studiose.

Nella filosofia pratica (o integrante? O intrigante?) qui immaginata, il tempo interessa soprattutto nella sua fatticità, nei modi in cui le persone lo impiegano, lo perdono, lo risparmiano, lo modellano nell’arco dell’orologio.
Achenbach, parlando della quiete interiore, dice che il Moderno è schiavo del tempo, che è sottomesso al dominio del tempo. E in conseguenza alla caduta in questo stato di schiavitù, ha perso l’eternità. Scrive così:

nel Moderno il pensiero è caduto vittima del tempo, poiché esso dà la precedenza al presente rispetto a tutto ciò che è passato, poiché privilegia l’istante a tutto ciò che è precedente, e ancora, cade vittima, perché ha perso il senso metafisico per l’importanza e per il valore del “sempre”, dell’eterno senza tempo.

Aver perso l’eterno potrebbe essere il meno. Ciò che appare assai più grave è la perdita del senso di durata umana. Il mito dell’ In Tempo Reale ha dato un calcio nel sedere alle possibili trame di un tempo “reale” (qui nella doppia accezione del termine) dando spazio a un presentissimo “usa e getta”, o un impresente sganciato dal passato così come dal futuro.
Sicché il tempo dell’ In Tempo Reale avrebbe sancito il passaggio dal tempo del "padrone" a quello dello "schiavo": la solita diade. Ma si può immaginare altro?

Tanto per cominciare: la distinzione potrebbe non partire da quella tipica di "tempo libero" vs "tempo del lavoro". Proviamo a partire da un principio di metafora musicale e diciamo che il tempo può essere battuto in due tonalità etico/estetiche: quella professionale e quella amatoriale. Detto questo, esploriamo i possibili distinguo.

La tonalità professionale è ravvisabile in idee/chiave del tipo: “il tempo è denaro”, “non avere tempo”, “risparmiare tempo”, “arrivare prima”, “risolvere in tempo reale”, “è passato troppo tempo”, “non perdiamo tempo”, “è urgente…” “È URGENTE!” ed altre similari.

Le idee informano l’agire, sicché chi batte professionalmente il tempo è portato a pensare che un lavoro vada fatto per bene solo se si è ben pagati (concrezione dell’idea “il tempo è denaro”), sebbene poi cerchi talvolta di malpagare il lavoro altrui pur pretendendo un lavoro ben fatto. Organizza il suo tempo, scandendo le tappe della sua giornata, ben distinguendo il tempo del lavoro (meglio sarebbe dire “dello schiavo”) dal tempo libero: una distinzione puramente formale, perché se la maggior parte del tempo è quella trascorsa nel tempo "dello schiavo", da schiavo si affronterà anche il tempo libero (è su questo tipo di confusione che trovano ragion d’esistere i villaggi/vacanze, le crociere e pacchetti similari).

Chi batte professionalmente il tempo dirà a chi lo batte amatorialmente frasi del tipo: “ma dove trovi il tempo” o “si vede che hai tempo da perdere”. E se dovrà viaggiare, prenderà l’aereo “per risparmiare tempo”, invierà documenti “in tempo reale”, e quando chiamerà un amico esordirà dicendo “ti rubo solo due minuti di tempo”, e ai suoi interlocutori dirà “vai al sodo”, senza accorgersi che giunti al sodo potrebbe non esserci più niente.
Chi batte professionalmente il tempo è “pressato dagli impegni”, dirà spesso “è urgente” e correrà per arrivare in tempo, perché ha paura del tempo e dunque d’invecchiare, per questo prenderà i suoi goffi provvedimenti.

Chi batte professionalmente il tempo punta alla performance e produce la deformance. Deformance di qualsiasi rapportarsi-a-qualcosa o qualcuno, che appiattisce le curve di ogni ritmo su un profilo unilineare, monotono seppur frenetico e che produce l’azzeramento di ogni silhouette.
Al di fuori del rapportarsi, di fatto, dell’occuparsi (non del preoccuparsi), del tempo non resta che scadimento fisiologico dei tessuti organici. Ecco perché la tonalità professionale è spesso tipica delle persone che temono d’invecchiare.

Per un paradosso solo apparente, il “professionista” del tempo è il più soggetto alla dilapidazione del proprio tempo, a quella malattia terribile che chiamerei cronorrea.

Chi batte professionalmente il tempo agisce immaginandosi eterno, vivendo al domani e azzerando il presente, dimenticando l’ieri che tanto non serve.


Chi batte amatorialmente il tempo, viceversa, pensa che “il tempo è il tempo” e “il denaro è il denaro”, non confonde le due cose. Non anticipa, non posticipa e, se il caso lo consente, pure si serve dell’ultimo minuto (non necessariamente per risparmio, forse perché intuisce che è irriguardoso ipotecare il tempo).

Chi batte amatorialmente il tempo non pretende perché ha pagato, chiede cortesemente perché è cortese, e per questo, probabilmente, avrà molto di più di quanto ha pagato. Nelle file lascia passare, sia chi ne ha bisogno (perché la cortesia è uno dei lussi che l’uomo amatoriale si sa regalare) sia chi vuole "sfurbettare" (perché rispondere a un furbetto senza trattarlo come tale potrebbe magari procacciargli un po’ di stupore grazie al quale ravvisarsi di un altro possibile se stesso).
Chi batte amatorialmente il tempo, per viaggiare prende il treno o la nave se non addirittura i piedi, sapendo che il tempo del viaggio e del cammino non è tempo perso se legge, ascolta, incontra, respira, riflette.

Farà un lavoro comunque ben fatto, perché il lavoro, se è ben fatto, non può avere un prezzo, al più un valore autoevidente. Saprà che “adesso è adesso” e non dovrà patire i morsi dell’urgenza o i rimorsi del tempo perduto, sarà puntuale senza correre o rallentare, avrà rispetto dell’orologio altrui.

La tonalità amatoriale modella un tempo che è in costante rapporto a qualcosa, ed è un tempo veritiero, realizzato, perché il tempo si realizza quando diviene un "rapportarsi-a qualcosa": allora diviene un tempo “fenomenale” (qui l’accezione comune del termine è ancora più pregnante).


Chi batte amatorialmente il tempo agisce immaginando l’eterno, pensando al domani e vivendo al presente, ricordando l’ieri per quello che serve.

Chi dice di non avere tempo somiglia a un condannato a morte.
Chi viceversa il tempo lo modella con accuratezza, non sconta condanne, perché non ha ucciso né tradito il tempo, lo ha onorato cercando di pagare e guadagnare il giusto, senza tentare di risparmiare, di troppo accumulare (o di rubare, che a volte è lo stesso) e soprattutto perché intuisce che la morte non è una condanna, piuttosto un giro di giostra che finisce (e non è detto con certezza che finisca).

Il tempo amatoriale richiede allenamento dell’orecchio musicale che coglie d’intuito il ritmo e la tonalità appropriata da conferire a questa o quell’azione: “questo è un andante…”, oppure “maestoso…” oppure ancora “prestissimo!” perché ogni interpretazione ha un suo tempo musicale, ed è la stessa scena, gli stessi compagni di scena che lo suggeriscono, purché si abbia orecchio allenato.

Chi batte amatorialmente il tempo sa che il tempo va giocato, recitato, suonato… L’adagio biblico secondo cui c’è un tempo per ogni cosa - proviamo a reinterpretare - probabilmente significa esattamente questo: c’è un tempo “musicale” per ogni cosa… Nel gioco del tempo amatoriale, otium (il tempo della riflessione) e negotium (quello dell’espressione) divengono le pulsazioni di uno stesso organum naturalmente aggraziato.


E se il tempo professionale è quello astratto e contato dell’aritmetica, il tempo amatoriale è quello concreto e cantato nel ritmo delle pulsazioni naturali.

Ancora una volta, si tratta di un problema estetico, oltre che etico. Fisico, prima ancora che metafisico.

Max Maraviglia per Cantieri dello Stupore


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permalink | inviato da ubumax il 29/3/2008 alle 19:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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