.
Annunci online

Pragmatica del filoso-fare – Primo Assioma (postilla)
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 31 marzo 2008
In un post precedente ho scritto: “Non si può non filosofare: dietro ogni agire è sottintesa una qualche visione del mondo, idee più o meno calcificate. Ogni persona, che lo voglia o meno, nel suo agire esprime una qualche forma – seppur generica e confusa - di pensiero, anche quando non ne è consapevole o quando ricusa l’idea di una filosofia […] Esiste dunque una necessità ineludibile dell’esercizio del pensiero connaturata allo stesso vivere”.

Mi sembrava una considerazione abbastanza compiuta fino a quando non ho incrociato nelle mie letture Stefano Zampieri (L’esercizio della filosofia, Apogeo, 2007) che mi ha indotto a meglio precisare l’idea proposta.
Scrive il mio coetaneo veneziano:

Posta in questo modo la questione dovremmo concludere che tutti siamo filosofi, dal momento che tutti, in ogni momento della nostra esistenza agiamo in base a un sistema di valori implicito od esplicito (ed è ciò che affermavo io, ndr), confessato o inconfessabile. […] Una simile definizione, dunque, utilizza il modo d’essere naturale dell’uomo e gli attribuisce una qualità filosofica (innaturale). È un procedimento assurdo, il discorso filosofico ha una sua identità e richiede una sua consapevolezza, che non è di tutti. […] La filosofia, in questo senso, impone una scelta, è figlia di una scelta, e quindi si articola su uno sfondo di libertà.

Sembra dunque di capire che Zampieri riconosca nello statuto costituitivo dell’agire filosofico propriamente detto un fondamento di intenzionalità: si agisce in chiave “filosofica” solo allorquando si decide di assumere in carico una scelta di libertà e, in ultima analisi, una condotta “etica”, interprete e produttrice di valori e significati.
Concordo e noto l’analogia con l’atto comunicativo.

Nella letteratura sulla comunicazione interpersonale sembra che siano ravvisabili due posizioni diverse circa la stessa questione. Esplicito: c’è chi considera un atto comunicativo definibile come tale solo in presenza di un’intenzionalità (comunico perché voglio comunicare) e chi, viceversa, sostiene che l’atto comunicativo avvenga indipendentemente da tale volontà (Watzlawick & C.).

Andando per parallelismi, verrebbe dunque da dire che una filosofia “pratica” (condizione naturale) acquisisca efficacia esistenziale (capacità di modificare gli assetti comportamentali orientandoli verso scelte che siano tali, dunque portatrici di responsabilità, coerenza ed organicità) solo quando, superato lo spontaneismo del pensare per concrezioni calcificate di idee, perviene all’esercizio cosciente, costante e fluido del pensiero (condizione innaturale).

Innaturale, nella misura in cui una filosofia pratica intesa come intenzionale esercizio cosciente, costante e fluido del pensiero ha costi mentali dispendiosissimi e niente affatto conformi con la legge economica naturale del massimo rendimento col minimo sforzo, che induce ad un esercizio minimo e di sopravvivenza del pensiero stesso. Se questa legge non fosse così potente, non ci sarebbero al mondo aguzzini e squali, perché non ci sarebbe carne per i loro denti.

Aggiungerei a questo punto che una pragmatica della filosofia dovrebbe dunque occuparsi, tra l’altro, anche di interpretare le idee/chiave calcificate che determinano gli automatismi del comportamento comune, fondato su un pensiero “di sopravvivenza”. Questo mi sembra un altro tassello utile. Grazie Zampieri.

Max Maraviglia

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. filosofia_pratica comunicazione

permalink | inviato da ubumax il 31/3/2008 alle 22:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
Della seduzione - contributo dell'Anonimo Sbrodolatore Mutante
post pubblicato in CORRISPONDENZE, il 31 marzo 2008
Caro professore, mi permetto di intervenire da sbrodolatore professionale. Lo struggimento e il languore sono componenti essenziali dell’infatuazione profonda che molto spesso scambiamo per amore. Orde di psicologi ci spiegano (inutilmente perché ci arriviamo da soli) che il fenomeno inizia con una proiezione dei nostri desideri su una persona che riteniamo in grado di soddisfarli appieno. Questo ingenera una serie di equivoci e processi di delusione che lo sbrodolatore affronta con una sorta di paradossale pena consolatrice, che lo pone in quella condizione di beatiful looser nel mondo a parte, che è il mondo al di sopra dello schifo che ci circonda e da cui lo sbrodolatore scappa attraverso questa comoda uscita di emergenza. L’acqua, come lei mi insegna, non è solo quella che bagna la sua pelle ambrata quando esce dal mare e viene a stendersi al mio fianco, ma è anche quella che serve a bollire la pasta per nutrire la qualità del nostro quotidiano. Lo sbrodolatore fa una scelta inconsapevole di fuga dalla realtà e si disseta solo con acqua del primo tipo.

Da sbrodolatore di lungo corso dico che tutto ciò è pura follia, nutrire il nostro spirito di amori impossibili e cocenti delusioni è un attentato serio che facciamo al nostro equilibrio, un equilibrio che, per mantenersi tale, richiede l’uso permanente di pesi e contrappesi, e un vero amore (processo osmotico molto complesso) accade solo se gli attori sono (minimo) due.

Allora il mio suggerimento, che credo lei condivida, è quello di prendere la scaletta e scendere dalla torre d’avorio, piantare i piedi per terra e iniziare a correre verso, non lontano da lei.

Desiderio azione. In questo mondo vorace se desideriamo una macchina nuova ci inventiamo l’impossibile per averla, lavoriamo come negri, facciamo i debiti e di tutto di più per vederla finalmente nel nostro garage. In amore, per quanto blasfemo suoni alle orecchie del beatiful looser, alias sbrodolatore, bisogna applicare lo stesso modello comportamentale. Bisogna lavorarci su, e tanto, e questo lavoro si chiama seduzione, condurre a sé la persona amata come si conduce a sé un oggetto di consumo.

Ma la seduzione va studiata, né più né meno che come uno strumento musicale. Imparare la musica non è altro che un processo di identificazione ed eliminazione dei propri errori tecnici, fino a produrre qualcosa di gradevole per le nostre orecchie e per il nostro spirito.

Da questa premessa tracciamo le linee guida per trasformare lo sfigato (mi spiace, è crudele, ma così viene percepito lo sbrodolatore/trice dall’altro sesso) in un seduttore. E non è un ambizione mal riposta, così come non esistono solo strimpellatori o concertisti, così abbiamo una infinita gradazione di mediocri, bravi, bravissimi, fino ai geniali Casanova. Ma la cosa fondamentale è che lo sfigato prenda coscienza del problema, ovvero che il primo errore in assoluto è offrire la propria immagine di sbrodolatore, e convincersi, forzarsi, violentarsi per uscirne velocemente. Baloccarsi con un’immagine di se stesso buono, generoso, incompreso, sensibile, sognatore, ma soprattutto innamorato non corrisposto, è una condanna che infligge al proprio ego senza rendersene conto.

Una volta decisi fermamente ad uscirne bisogna impostare la propria strategia di comunicazione, puro marketing, la seduzione non è altro che saper vendere se stessi spuntando il miglior prezzo possibile, nel caso specifico la donna che ci ha tolto il sonno.

Scendiamo ancora di un livello verso il basso allora, e identifichiamo ed eliminiamo gli errori tipici dello sfigato, e impariamo a suonare.

• Nessun cuore è un’invulnerabile cassaforte, nessuna è così bella e impossibile, esiste una serratura ed una chiave per ogni cuore, basta trovarla e qualsiasi oggetto, per quanto ben nascosto, possiamo sempre ritrovarlo. Questione di tempo e attenzione. Ma la cosa fondamentale è non perdere questo tempo prezioso cullandosi nell’emozione di incontrarla, ma entrare in uno stato mentale più concreto. Io ho di fronte un essere umano come me, con le sue debolezze ed i suoi sogni.

• Sogni, un nodo centrale del problema, il processo di infatuazione scatta proprio quando una persona irrompe nei nostri sogni-desideri. Il giusto mix di attenzioni e distacco fa accendere queste mille lampadine colorate nella testa e nel cuore di una donna. Tutto il nostro agire deve essere diretto verso questo scopo, niente deve essere dato per scontato, bisogna far scattare la molla del condizionale, lei deve pensare “quanto sarebbe bello stare con te”. E’ la rappresentazione di te che attrae, devi offrirle un sogno. Nessuno desidera qualcosa che già possiede. Io non desidero la mia bicicletta, o meglio la desideravo fino al momento in cui l’ho portata via dal negozio. Mostrarsi perdutamente innamorati è come regalargli la bicicletta, non gli interessa perché non le hai dato modo di desiderarla, non te l’ha chiesta, non sa dove metterla, o non le piace il colore, insomma si inventerà di tutto ma la risposta sarà sempre “no grazie”. In forza di questo principio paradossalmente sono proprio le donne più belle quelle più vulnerabili, perché avendo la strada spianata dalla nascita grazie a madre natura, e un mucchio di biciclette da scegliere, sono meglio disposte verso questa novità assoluta. Ovvero qualcuno che mostra premura nei loro confronti, ma nel contempo vive benissimo anche la loro assenza. E questo spiega le tante coppie apparentemente mal assortite dove un bello/a si accompagna a un brutto/a. Seduzione, sogno.

• Volutamente riservo quest’ultima parte all’aspetto fisico. Grazie al cielo a noi maschietti ancora non vengono richiesti tanti sacrifici per apparire al meglio possibile, tuttavia esistono casi davvero disperati. Prima di regalare soldi alla chirurgia estetica facciamo un po’ di serio esame di coscienza su due fattori fondamentali, look ed igiene personale. Farsi almeno una doccia al giorno è il minimo requisito di sistema, i lazzari non vengono nemmeno presi in considerazione dalle donne, hanno cinque sensi anche loro, un odore sgradevole vanifica qualsiasi eroico tentativo di conquista. Inoltre chi non dimostra di curare se stesso come può prendersi cura di un altro? Per il look invece discorso a parte. Sbagliatissimo vestirsi come un manichino all’ultima moda, costa ed è un chiaro segnale di insicurezza e assenza di personalità. Bisogna trovare la giusta dose di sobrietà ed eccentricità. Lo schema è lo stesso, attenzione e distacco, e deve essere espresso anche dal nostro abbigliamento. Essere rassicuranti con alcuni elementi classici e inserire particolari unici ed originali. Fare un salto di qualità, da bidimensionale a tridimensionale. Che so stai bene in doppiopetto? Ok ma allora contamina con un paio di lucidi camperos a punta. E a proposito di scarpe, queste richiedono l’investimento maggiore, devono essere di buona qualità, pulite e in forma. Non so perché ma è un elemento a cui le donne prestano una grande attenzione. Il classico errore da maschio invece è spendere capitali in vestiti e dimenticarsi completamente delle scarpe. Un uomo che ha stile non ha un guardaroba immenso, non è maniacale, ma comunica grande sicurezza di sé quando si presenta con un look adeguato. Adeguato alla propria statura, ai propri colori di occhi, di pelle, di capelli etc. Capire la profonda differenza fra eleganza e stile, l’eleganza è bellezza immobile, fotografia, lo stile è bellezza in movimento, cinema. Sono fatti della stessa sostanza: immagine, ma comunicano due cose completamente diverse.

E questo è tutto prof. Mi scusi se irrompo con un tale carico di banale buon senso nel suo blog che seguo con attenzione, ma se anche la banalità ci aiuta a vivere meglio, perché rinunciarvi. E se l'amore è un dono del cielo, aiutati che Dio ti aiuta.

Con affetto.
15 marzo 2008 15.16



Caro Anonimo Sbrodolatore Mutante
Scusami se solo ora rispondo al tuo contributo ma solo ora l’ho intercettato: mi era sfuggito. Qualche nota in contrappunto: condivido con te l’idea del desiderio/azione e della necessità di considerare l’acqua in tutte le sue possibili interpretazioni. Mi piace l’idea della seduzione come studio di uno strumento musicale anzi, ti dirò di più: la metafora dello studio musicale la estenderei ad ogni nostro agire: essere “intonati” è una qualità etica, prima ancora che estetica, frutto di un esercizio giornaliero su se stessi e con gli altri, simultaneamente. Come in un’orchestra. Che questa musicalità possa tradursi talvolta in seduzione va benissimo, meglio ancora se dopo sopraggiunge la conduzione. Mi spiego meglio: imparare a “conquistare” le situazioni desiderate è già un bel passo avanti, ma il salto di qualità lo si compie, credo, quando si apprende anche a coltivare e a curare ciò che si è conquistato (“conquistato” non è una parola verso la quale provo molta simpatia, tuttavia per ora non me ne viene un’altra) ma anche questo, probabilmente, già lo sai.

Un po’ meno - capirai – apprezzo l’idea di “condurre a sé le persone amate come si conducono a sé oggetti di consumo”… è una similitudine un po’ infelice, non solo per l’equivalenza persone/oggetti, quanto soprattutto per il concetto di “consumo”: parola che cercherei di sostituire (inclusi tutti i comportamenti ad essa connessi) con l’idea di “stratificazione” e “trasformazione”.

Casanova era probabilmente un infelice, mosso com’era dall’attitudine di consumatore incallito (peraltro sempre dello stesso genere). Per noi che aspiriamo non dico alla felicità ma almeno all’eudaimonia non è esattamente tra i principali modelli di riferimento, e che lo diciamo a fare.

Quanto alle tue considerazioni sul look, mi astengo da ogni commento. Dico solo che l’abbigliamento credo sia l’esteriorizzazione di quello che siamo e in questo senso l’abito fa certamente il monaco, che lo si voglia o no.

Le essenze hanno in qualche modo bisogno di forme a loro simultanee. Essenze nitide cercano forme nitide, fino alla totale compenetrazione e, direi quasi, fino alla reciproca trasparenza. Per converso, essenze confuse cercano esasperatamente forme esprimenti tutta la forza che non posseggono. Forse per questo chi stenta a riconoscere la propria intonazione naturale è così concentrato a cercare forme vistose che la facciano riconoscere all’esterno (desiderio peregrino alquanto: come possono gli altri riconoscere di te ciò che tu stesso non riconosci?)

Quando l’essenza nitida si è intonata con la sua forma altrettanto nitida, ne scaturisce la seduzione, una seduzione che non è più intenzionale ma conseguenza naturale del suo stato di purezza. A quel punto aumentano le responsabilità.

D’altro canto, ad allenarsi un po’, non è poi così difficile scorgere apparenze difformi dalle loro sostanze: anche qui è una questione d’orecchio e di tempo “durato”. E di scarpe, probabilmente.

mm

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. amore seduzione responsabilità

permalink | inviato da ubumax il 31/3/2008 alle 22:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Mail dal Natu Nnammuratu
post pubblicato in CORRISPONDENZE, il 31 marzo 2008
Caro Massimino,
era da tanto che non mi sentivo così, riesco nuovamente a perdermi completamente negli occhi di una persona, erano circa sette anni che non mi succedeva più, non so di che tipo di sentimento si tratti.
In fondo in fondo non ho mai creduto alla parola amore, ma non perché io sia scettico sul suo significato anzi ho sempre pensato che certi sentimenti bisogna goderseli sempre, anche se non corrisposti, poiché è così raro sentirsi così come io ora mi sento. AMORE, cinque misere lettere che dovrebbero racchiudere non uno ma una miscela così intrecciata di sentimenti che la parola stessa tende a sminuire!
Parole, parole! Ma prof, ha mai pensato a come sarebbe bello se i pensieri, i sentimenti che proviamo riuscissero ad arrivare a chi ci è di fronte senza aver bisogno di parole? Il pensiero che arriva allo stato puro, senza filtri, dialettica, senza doverci preoccupare delle nostre capacità verbali!
Prof mi scusi ma sto delirando è il suo volto che riaffiora nella mia mente! E' così bello ma allo stesso tempo così strafottutamente struggente ho voglia di vederla ma non posso! Non so nemmeno cosa pensa di me!
Prof grazie per aver letto attendo una sua risposta!


(mail da Natu di martedì 4 marzo 2008 20.19.38)


Natu nnammuratu

Troppo comodo! Lavora su questi sentimenti, tira fuori le espressioni più interessanti che riesci pazientemente a modellare nella tua officina (e non solo in parole) ed offrile senza aspettarti il premio: niente cani che aspettano lo zuccherino. Questo mi sembra amore. I pensieri, i sentimenti e quant’altro non sono niente se non dài loro forma: questo mi sembra disamore. Oppure continua a sbrodolarti addosso i ricordi di lei, ma poi non intristirti se dopo non ti resta niente e fai fatica pure ad asciugarti perché è andato via il sole. Avrei qualche proposta pratica di modellamento da sottoporti ma per ora me ne astengo. Immagina e produci!


mm

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. amore

permalink | inviato da ubumax il 31/3/2008 alle 22:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il ritorno del Boia (dal Ribelle)
post pubblicato in CORRISPONDENZE, il 31 marzo 2008
 ...buongiorno!

...stamattina ho accettato con piacere il cappuccino offertomi dal boia..
...stamattina ho capito alcune cose, mio grande amico, spero che il mio essere lunatico non porti via con sé queste convinzioni che stamattina mi fanno stare così bene...

...stamattina sento di essere cresciuto un po’... o almeno quel tanto che basta per capire che in fondo la tristezza, per quanto spesso la critichiamo, è paradossalmente, una stupenda fabbrica di creatività e di emozioni…
… e allora… lasciamola accomodare… sfruttiamo tutto ciò che di bello può offrire uno stato d’ animo così profondo.. e quando sarà andata via, salutiamola con una malinconica felicità... senza aspettare con assurda e banale frenesia che ritorni; ma più semplicemente, soffermiamoci su quello che siamo riusciti a capire e a creare, grazie ad essa...


Rib.

(mail dal Ribelle di martedì 4 marzo 2008 9.25.00)


Amico mio Ribelle
Torna l’immagine del boia con cornetto e cappuccino e questa volta lo accogli con un sorriso. A me verrebbe voglia di dargli una voce, degli abiti, un corpo… che ne diresti di un gonnellino in similpelle, gambe pelose e anfibi, con su una camicetta in pizzo con ciuffi di peli ispidi che sbucano dalla scollatura e un mascherino a coprirgli il volto? Unghie dipinte di rosso carminio su manoni spessi ed unti di grasso per sega elettrica? Continua tu prima che questa felicità svapori e il cappuccino si raffreddi… è un bel personaggio, non lasciamocelo scappare.

mm



permalink | inviato da ubumax il 31/3/2008 alle 22:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Mail dal Ribelle (ripresa): dell’istinto
post pubblicato in CORRISPONDENZE, il 31 marzo 2008
(...) beh, le porte si sbattono per ben altri motivi.. e quindi è evidente che se io riuscissi a dosare queste periodiche implosioni non avrei la necessità di esibirmi in gesti banali dei quali non vado fiero…

..vorrei soffermarmi con lei, per un attimo, sul significato della parola DOSARE…è un concetto semplice se pensiamo all’olio e al sale sull’insalata…ma come la mettiamo con l’istinto?

...lasciamo stare prof… la vera questione è questa… quei diamanti di cui le parlavo in realtà sembrano misere pietre se non sono custoditi da quelle stupende mani danzatrici.
Rib.



Come la mettiamo? Possiamo immaginare, ad esempio, un istinto dosatore… come quello di una saliera che s’agita quel tanto che basta e che d’improvviso si ferma e ferma pure la mano sorda che tenta ancora d'agitarla oltre il dovuto… un po’ come quel violino che mentre l’accordi ti mormora all’orecchio “ci sei, puoi fermarti…” controlli l’accordatore e leggi “440 hz”… il LA perfetto, senza la minima deviazione calante né crescente. Un istinto, quello dosatore, che somiglia all’orecchio musicale. Ce l’abbiamo tutti: i più stonati tra noi devono solo allenarsi un po’ di più, ma non è una gran fatica, anzi. Una volta entrati nell’onda neanche se ne può fare a meno più. E a quel punto l’istinto chiamiamolo primario, sembra solo una brutta stonatura di cui nobilmente si sente di non poterne andare fieri.

L’istinto di cui parli, forse, è quello delle singole bestie che mugolano mentre sanno di andare al macello. L’istinto dosatore (quello delle saliere, o dei violini che abbiamo immaginato) è un distillato degli istinti delle cose, captati nell’intorno dalle antenne che ogni umano animale che possa dirsi tale, potrebbe, dovrebbe, saprebbe vorrebbe nuovamente far funzionare. Dico nuovamente perché mi piace immaginare un tempo – non necessariamente collocato nel tempo – in cui gli uomini usavano davvero queste antenne… probabilmente la ghiandola pineale è una vestigia di questo organo ormai quasi sparito ma non ancora del tutto, da non poterlo ancora rigenerare. Un altro lavoro cui dedicarsi, di tanto in tanto e in permanenza. Un lavoro così rende il dosare un gesto intonato, istintivo e naturale, che trasforma la porta sbattuta nel suono di due piatti da orchestra giunti ad accentare il punto più alto di una frase musicale.

Quanto alle pietre: stamani mi hai detto un’altra cosa. Quella di adesso mi sembra ancora più interessante. Aggiungerei: guarda come le tue pietre, trasformate in diamanti da semplici mani, trasformano a loro volta semplici mani in mani danzatrici… poesia dei sistemi.


mm

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. istinto sistemi

permalink | inviato da ubumax il 31/3/2008 alle 21:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Mail dal Giovane Amico Ribelle
post pubblicato in CORRISPONDENZE, il 31 marzo 2008
 ...certe mattine la tristezza sembra prenderti in giro.. come un boia che ti sveglia col cappuccino e il caffè..
Intorpidito.. quando non riesci a decifrare la bruttezza di quello che senti fai fatica a trovare qualcosa che ti faccia sentire “meglio”.. e allora capisci quanto è bello avere la certezza del voler piangere.. contorto?.. deluso.. spesso, troppo spesso affidiamo i nostri diamanti a qualcuno che non saprà custodirli e, ancora peggio, riesce a buttarli via da un momento all’altro…! Troppe metafore per farmi capire nitidamente, vero? Beh la stupirò con la volgarità della mia prossima affermazione…mi sono rotto le palle prof.. voglio andar via, non so né dove e né perché ... ma è come se ogni tanto quel vuoto che mi porto dentro mi corresse dietro.. eh si.. oggi non riesco a sperare che esca il sole, ma mi accontento delle nuvole.. almeno con la pioggia sembra che tutti abbiano un motivo valido per stare male.. e allora mi sento meno solo.. a presto prof.


(mail postata sabato 1 marzo 2008 8.12.27)


Giovane amico mio Ribelle
Affida i tuoi diamanti a chi sei certo che non te li saprà custodire. Spera che te li perda, di modo che ne potrai trovare altri, oppure gli stessi, ma in altre mani, per quelle ardite circonvoluzioni delle vite grazie alle quali le cose, prima o poi, tornano sempre. Sotto altre forme, ma tornano.

Tutto chiaro, non temere di non essere capito, anche se forse non è questa la cosa più importante. Vale forse più la pena cominciare dagli altri, che hanno molti più occhi dei nostri.

Resta al tuo posto e osserva con gli occhi degli altri, ascolta, non sbattere porte se non è proprio necessario, cogli gli indizi e dimentica,se puoi, un po’ te stesso.
Il vuoto è pieno di cose che vanno ripescate ed anche se fosse del tutto vuoto, lasciati mangiare perché il vuoto possa nutrirsi di te.

Riscrivi quello che hai detto, così io anche potrò fare altrettanto.

Fai una buona giornata e non odiarmi troppo per questa finta saggezza.

mm

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. amicizia

permalink | inviato da ubumax il 31/3/2008 alle 14:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Finale dal Corale In-finito per Filippo Bruno
post pubblicato in SUL TEATRO DI FORMAZIONE, il 31 marzo 2008
(...)

VOCE 8 gira intorno lo sguardo, verso gli altri, in un silenzio generale che attanaglia i commensali. I pedanti fanno gesti come grattarsi il collo, toccarsi i baffi o la bocca, lisciarsi la fronte. Il silenzio è insopportabile. VOCE 4 solleva lentamente il braccio poi fiero si alza quasi repentino, apre la bocca a spezzare il silenzio ma resta congelato a mezz’aria dal suono di un campanellino. VOCE 7 annuncia solenne

VOCE 7: La cena è servita

Il quadro si scioglie. Tutti i commensali indossano allegri un fazzoletto, poi di nuovo s’irrigidiscono, attendono un segno per iniziare il loro gozzovigliare.



VOCE 11: Bene signori, apprestiamoci a consumare questa cena e a gioire di questa bella compagnia.

I commensali si “lanciano” sui loro piatti ma un colpo di tosse di qualcuno richiama la loro attenzione sul cardinale Cristoforo che sta con le mani incrociate e sussurra una preghiera. Quindi si fermano, aspettano impazienti il segno della croce del cardinale, poi attaccano rumoreggiando ritmicamente.

VOCE 11: Allora, Bruno, dicono che le sue idee abbiano un che di atipico e inquietante…

VOCE 8: Le mie idee sono quelle di un uomo che cerca di pensare con la propria testa…

VOCE 4: Sarebbe meglio ascoltare le voci dei maestri…

VOCE 8: Io ascolto le voci di chiunque dica qualcosa di sensato, ma non credo che esistano maestri.

CORO: (disapprovazione) Ohhh…

VOCE 8: Non in senso assoluto, intendo. Ciascuno può essere maestro e allievo a un tempo…

VOCE 11: Bruno, perché tanta reticenza a riconoscere ogni forma di autorità?

VOCE 4: Lei sembra non temere niente!

VOCE 8: Temo la stupidità dei pedanti, di quelli che dicono senza sapere di cosa parlino…

VOCE 4: (rivolgendosi agli altri) Lui invece sa di cosa parla! E allora non teme!

VOCE 8: Se tutti dovessero temere ed evitare di dire ciò che pensano, nessuno avrebbe mai tentato opere degne e niente d’egregio si sarebbe mai realizzato.

VOCE 4: Ed è per questo che lui non teme!

VOCE 1: Ma chi si crede di essere?

VOCE 8: La provvidenza degli Dèi manda di tanto agli uomini alcuni Mercuri che portino un po’ di luce, benché sappiano in anticipo che questi non saranno accolti per niente o saranno male accolti.

VOCE 11: Lei dunque sarebbe un… Mercurio?

VOCE 8: Sono un uomo libero, che cerca di pensare secondo ragione, l’ho già detto. E se questo può servire da esempio, ben venga.

VOCE 4: La ragione, la ragione… ma se ciò che lei va affermando contrasta con le più consolidate dottrine accettate e condivise dai più grandi sapienti, mi dice lei di che ragione stiamo parlando?

VOCE 8: La verità è che vari uomini hanno varie opinioni; diversi dicono cose diverse; quante sono le teste, tanti sono i pareri.

VOCE 11: E tante le voci. Perciò i corvi gracchiano…

VOCE 9: … i cuculi fanno cucù…

VOCE 2: i lupi ululano…

VOCE 4: i maiali grugniscono…

VOCE 6: le pecore belano…

VOCE 5: i buoi muggiscono…

VOCE 7: i cavalli nitriscono…

VOCE 11: gli asini…

CORO: (violento, verso VOCE 8) ragliano! (riso sguaiato)

VOCE 8: (a voce alta, per sovrastare l’onda di riso sarcastico del Coro) È turpe, disse Aristotele, rispondere a chiunque faccia domande; i buoi muggiscano ai buoi, i cavalli nitriscano ai cavalli, gli asini raglino agli asini!

VOCE 1: Bruno! Mi meraviglio di lei! Se, come lei spesso ha detto, il tutto si lega al tutto, per qual motivo mai un bue non dovrebbe muggire a un usignolo, o un cavallo nitrire a un porcello! E se un giorno un somaro imparasse a gloglottare dal confronto col tacchino, sarebbe forse per lei un gran male?

VOCE 8: È un’ipotesi che non ho considerato…

VOCE 1: E allora suvvìa non sia così rigido! Si rilassi, e asperga pure le sue perle ai porci!

VOCE 8: Perché dovrei?

VOCE 1: Lo ha mai fatto?

VOCE 8: Perché dovrei?

VOCE 1: Perché così potrebbe magari scoprire che i maiali hanno un talento particolare nel realizzare collane di perle! Oppure che una dieta a base di perle piuttosto che di pastone potrebbe migliorare la qualità delle carni suine!

VOCE 8: È un’idea davvero cretina.

VOCE 1: È un’idea libera da pregiudizi. Non è lei il primo a dire che si deve pensare con la propria testa?

VOCE 8: Non intendevo questo!

VOCE 1: Bruno, lei si prende troppo sul serio...

Nel silenzio che segue quest’ultima battuta ciascuna voce del coro, alzandosi, volge la propria scodella verso il basso, lasciando “scrosciare” le perle in esse contenute. VOCE 8, seguendo l’esempio degli astanti, dopo essersi guardato intorno, farà lo stesso. Buio.

(da Frammenti di un Corale In-finito per Filippo Bruno, Laboratorio di scrittura delle Officine Teatrali Liceo Artistico, Napoli, 2006 – Progetto di rete Bruno a Teatro: la rappresentazione delle idee)

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. teatro idee

permalink | inviato da ubumax il 31/3/2008 alle 14:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sms
post pubblicato in CORRISPONDENZE, il 31 marzo 2008
Caro professore. Sono in campo de' fiori e non riesco a fare a meno di ripensare al nostro spettacolo… La ricordo sempre con un rispetto enorme… ci voglion coraggio e amore folli per lasciare nelle persone che si incontrano sul proprio cammino una valigia di sogni ed emozioni così. Arrivederci prof ales*manca del testo*


(sms ricevuto alle ore 16.21.11 del 03/02/2008)


Manca del testo. Alessandra o Alessandro? C’eravate entrambi nello spettacolo… chi di voi due? Grazie ad entrambi, ed anche ad Eddy, Marina, Ketty, Federica, So, Leandro, Luca, Sonia, Errico, Franco... grazie a tutti noi, che ci scambiamo valigie a volte pesanti, altre volte leggere. Senza valigie così, non c’è passo che valga la pena di fare.


mm

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. teatro di formazione

permalink | inviato da ubumax il 31/3/2008 alle 13:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Pensieri di un ragazzo non ancora diciottenne
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 31 marzo 2008
Noi siamo stati influenzati, senza recare dentro di noi la forza di una reazione opposta, persino senza sapere che siamo influenzati. È un sentimento doloroso quello di avere rinunciato alla propria indipendenza con l’ipotesi inconscia di impressioni esterne, di avere schiacciato facoltà dell’anima con la forza dell’abitudine e di avere involontariamente gettato nell’anima i germi di errori e deviazioni. Tutto ciò lo ritroviamo in scala più grande nella storia dei popoli. Molti popoli, colpiti dagli stessi eventi, sono stati influenzati nel modo più diverso. Perciò è segno di ristrettezza mentale voler imporre a tutta quanta l’umanità una forma specifica di Stato o di società, ricorrendo per così dire a degli stereotipi; tutte le idee sociali e comunistiche soffrono di questo errore: perché l’uomo non è mai sempre lo stesso; ma, appena fosse possibile rovesciare con una forte volontà tutto quanto il passato del mondo, entreremmo nella schiera degli dèi indipendenti, e la storia del mondo non sarebbe per noi altro che oblio e distacco da se stessi nel sogno; cala il sipario, e l’uomo ritrova se stesso come un bambino che gioca coi mondi, come un bambino che alla luce del mattino si risveglia e ridendo cancella dalla fronte i sogni paurosi.

Friedrich Nietzsche nell’aprile del 1862 (La mia vita – Scritti autobiografici 1856/1869, Adelphi, 1999).

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. pregiudizi stereotipi automatismi

permalink | inviato da ubumax il 31/3/2008 alle 13:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Fiducia e sospetto (ripresa)
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 31 marzo 2008
Il calcolo probabilistico della ragione non consente alcuna fiducia. Sembrerebbe una certezza. Ma da un certo tipo di certezze, forse, è meglio stare lontani: generano debolezza d’inerzia. Di fronte a strade troppo sicure, vale imboccare la strada sbagliata (Duccio Demetrio camminatore, grazie per il suggerimento). Se la fiducia non può chiamare in sua difesa la ragione, può in ogni caso appellarsi alla ragionevolezza: presa in carico delle condizioni date ma anche comprensione globale che investe i sensi, la pelle e la mente in simultanea, acquisizione della consapevolezza dei rischi che ogni atto di fiducia reca con sé, anche quando questi appaiono (e dico appaiono) alti e insostenibili, considerandoli, anche laddove si dovessero concretizzare, come opportunità di ricerca di soluzioni altre, rispetto alle note. E se neanche la ragionevolezza può dare fondamento, si chiami pure in causa l’irragionevolezza, ci si appelli al diritto di skandalon, cercando un altrove al di là di ogni aspettativa ragionata e/o ragionevole.

Una fiducia così immaginata, così scandalosa, somiglia forse ad un atto di fede, e di fatto lo è. Ma è una fede pratica, priva di ogni supporto escatologico, tutta immanente, proiettata verso le alterità del tempo che fluisce.

Una fiducia così intesa è un atto di liberazione dal doppio vincolo, dall’ingiunzione paradossale di una fiducia impossibile (se intesa come calcolo probabilistico e alle condizioni date) da una parte, e, dall’altra, di un sospetto che ottunde la mente, anestetizza e mistifica ulteriormente contro ogni sua aspettativa.

Sembrerebbe una strada suicida quella di una fiducia così intesa, di fatto è solo poco battuta, perché non offre la certezza che è nutrimento vitale della pigrizia nostra e quotidiana paura.

Eppure, nella sua apparente improponibilità, la scandalosa fiducia trova un qualche suo fondamento razionale nel gioco strutturante l’atto comunicativo: quello della retroazione, di cui il fenomeno della profezia che si autoavvera (cfr. R. Merton) è una delle sue declinazioni più frequenti.

Siamo specchi per gli altri e gli altri sono i nostri specchi. Le paure, riflettendosi si moltiplicano e si avverano e altrettanto le aggressioni, le chiusure, i rancori del sospetto.

La fiducia scandalosa può allora divenire uno specchio ingannatore, capace di distorcere benevolmente il riflesso del sospetto, neutralizzandolo, riconvertendolo. Oppure, con ancora maggiore prontezza di riflesso, può divenire inclinazione a lanciare il primo impulso, senza aspettare, a dare il primo indizio, a darne un altro, e un altro ancora, se del caso, ogni volta come se fosse il primo e senza un “fino a quando”, senza un “fine”.

La fiducia scandalosa immaginata è un valore puro e non ha misura. Non aumenta, non diminuisce e non vuole sentire ragioni. Si modula come un’onda sonora, ma questo è altro.

Max Maraviglia

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. fiducia fede

permalink | inviato da ubumax il 31/3/2008 alle 13:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Gli uomini dell’Otium e del Negotium
post pubblicato in Diario, il 30 marzo 2008
L’Otium - a dispetto del detto - non vanta alcuna parentela col Vitium.
In quanto intonazione esistenziale, L’Otium è contrappunto del Negotium.

Il Negotium cerca i luogotempi degli scambi simmetrici, del commercio, della razionalità strumentale, del sinallagma, del marciare, delle identità forti ("io sono" e "tu sei"), del do ut des, dello spiegare, della suddivisione, della diritto di proprietà, del contare, del misurare, dell’arrivare, della tregua, dell’informare, della competizione, del prezzo, della norma, della sfida, della moda, della certezza, del riconoscimento, dell’opportunismo, dei risultati, della strategia, dell’attacco, del pensiero logico che segmenta e distingue, del meccanico, del tempo/denaro.

L'Otium, dal suo canto, è il luogotempo prediletto delle asimmetrie, del dono, della ragionevolezza, della stretta di mano, del passeggiare, dell'identità fluente e mai calcificata, della prodigalità, dell’interpretare, della condivisione, del piacere di alterità, del cantare, del valutare, dell’agorazein, del riposo, del dialogare, della contemplazione, del valore, dell’usanza, dell’invito, dello stile, della relatività, della riconoscenza, del kairos, dei frutti, della composizione, della continuità, del pensiero analogico che scorge somiglianze, dell’organico, del tempo/durato.

Accadde che in uno dei luoghi più riusciti al Dio Creativo giunsero i primi uomini. Ed erano uomini dell’Otium.

Un popolo protetto dall’Otium, collocato nel luogo prediletto al Dio, non avrebbe potuto esprimere alcuna propensione per la guerra, né avrebbe saputo riconoscere alcuna logica strategica e/o gerarchica. Il popolo dell’Otium, non contemplando nella sua forma mentis la categoria di “nemico”, mostrava come primo istinto quello di ricevere chiunque come ospite benvenuto.

Ma questo espose gli uomini dell’Otium a un risvolto increscioso.

Dopo gli uomini dell’Otium, giunsero infatti nelle terre care al Dio, gli uomini del Negotium, che compresero di quale paradiso si trattasse e di quali e quanti negotia si potessero intraprendere.

Gli uomini dell'Otium non conoscevano né guerra né nemici, per questo accolsero benevoli i nuovi arrivati.

Gli uomini del Negotium, credendo di avere campo libero per ogni agire, travisarono la pacificità di quelli dell'Otium, imponendo loro condizioni predatorie che, proprio perché non riconosciute come tali (nemmeno la categoria di "preda" era nota agli uomini dell'Otium), furono sulle prime accolte senza negoziazioni, salvo poi a scoprire che era in gioco la sopravvivenza.

Gli uomini dell'Otium dovettero allora difendersi ma non avendolo mai fatto, lo fecero nel peggiore dei modi: non attraverso l'uso accurato di tattiche e strategie ed armi d'ordinanza (fosse pure il logos del sofista o il diritto) ma con tutto ciò che capitava loro tra le mani, disordinatamente e senza nessuna consapevolezza di quanto stesse accadendo, producendo danni più a se stessi che agli altri, anche per incapacità di riconoscere il confine tra se stessi e gli altri, tra i nemici e gli amici, cosa che gli uomini del Negotium sapevano fare molto bene.

Ogni forma di confusa difesa perpetrata dagli uomini dell'Otium alimentava la loro sconfitta ed un rafforzamento sempre più evidente degli uomini del Negotium.

Gli uomini dell'Otium non impararono mai la guerra ma dovevano pur difendersi, sicché nel tempo alcuni di loro, credendo la cosa più conveniente, vollero a un certo punto somigliare agli uomini del Negotium.

Altri lasciarono degenerare la loro intelligenza in furbizia e continuarono ad escogitare ogni forma di anarchica ribellione verso gli uomini del Negotium, vedendo ormai in essi i predatori da cui difendersi anche quando, forse, non lo erano del tutto e qualcosa del Negotium avrebbe potuto arrecare di buono all'Otium.

Altri uomini dell'Otium preferirono il silenzio e la fuga.

Alcuni uomini del Negotium intuirono, dal loro canto, quel che di buono gli uomini dell'Otium poteva loro recare, ma era troppo tardi: gli uomini dell'Otium o erano ormai diventati come loro, o subdoli nemici da combattere, o erano silenti e in fuga.

Gli uomini dell’Otium e del Negotium adesso vivono l’uno accanto all’altro ma non sanno riconoscersi, ciascuno nascosto e confuso nell’altro. Perché possano di nuovo guardarsi, bisognerà che ricompongano i loro immaginari.


Max Maraviglia, L'uomo col fazzoletto e altre micronovelle

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. otium negotium

permalink | inviato da ubumax il 30/3/2008 alle 21:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Essere, Interesse e Inter-essere
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 30 marzo 2008
All’occhio di un poeta non sfugge certo che in questo foglio di carta c’è una nuvola. Senza la nuvola, non c’è pioggia; senza pioggia, gli alberi non crescono; e senza alberi, non si può fare la carta. La nuvola è indispensabile all’esistenza della carta. Quindi possiamo dire che la nuvola e la carta inter-sono. Il verbo inter-essere non è ancora riportato dal dizionario; ma unendo il prefisso inter- e il verbo essere otteniamo una parola nuova: inter-essere. Se spingiamo più a fondo il nostro sguardo, vedremo nel foglio di carta anche la luce del sole. Senza la luce del sole, le foreste non crescono. In realtà, senza la luce del sole non cresce nulla. Ecco perché in questo foglio di carta splende il sole. La carta e il sole inter-sono. Continuiamo a guardare: ecco il taglialegna che ha abbattuto l’albero e lo ha portato alla cartiera dove lo trasformano in carta. E c’è anche il grano. Sappiamo che il taglialegna deve la sua esistenza al suo pane quotidiano, quindi in questo foglio di carta c’è anche il grano con cui è fatto il pane del taglialegna. E ci sono pure il padre e la madre del taglialegna. Questo modo di guardare ci fa capire che senza tutte queste cose il foglio di carta non esisterebbe. Se andiamo ancora più a fondo, vedremo che nel foglio ci siamo anche noi. Non è difficile capire perché: il foglio di carta, quando lo guardiamo, è un elemento della nostra percezione. La vostra mente è lì dentro, e anche la mia. Quindi si può dire che in questo foglio di carta c’è tutto. Non manca nulla: tempo, spazio, terra, pioggia, minerali, luce del sole, nuvola, fiume, calore. Tutto co-esiste in questo foglio. Ecco perché inter-essere dovrebbe comparire nel dizionario. Essere è inter-essere. Non possiamo essere da soli, per conto nostro. Dobbiamo inter-essere con tutto il resto. Questo foglio di carta è perché è tutto il resto. Immaginiamo per un attimo di riportare alla fonte uno degli ingredienti. Immaginiamo di restituire la luce del sole al sole. Credete che il foglio di carta esisterebbe ancora? No, senza luce solare non può esistere nulla. E se restituissimo il taglialegna a sua madre, nemmeno allora ci sarebbe il foglio di carta. In realtà, questo foglio di carta è fatto interamente di non-carta. Se riportassimo alla fonte tutti gli elementi di non-carta, non resterebbe proprio nessuna carta. Senza non-carta – ossia mente, taglialegna, luce del sole, e via dicendo – niente carta. Questo foglio così sottile racchiude in sé tutto l’universo.

Thich Nhat Hanh, La pace è ogni passo, Ubaldini, 1993, p. 87


Stamane, al teatro Augusteo ho avuto modo di vedere ed ascoltare da vicino questo giovane monaco buddista di 82 anni. Il teatro era pieno, come di solito accade solo ai grandi spettacoli di successo. Bellissimo è stato scoprire il numero insospettabile di persone che lo hanno seguito fino a Piazza Plebiscito, in una placida camminata meditativa, tra i rumori di sempre. Bellissimo è stato scoprire il modo in cui questi monaci ricevono l'appaluso: le mani non si percuotono, vibrano nell'aria come quelle dei bambini quando mimano il volo delle farfalline. La pace è anche in un gesto buffo. Grazie alle persone che si sono prodigate per condurre un uomo così in una città così. Grazie alla mia amica Luisa Maglio che anni orsono me lo fece conoscere.

mm

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. pace zen buddhismo

permalink | inviato da ubumax il 30/3/2008 alle 1:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Fiducia e Sospetto
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 29 marzo 2008
Andiamo per ordine, partiamo da qualche punto di riferimento. Dizionario, Fiducia:

1) Nel diritto romano, contratto con cui si consegnava una cosa a una persona affinché questa la restituisse più tardi alla prima o la consegnasse ad altri
¦- del Parlamento al Governo, adesione al programma politico governativo che le due Camere esprimono mediante voto favorevole allo stesso: voto di -; mozione di - […] 2) senso di affidamento e di sicurezza che viene da speranza o stima fondat
a su qualcuno o qualcosa.

Ci sono già i primi indizi generici per iniziare a tracciare i contorni della parola, ma non bastano.

Sfogliando il dizionario di filosofia… Fideismo… Figura… e Fiducia? Manca. Inquietante: o il lemma è stato dimenticato per strada, o la filosofia, nel suo dipanarsi, non ha reputato il termine “fiducia” degno di una riflessione. Qualcosa non quadra nello sviluppo osseo del pensiero occidentale. Manca un pezzo?

Andando a volo di memoria su letture passate, non intercetto nulla di specifico, se non qualcosa di relativo alla fiducia come variabile di costi nelle transazioni commerciali.

Nel dizionario di psicologia il lemma invece appare:

Stato rassicurante che deriva dalla persuasione dell’affidabilità del mondo circostante percepito come ben disposto verso il soggetto. Questa condizione influisce positivamente sul comportamento eliminando inquietudini e malessere che conducono ad atteggiamenti di chiusura, rifiuto e scetticismo.

Aggiunge poi alcune note su Erikson, Balint e Winnicott, che riferiscono il termine a fasi dello sviluppo del bambino e all’importanza che l’ambiente circostante, nei primi anni di vita, assume nella definizione di questa qualità, espressa come

sicurezza che gli consente (al bambino), in opposizione a ciò che sente come affidabile, di riconoscere il male e la negatività.

Sembra quasi una tautologia: fiducia come riconoscimento di ciò che è affidabile, in contrapposizione al male e alla negatività. Ma cos’è affidabile? Il bene e la positività. Se questo per un bambino forse può ancora voler dire qualcosa (le esigenze primarie consentono ancora questa distinzione sanamente manicheista), per un adulto già la cosa si rende più complessa.

Usciamo dal vicolo cieco e proviamo ad imboccare la strada opposta, vediamo dove arriva: via del Sospetto.

Il sospetto, quello sì, in filosofia teoretica vanta ampia letteratura… “scuola del sospetto”, “maestri del sospetto”, “ermeneutica del sospetto”… Ricoeur ne tira fuori un po’… c’è il mostro a tre teste NietzscheMarxeFreud (l’immagine è proposta dal mio Omonimo, che saluto ed aspetto) e l’idea di una “falsa coscienza”… “Diffidate della coscienza!” grida il mostro, come se ogni cosa detta o pensata fosse il paravento di interessi economici, volontà di potenza, pulsioni sessuali o similari. Inchino innanzi al mostro a tre teste. Aveva cose da dire, aveva le sue argomentazioni. Ma adesso che il paravento è stato bruciato? Quali vantaggi? Forse che le condizioni storiche siano migliorate rispetto a quelle conosciute dal mostro a tre teste? Forse che adesso le persone stiano meglio, dopo essersi liberate della loro falsa coscienza? Non sembra, si direbbe il contrario. Senza contare le superfetazioni storiche basate sul sospetto, dall’OVRA al KGB, dalla CIA alla STASI… Il progresso (altra parola da portare in cantiere) si è incagliato nelle maglie del sospetto, sembrerebbe.

Ad ogni modo, l’idea di fiducia e di sospetto si riconducono alle rispettive filiere del vero e del falso, sembrerebbe.

La fiducia dà per vero (fino a prova contraria), il sospetto dà per falso (fino a prova conferma).

Il problema a questo punto si allarga a macchia d’olio: che vuol dire vero e falso? Rispetto a cosa?

Piaccia o meno, la radice del relativismo è ormai scesa in profondità. La questione meriterebbe articolazioni ulteriori, per ora limitiamoci a dire che vero e falso conservano una loro legittimità di significato giusto nel linguaggio binario. Al di fuori di questo linguaggio (e a meno che non si voglia imboccare la via metafisica del dogma) vero e falso non significano nulla: sono valori perfettamente equipollenti e di per sé neutri, oltre che neutralizzabili a vicenda.

Se questo ragionamento è accettabile, ne consegue che fiducia e sospetto condividono la stessa base neutrale. In altri termini, sono opzioni perfettamente equipollenti, di partenza. Ma solo di partenza. Le conseguenze di queste due opzioni sono nella prassi affatto diverse ed è questa diversità di conseguenze pratiche a suggerire un criterio etico di preferenza.

Fiducia e sospetto sono due frames, due cornici, due inquadramenti ermeneutici, due griglie interpretative diverse che possiamo applicare all’agire altrui ed è questa diversità a conferire significati e valori diversi ad una stessa esperienza relazionale. Fiducia e sospetto, detta in breve, sono entrambi omologabili a dei pre-giudizi.

Questa somiglianza col pre-giudizio nulla toglie alla loro “dignità” e al peso delle loro conseguenze pratiche.

Chiusura, nascondimento, anonimato, aggressione, tranello, inganno, mistificazione, falsità, esclusione, controllo, difesa e attacco preventivo, spionaggio, conflitto latente, colpevolezza, paura, umbratilità, sono alcune delle parole che circoscrivono il campo semantico del sospetto e che conferiscono tonalità di questo tipo ai giudizi che da esso conseguono.

Apertura, rivelazione, speranza, credibilità, collaborazione, inclusione, responsabilità, disarmo, sono tra quelle che possono circoscrivere il campo semantico della fiducia e che (vale come sopra) conferiscono tonalità di questo tipo ai giudizi che da essa conseguono.

I giudizi, lo si voglia o no, contengono un loro principio attivo, in grado di innescare azioni ad essi consequenziali.

Ritorna il Teorema di William Thomas: Se gli uomini definiscono le situazioni come reali, esse saranno comunque reali nelle loro conseguenze.

Ne consegue che giudizi fondanti sull’idea di sospetto genereranno azioni di chiusura, aggressione, colpevolizzazione, segregazione. Il seguito di questo ragionamento lo si può immaginare, per pervenire facilmente alla conclusione che una filosofia della fiducia renderebbe molto di più di una filosofia del sospetto, in termini di eudaimonia. O, in ogni caso, vista la resa del sospetto, varrebbe sperimentare quella della fiducia.

A questo punto, domandiamoci però se esista o meno una ri-praticabilità della fiducia alle condizioni date.

Ri-praticabilità, ammesso che la fiducia sia stata mai praticata.

Conversando con un collega qualche tempo fa gli esponevo la mia perplessità circa il fatto che la parola “sospetto” abbia una sua tradizione filosofica e “fiducia” no. Lui d’istinto mi ha risposto “beh, è normale…” “perché è normale?” “non so…” mi ha risposto.
Una cosa “normale”, cui non si sa dare una risposta. Automatismi del pensiero.

Volendo se ne possono dare molte, di risposte.

Proviamo ad imbastirne almeno una: la fiducia, così come è intesa, di fatto è impraticabile e siccome è impraticabile, è un concetto vuoto dunque non degno di riflessione (idee vuote generano azioni vuote, ma anche viceversa, per il principio di retroazione).

Un’affermazione così drastica circa l’impraticabilità della fiducia merita forse qualche chiarimento.

Cominciamo col dire che la fiducia, così come la intendiamo comunemente, è qualcosa di prossimo ad un calcolo probabilistico: in assenza della sfera di cristallo, punto su un tuo possibile comportamento futuro, facendo affidamento su quelli passati. Se sono buoni, “ho fiducia” nel fatto che anche i prossimi lo saranno. Posta in questi termini la fiducia ha un che di bancario: viene concessa una linea di credito, poi revocata in tempi più o meno rapidi nel caso in cui non la si onori nei tempi e nei modi prestabiliti, oppure rinnovata nel caso in cui si rispettino gli impegni presi: la fiducia resta così legata ad attese e obiettivi più o meno dichiarati che, di norma, sono dettati dal creditore piuttosto che dal debitore.

Fuori della metafora bancaria, la fiducia – stando al dizionario – richiama quel senso di affidamento e di sicurezza che viene da speranza o stima fondata su qualcuno o qualcosa.

Analizziamo: “senso di affidamento” (già è stato detto) è una tautologia: non si può definire un temine con se stesso o con altri che abbiano la stessa radice tematica.

“Sicurezza”: rispetto a cosa? Per chi? Chi ha il diritto di pretendere sicurezza da un altro? Sicurezza di cosa? Che l’uno (il debitore) soddisfi le aspettative dell’altro (il creditore)? E se l’uno non è in grado di soddisfare le aspettative dell’altro? Si è posto l’uno il problema di comprendere se l’altro fosse davvero nelle condizioni di soddisfare tali aspettative e ne avesse, soprattutto le motivazioni?

Poi la speranza… jattura di parola. “La speranza è l’ultima a morire” dice la frasefatta (altro che adagio) e invece dovrebbe essere proprio la prima a morire, la speranza, e fare spazio all’agire responsabile del presente. Perché la speranza somiglia a vagore di roseo futuro, nuvola fumosa d’incerta chiarezza, attesa di qualcosa, incapacità di percepire l’esatto peso delle conseguenze che l’agire può comportare nell’adesso, fare affidamento sull’ignoto! Ma come si può fare affidamento sull’ignoto? E’ come fare un calcolo senza avere i numeri a disposizione.

Resta la stima, quella si, è valore allo stato puro. Di tutti i concetti richiamati nella comune definizione di fiducia, l’unico che è portatore di senso sembra essere quello di stima. Questo è un punto di riferimento di sostanza. Ma la stima è coniugata al presente (non ha senso dire “avrò stima di te”), laddove la fiducia si coniuga al futuro: tra stima e fiducia non c’è dunque consecutio temporum, sono termini di enunciati diversi. Complementabili, ma diversi.

Se questo argomentare è accettabile, bisogna convenire sul fatto che la fiducia, così come comunemente intesa, è parola inerte e produttrice di azioni a vuoto. Sostanzialmente impraticata, potenzialmente impraticabile.

Impraticabile, perché se la fiducia è omologabile a un calcolo più o meno attendibile e razionale delle probabilità, lo stato comune delle cose non consente più alcun esercizio in questo senso: le occorrenze statistiche del presente (i cumuli di promesse non mantenute) non possono giustificare più alcuna fiducia.

E che la fiducia sia impraticata lo suggeriscono moltissimi segni del presente.

Un esempio (non necessariamente il più indicativo): guardando nella rete, ci si accorge che molti bloggers non usano la propria faccia, molti non usano il vero nome. Si tende per lo più a nascondere anche quel poco che si possiede d’identità, quasi come se tutti fossero pronti a minacciare l’incolumità di tutti.

D’altronde, l’aggressione e la minaccia è divenuta la modalità comunicativa più comune ad ogni livello di relazione, specie quelli pubblico/mediatici.

La fiducia ha così perso il suo potere d’acquisto, inflazionata dalle ingenti quantità di cartapromessa messa in circolazione dagli stabilimenti secolari e/o secolarizzati del potere, poi surrettiziamente rimoltiplicata dal sistema di specchi deformanti della macchina mediatica.

D’altro canto, “ciò che è in alto, è ciò che è in basso”.

Siamo di fronte a un doppio vincolo: la fiducia, che rappresenterebbe l’alternativa al sospetto da sperimentare, non è praticabile alle condizioni date.

C’è una via d’uscita?

(continua)

Max Maraviglia

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. fiducia sospetto

permalink | inviato da ubumax il 29/3/2008 alle 21:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Riparare parole
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 29 marzo 2008
 Ci sono parole importanti su cui l’alta occorrenza nel dire comune produce azione di logoramento: l’attrito con la disattenzione della quotidianità danneggia la loro carica propulsiva rendendole suoni inerti. Di qui la necessità di un po’ di manutenzione e rigeneramento verbale. Le parole vanno ricaricate. Il dire vuoto produce azioni a vuoto.

Riguardare un concetto domandandosi e domandando cosa possa contenere, può servire ad arginare automatismi di pensiero, di comportamento. Ce ne sono molte di parole da portare in cantiere: ad esempio fiducia, libertà, lavoro, denaro, democrazia, potere, politica, mercato, pace, conflitto, razionalità… si attendono proposte. Intanto si potrebbe cominciare da "fiducia". Va bene "fiducia"?

mm




permalink | inviato da ubumax il 29/3/2008 alle 20:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Repliche improbabili
post pubblicato in Diario, il 29 marzo 2008
Di un viaggio non sono i posti a incuriosirmi: chiese, musei, paesaggi, monumenti e quant’altro si possono anche vedere in foto e con un supplemento ragionevole dell’immaginare, persino delle foto si può fare a meno. Di un viaggio m’interessano anzitutto le persone che s’incontrano, portatori di racconti da ascoltare attraverso i loro occhi, ai quali cedo volentieri il posto dei miei, che sono appena due.
Ero in uno dei miei viaggi a piedi, in una città che ancora non memorizzavo bene. Nel mentre che cercavo la strada per tornare a casa, scoppiò un diluvio e mi dovetti riparare sotto un porticato.

Passa un vecchietto sorridente e con ombrello… mi sento autorizzato a domandargli se sappia dove possa procurarne uno e lui: “venga, l’accompagno”. Camminiamo sotto la pioggia, lo ringrazio e lui mi dice che essere cortese gli dà un grande piacere, che a stare per il mondo ha imparato a raccogliere… mi racconta:


"Ho viaggiato e conosciuto tante persone in vita mia e mi creda, caro giovanotto, tutti mi hanno offerto qualcosa. Non ho fatto molta scuola, ma ci sono state due o tre persone che mi hanno insegnato cose importanti. Le sembrerà strano, ma una di quelle più importanti me l’ha insegnata un mio coetaneo quando avevo poco più di dodici anni. Da ragazzino cercavo continuamente l’occasione per fare a botte. Avevo una bicicletta, e c’era un mio coetaneo che ogni giorno incontravo per la strada. Non so perché, forse mi irritava la sua faccia contenta, sebbene andasse a piedi e non in bicicletta, sta di fatto che ogni volta che lo vedevo mi veniva voglia di spaventarlo. Per questo, ogni volta che lo incrociavo, gli andavo contro con la bicicletta di corsa e poi deviavo all’ultimo centimetro. Lui non reagiva ed io m’incaponivo. Poi un giorno la strada era bagnata e per frenare all’ultimo secondo, slitto, cado e mi straccio i calzoni. Lui mi si avvicina con calma, mi rialza la bicicletta e mi chiede “ti sei fatto male?” Io non compresi quel comportamento, però provai tanto stupore che quando mi rialzai, mi sembrò che qualcosa nei miei occhi era cambiato… da allora mi piace molto sorridere".

La cosa che più mi piacque del sorriso del vecchio, fu che io quella storia la conoscevo, perché tanti anni addietro, in altra città, la vissi anche io, esattamente in quel modo, ma in quella improbabile replica di una stessa scena, in altro tempo e in altro luogo, io ero il ragazzo senza la bicicletta. L’altro non era l’uomo dell’ombrello, ma un’altra persona ancora. Un attimo prima dell’incontro, in quella città che non conoscevo, mi stavo domandando: “sarà questa la strada giusta?”

Max Maraviglia, L'uomo col fazzoletto e altre micronovelle



permalink | inviato da ubumax il 29/3/2008 alle 19:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Nota per l'Amico Ribelle
post pubblicato in NOTE PER GLI AMICI, il 29 marzo 2008
Amico mio
abbiamo entrambi perso un'occasione per cercare di essere migliori di quello che di norma siamo.
Torna a scuola. Accetta per ora questo "ordine" come atto di fiducia nei miei confronti. Vedo cose, sui tuoi prossimi passi non lontani da questi, che tuo malgrado per ora non riesci a immaginare. E sono cose per cui vale respirare.

mm



permalink | inviato da ubumax il 29/3/2008 alle 19:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Balbettii sul tempo
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 29 marzo 2008
Del tempo. Non sarebbe possibile aggiungere altro sul piano teoretico: da Aristotele ad Heidegger, passando per Agostino, Kant, Hegel, Husserl, Bergson, Bachelard, Morin (e molti altri omessi), sembra che null’altra esplorazione critica sia aggiuntiva rispetto al concetto. A questo punto non si potrebbe fare altro che ricompilare (qualcuno ci avrà già pensato?) sinotticamente la multiprospetticità del tema e offrirlo alle fauci studiose.

Nella filosofia pratica (o integrante? O intrigante?) qui immaginata, il tempo interessa soprattutto nella sua fatticità, nei modi in cui le persone lo impiegano, lo perdono, lo risparmiano, lo modellano nell’arco dell’orologio.
Achenbach, parlando della quiete interiore, dice che il Moderno è schiavo del tempo, che è sottomesso al dominio del tempo. E in conseguenza alla caduta in questo stato di schiavitù, ha perso l’eternità. Scrive così:

nel Moderno il pensiero è caduto vittima del tempo, poiché esso dà la precedenza al presente rispetto a tutto ciò che è passato, poiché privilegia l’istante a tutto ciò che è precedente, e ancora, cade vittima, perché ha perso il senso metafisico per l’importanza e per il valore del “sempre”, dell’eterno senza tempo.

Aver perso l’eterno potrebbe essere il meno. Ciò che appare assai più grave è la perdita del senso di durata umana. Il mito dell’ In Tempo Reale ha dato un calcio nel sedere alle possibili trame di un tempo “reale” (qui nella doppia accezione del termine) dando spazio a un presentissimo “usa e getta”, o un impresente sganciato dal passato così come dal futuro.
Sicché il tempo dell’ In Tempo Reale avrebbe sancito il passaggio dal tempo del "padrone" a quello dello "schiavo": la solita diade. Ma si può immaginare altro?

Tanto per cominciare: la distinzione potrebbe non partire da quella tipica di "tempo libero" vs "tempo del lavoro". Proviamo a partire da un principio di metafora musicale e diciamo che il tempo può essere battuto in due tonalità etico/estetiche: quella professionale e quella amatoriale. Detto questo, esploriamo i possibili distinguo.

La tonalità professionale è ravvisabile in idee/chiave del tipo: “il tempo è denaro”, “non avere tempo”, “risparmiare tempo”, “arrivare prima”, “risolvere in tempo reale”, “è passato troppo tempo”, “non perdiamo tempo”, “è urgente…” “È URGENTE!” ed altre similari.

Le idee informano l’agire, sicché chi batte professionalmente il tempo è portato a pensare che un lavoro vada fatto per bene solo se si è ben pagati (concrezione dell’idea “il tempo è denaro”), sebbene poi cerchi talvolta di malpagare il lavoro altrui pur pretendendo un lavoro ben fatto. Organizza il suo tempo, scandendo le tappe della sua giornata, ben distinguendo il tempo del lavoro (meglio sarebbe dire “dello schiavo”) dal tempo libero: una distinzione puramente formale, perché se la maggior parte del tempo è quella trascorsa nel tempo "dello schiavo", da schiavo si affronterà anche il tempo libero (è su questo tipo di confusione che trovano ragion d’esistere i villaggi/vacanze, le crociere e pacchetti similari).

Chi batte professionalmente il tempo dirà a chi lo batte amatorialmente frasi del tipo: “ma dove trovi il tempo” o “si vede che hai tempo da perdere”. E se dovrà viaggiare, prenderà l’aereo “per risparmiare tempo”, invierà documenti “in tempo reale”, e quando chiamerà un amico esordirà dicendo “ti rubo solo due minuti di tempo”, e ai suoi interlocutori dirà “vai al sodo”, senza accorgersi che giunti al sodo potrebbe non esserci più niente.
Chi batte professionalmente il tempo è “pressato dagli impegni”, dirà spesso “è urgente” e correrà per arrivare in tempo, perché ha paura del tempo e dunque d’invecchiare, per questo prenderà i suoi goffi provvedimenti.

Chi batte professionalmente il tempo punta alla performance e produce la deformance. Deformance di qualsiasi rapportarsi-a-qualcosa o qualcuno, che appiattisce le curve di ogni ritmo su un profilo unilineare, monotono seppur frenetico e che produce l’azzeramento di ogni silhouette.
Al di fuori del rapportarsi, di fatto, dell’occuparsi (non del preoccuparsi), del tempo non resta che scadimento fisiologico dei tessuti organici. Ecco perché la tonalità professionale è spesso tipica delle persone che temono d’invecchiare.

Per un paradosso solo apparente, il “professionista” del tempo è il più soggetto alla dilapidazione del proprio tempo, a quella malattia terribile che chiamerei cronorrea.

Chi batte professionalmente il tempo agisce immaginandosi eterno, vivendo al domani e azzerando il presente, dimenticando l’ieri che tanto non serve.


Chi batte amatorialmente il tempo, viceversa, pensa che “il tempo è il tempo” e “il denaro è il denaro”, non confonde le due cose. Non anticipa, non posticipa e, se il caso lo consente, pure si serve dell’ultimo minuto (non necessariamente per risparmio, forse perché intuisce che è irriguardoso ipotecare il tempo).

Chi batte amatorialmente il tempo non pretende perché ha pagato, chiede cortesemente perché è cortese, e per questo, probabilmente, avrà molto di più di quanto ha pagato. Nelle file lascia passare, sia chi ne ha bisogno (perché la cortesia è uno dei lussi che l’uomo amatoriale si sa regalare) sia chi vuole "sfurbettare" (perché rispondere a un furbetto senza trattarlo come tale potrebbe magari procacciargli un po’ di stupore grazie al quale ravvisarsi di un altro possibile se stesso).
Chi batte amatorialmente il tempo, per viaggiare prende il treno o la nave se non addirittura i piedi, sapendo che il tempo del viaggio e del cammino non è tempo perso se legge, ascolta, incontra, respira, riflette.

Farà un lavoro comunque ben fatto, perché il lavoro, se è ben fatto, non può avere un prezzo, al più un valore autoevidente. Saprà che “adesso è adesso” e non dovrà patire i morsi dell’urgenza o i rimorsi del tempo perduto, sarà puntuale senza correre o rallentare, avrà rispetto dell’orologio altrui.

La tonalità amatoriale modella un tempo che è in costante rapporto a qualcosa, ed è un tempo veritiero, realizzato, perché il tempo si realizza quando diviene un "rapportarsi-a qualcosa": allora diviene un tempo “fenomenale” (qui l’accezione comune del termine è ancora più pregnante).


Chi batte amatorialmente il tempo agisce immaginando l’eterno, pensando al domani e vivendo al presente, ricordando l’ieri per quello che serve.

Chi dice di non avere tempo somiglia a un condannato a morte.
Chi viceversa il tempo lo modella con accuratezza, non sconta condanne, perché non ha ucciso né tradito il tempo, lo ha onorato cercando di pagare e guadagnare il giusto, senza tentare di risparmiare, di troppo accumulare (o di rubare, che a volte è lo stesso) e soprattutto perché intuisce che la morte non è una condanna, piuttosto un giro di giostra che finisce (e non è detto con certezza che finisca).

Il tempo amatoriale richiede allenamento dell’orecchio musicale che coglie d’intuito il ritmo e la tonalità appropriata da conferire a questa o quell’azione: “questo è un andante…”, oppure “maestoso…” oppure ancora “prestissimo!” perché ogni interpretazione ha un suo tempo musicale, ed è la stessa scena, gli stessi compagni di scena che lo suggeriscono, purché si abbia orecchio allenato.

Chi batte amatorialmente il tempo sa che il tempo va giocato, recitato, suonato… L’adagio biblico secondo cui c’è un tempo per ogni cosa - proviamo a reinterpretare - probabilmente significa esattamente questo: c’è un tempo “musicale” per ogni cosa… Nel gioco del tempo amatoriale, otium (il tempo della riflessione) e negotium (quello dell’espressione) divengono le pulsazioni di uno stesso organum naturalmente aggraziato.


E se il tempo professionale è quello astratto e contato dell’aritmetica, il tempo amatoriale è quello concreto e cantato nel ritmo delle pulsazioni naturali.

Ancora una volta, si tratta di un problema estetico, oltre che etico. Fisico, prima ancora che metafisico.

Max Maraviglia per Cantieri dello Stupore


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. tempo

permalink | inviato da ubumax il 29/3/2008 alle 19:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La filosofia pratica spiegatami da mio figlio
post pubblicato in OPERETTE FILIALI, il 29 marzo 2008
Esterno notte. Terrazza di una casa di campagna. Cielo stellato. Molto stellato. Padre e Figlio sdraiati su due sedie a sdraio, l’uno accanto all’altro, guardano il cielo godendosi lo scorcio di una bella giornata passata in montagna, con sosta al ristorante Mammaròsa. Il Padre (P) ha sonno. Il Figlio (F) arzillo come fosse mezzogiorno.

F: Papà…

P: Dimmi…

F: Abbiamo passato una bella giornata… vero papà?

P: Molto…

F: Papà…

P: (…)

F: Papà! Che fai, dormi?

P: No…

F: Senti un poco papo, te lo ricordi l’uccello che stava in gabbia nella sala di Mammaròsa?

P: No…

F: Era un uccello con le piume così, la coda così, le ali così e faceva uhouuhouuhou… (accompagnando la descrizione con gesti di dita, mani, piedi e smorfie) Come si chiama?

P: Chi?

F: L’uccello di Mammaròsa… aveva le piume così, la coda così, le ali così e faceva uhouuhouuhou… (gesti di dita, mani, piedi e smorfie sempre più concitati)

P: Non lo so…

F: Ma guardami! Aveva le piume così, la coda così, le ali così e faceva uhouuhouuhou… (gesti di dita, mani, piedi e smorfie al limite della fibrillazione)

P: Lallo…

F: E GUARDAMI! LE PIUME COS…

P: LALLO! Non posso capire di che uccello si tratti dalla tua imitazione…

F: La faccio meglio, guarda…

P: Non è questo…

F: Non sai come si chiama quest’uccello?

P: No.

F: Ah.


Pausa


F: Papà…

P: Dimmi Lallo

F: Tu che insegni?

P: (indugiando prima di dare la risposta) Filosofia…

F: Ah. E che vuol dire filosofia?

P: Letteralmente vuol dire amore per il sapere

F: E di che parla la filosofia?

P: Parla… (sbadiglio) parla del senso e del significato da dare alle cose che facciamo… di cosa può voler dire bene e male, bello e brutto… di come facciamo per conoscere le cose… di cosa significhi essere e non essere… dell’uso della ragione e della parola… dei nomi giusti da dare alle cose…

F: (ride)

P: Che ridi?

F: Papà… papone… ma come fai a insegnare queste cose se non sai nemmeno il nome dell’uccello di Mammarosa!


Buio.

(11 agosto 2001)


Max Maraviglia, Operette Filiali



permalink | inviato da ubumax il 29/3/2008 alle 2:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
A proposito del costo della vita
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 29 marzo 2008
Ogni scelta, così come ogni non-scelta, comporta un costo. Prendiamo dunque atto dell’ineludibilità del pagare (anche un’azienda che non produce ha in ogni caso costi fissi da sostenere) e attrezziamoci a un pagamento in comode rate periodiche (meglio se a brevi intervalli, per non accumulare debiti troppo).
C’è chi si trova a pagare in unica soluzione, chi chiede prestiti, chi cerca di furbeggiare cercando di risparmiare o non pagare e dopo, col recupero crediti, son interessi che tuonano.
La Banca della Vita non sente ragioni, non ha margini di patteggiamento su cui mercanteggiare. In compenso applica tassi d’interesse, a conti fatti, a lungo termine sicuramente equi (sebbene incalcolati), purché li si rispetti, i tempi. Sicuramente? Sicuramente. Qualche atto di fiducia incondizionata di tanto in tanto ce lo sia consentito, specie verso di chi, come la vita, non si sottrae a se stessa. Risponde sempre. Purché si domandi.
La vita è l’unico investimento che non consente il razionale calcolo di costi e benefici, perché essa è rapida trasformatrice, e di ogni beneficio fa a un tempo stesso costo o viceversa.
Poco male: la vita non pretende nulla in cambio di niente e se chiede d’investire, poi restituisce equamente. Più ai prodighi che ai risparmiatori, e questo è il tratto suo tutto caratteristico, che forse la rende conveniente più di altri investimenti.

Max Maraviglia



permalink | inviato da ubumax il 29/3/2008 alle 1:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Soluzione laterale
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 29 marzo 2008
C’era un Orco Predatore che aveva il vizio di condannare le sue vittime al gioco del dado. Diceva, prima di sbranarle…

- Non sono così cattivo. Voglio darti una possibilità di salvezza. Ti sfido al dado…

Nella disperazione alla vittima non restava che accettare

- Il gioco è semplice: si tira una volta a testa. Chi fa il punto più alto vince. Ma se si patta, vince comunque il banco, che sarei io…

Alla vittima sarebbe rimasta dunque una possibilità su due di salvarsi… niente male, al confronto di niente, se non fosse stato per il fatto che il Predatore era sufficientemente abile – o forse usava un dado truccato – da fare sì che ad ogni suo tiro corrispondesse sempre un sei. Di fatto, dunque, alla vittima non era data alcuna possibilità di vittoria. Per eccesso di sadismo il Predatore aveva stabilito che a tirare per primo fosse sempre lui…

- SEI! Ho vinto…

Rideva fintamente bonario l’Orco. La vittima perdeva senza nemmeno aver saggiato la speranza di salvarsi.


Giunse in paese un uomo senza cielo da vedere né terra da camminare. Venuto a conoscenza dell’Orco Predatore, volle sfidarlo… non che avesse voglia di vincere…

- Allora?
- Voglio sfidarti
- Conosci la regola del gioco?
- Conosco. Si tira una sola volta. Vince il punto maggiore. A patta vince il banco. C’è altro?
- Nient’altro.
- Sicuro?
- Nient’altro.
- Valgono tutte le facce del dado?
- Ovvio, che domande.
- Allora tira pure…
- Ovvio. Tiro io per primo…SEI!… hai perso.
- Perché ho perso?Non ho ancora tirato…
- Va bene, tira pure. Hai perso, ma tira pure.

Lo sfidante tirò talmente forte il dado sullo spigolo di una pietra, che questo si spaccò in due parti, mostrando a terra la faccia del sei e quella dell’uno…

- Sette. Ho vinto io
- Così non vale.
- Perché non dovrebbe valere? Avevi detto che erano valide tutte le facce del dado…
- Si ma non simultaneamente
- Questo non lo avevi detto. Ho vinto io, se il gioco vale a condizione che si rispetti la regola, altrimenti è nullo e non ha vinto nessuno.

Il predatore avrebbe potuto fare di lui merendina, ma il ragionamento gli parve elegante...


- Va bene. Ho perso. E adesso cosa vuoi?

Lo sfidante sorrise all’Orco Predatore, girò le spalle e se ne andò.

Max Maraviglia - L'uomo del fazzoletto e altre micronovelle



permalink | inviato da ubumax il 29/3/2008 alle 1:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Frammento di economia immaginaria
post pubblicato in Diario, il 29 marzo 2008
 - Dobbiamo immaginare un altro mondo. Anzi, lo stesso mondo, ma in un altro modo. Magari partendo dal poco. Prendi la palestra di Zuppetta. Quanti gommoni ogni giorno si vanno a palestrare? Quanti pesi vengono sollevati? Quante cyclette e tapis roulant girano e rigirano nel vuoto a perdere? Non sono un ingegnere, però non è difficile credere che con un sistema di dinamo appropriate tutta quell’energia umana potrebbe essere riutilizzata e trasformata in energia elettrica. E quell’energia potrebbe essere adoperata per un gruppo elettrogeno che abbasserebbe i consumi d’energia della palestra stessa. Abbassando le spese di gestione, Zuppetta, fatti i dovuti ammortamenti dei nuovi impianti ad energia umana, potrebbe applicare ai suoi clienti tariffe più basse. Poi ci stanno le spese di pulizia: se ognuno si prendesse la briga di sporcare il meno possibile, Zuppetta potrebbe chiamare, invece di tre volte a settimana, dico per dire, l’impresa di pulizia, magari due, con ulteriore alleggerimento delle spese. E invece la gente sporca, perché pensa che è normale, perché tanto c’è chi pulisce. Ma se si sporca di meno, dirai tu, ci sarebbe meno lavoro per quelli che puliscono. Poco male, ti dico. Vuol dire che quelle persone potranno fare altri lavori. Potranno, ad esempio, essere impiegati al montaggio delle dinamo che servono a sfruttare l’energia dei palestranti. Si, è vero, questo è un lavoro più difficile, ma secondo me non è qui il problema. Le persone si adeguano alquanto facilmente alle novità, checché se ne dica. Specie se sono buone. Il problema vero sta nei luoghi in cui si decide, dove non si sa perché si ritrova quasi sempre gente priva di ogni senso di immaginazione, e senza l’immaginazione le soluzioni si consumano e quando si consumano non c’è più tempo d’immaginare: l’urgenza, mal s’accorda con l’immaginazione, che ha bisogno di pazienza, di gioco, di piccoli errori da rimodellare. Sicché, quando le strade note e battute da tempo cominciano a franare, e sei costretto a trovarne altre, l’immaginazione pressata dall’urgenza tace o produce bruttezza. Il potere non ha alcuna immaginazione, eppure è strano, perché l’immaginazione è un potere. L’immaginazione è allenamento al riconoscimento della bellezza… la parte in ombra del possibile e ancora non visibile delle cose, la soluzione inattesa, elegante, la scoperta della via d’uscita dal noto e dal collaudato… la bellezza, alle volte, è come un tornare indietro dal vicolo cieco, riparare l’errore piuttosto che gettare, o rigenerare ciò che si è consumato, ma prima che si consumi del tutto. Ricominciare daccapo ogni volta per poi trovarsi allo stesso punto di saturazione, nello stesso vicolo cieco o uno simile, è indice di bruttezza, così come lo è pensare che ogni cosa sia di per sé, per sempre. Le cose possono essere per sempre, ma vanno nutrite d’immaginazione. Altrimenti finiscono prima che si possa ancora immaginare.

(Max Maraviglia, La strategia dello Stupore - discorso di Guido Polluce)

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. strategia_dello_stupore

permalink | inviato da ubumax il 29/3/2008 alle 1:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Segmento sull’identità
post pubblicato in Diario, il 29 marzo 2008
 Identità? Schifezza di parola, come amore. Sono come quei barattoli in cui fuori c’è scritto “sale” e per lo più ci metti dentro altro, non sai nemmeno cosa.
L’unico, vero segno tangibile di un’identità è la carta d’identità. Tutto il resto è fuffa.
Identità sono le bende dell’uomo invisibile. Le vai a sciogliere e dietro non c’è niente.
L’identità ha senso solo se è un gioco. Chi pensa che l’identità sia una cosa seria, è affetto dalla stessa demenza di un tifoso della curva C. La storia, di per sé, non produce nessuna identità, anzi, solo pura entropia. Il bisogno d’identità è tipico di chi teme di non essere nessuno. Chiunque abbracci a corpo tonico la vita prende atto del dovere rinunciare all’identità. L’identità è fissità e mal s’accorda con la vita, che è costante liquefazione e rimodellamento. La ricerca dell’identità è il bisogno ottusamente egoistico di chi, non riuscendo a spendersi nel riconoscere gli altri (molto lavoro la cosa comporta), pretende dagli altri di essere riconosciuto. Un uomo che cerca la sua identità è pari a un folle che cerca di bloccare con le mani la sua ombra. L’identità è solo l’ombra che la presenza di ciascuno proietta sulla vita di qualcuno, quando c’è un po’ di luce.


(Max Maraviglia - da La Strategia dello Stupore)

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. identità

permalink | inviato da ubumax il 29/3/2008 alle 1:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Un frammento di filosofia pratica “alla Sautet” e relativo commento
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 29 marzo 2008
 La vocazione del filosofo non è di tacere. Non è ripiegandosi su se stesso che sostiene il suo ruolo, ma andando per la strada, in città, mescolandosi alla vita della gente, passeggiando nella piazza del mercato, tra la folla di venditori e imbonitori. Interrogando gli uni e gli altri. Discutendo. Non perché sa, perché dispone di un sapere superiore, ma perché invidia coloro che sanno o pretendono di sapere. Vuole sapere, ma non vuole essere ingannato.
(M. Sautet, Socrate al caffè, TEA, 2007)

Commento personale: ingannati e ingannatori condividono pari responsabilità. Lasciarsi ingannare, più che un’ingenuità, è forse frutto di una disattenzione, verso se stessi e gli altri. L’orecchio è “pratico” se discerne i fili delle armonie dai rumori di fondo, anche quando sono quelle che non ama, non (ri)conosce o non vorrebbe udire. Lasciarsi ingannare è talvolta un atto di disonestà verso se stessi.


Max Maraviglia



permalink | inviato da ubumax il 29/3/2008 alle 0:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Immaginare un’altra guerra
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 29 marzo 2008
Bisogna fare la guerra più consistente che è la guerra contro noi stessi. È necessario giungere a disarmarci. Io ho combattuto questa guerra per molti anni. È stato terribile. Molto terribile. Ma posso affermare che adesso sono disarmato. Non ho paura di niente e di nessuno; l'amore allontana la paura. Sono disarmato dal voler avere ragione, dal giustificarmi screditando gli altri. Non mi chiudo nel mio castello né m'inorgoglisco delle mie ricchezze. Accolgo e condivido. Non mi aggrappo assolutamente alle mie idee e ai miei progetti. Se mi si presentano proposte migliori o almeno buone le accetto senza alcun impedimento. Ho rinunciato a fare confronti. Ciò che è buono, vero, reale, per me è sempre il meglio. Per questo non ho paura. Quando non si possiede nulla non si ha paura di nulla. Se uno si disarma, se smette di possedere, se si apre al Dio fatto uomo che fa nuove tutte le cose, allora Egli fa sparire il passato negativo e ci apre il panorama di un tempo nuovo in cui tutto è possibile.

Lessi questa citazione in un post di qualche tempo fa. L'autore del post l'attribuisce ad Atenagora, patriarca di Costantinopoli fino al 1972. Non ho verificato l'esattezza dell'attribuzione. Non importa. Chiunque ne sia l'autore, grazie: è un bell'augurio per il tempo che arriva.

Max Maraviglia

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. guerra

permalink | inviato da ubumax il 29/3/2008 alle 0:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Immaginare una filosofia pratica
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 28 marzo 2008
Nella percezione comune delle persone la filosofia risulta essere un sapere ostile e sostanzialmente destinato ad una ristretta cerchia di “iniziati”. Alcuni frequentatori di filosofia contribuiscono in un certo senso a blindare ulteriormente la disciplina anche se, a dire il vero, riscontro in alcuni filosofi propriamente detti una chiarezza, un nitore, una purezza d’eloquio piena e densa, quasi emozionante.

Nell’immaginazione qui proposta, un filosofo propriamente detto articola la sua intera esistenza accompagnandosi con l’esercizio della filosofia, la esprime in ogni sua scelta esistenziale, la lascia tracimare dai suoi scritti alla sua vita di tutti i giorni. Wittgenstein, come Nietzsche, come Spinoza, in questo senso mi appaiono filosofi propriamente detti (stupisce il fatto che questi tre esempi facciano riferimento a uomini che non hanno avuto una formazione filosofica d’impianto canonico, ove mai ne esista una. Verrebbe da pensare che la filosofia parta in genere da “altro da se stessa”).

L’attitudine ad essere attenti nell’esistere è già di per sé una forma di filosofia pratica. Pratica: il termine richiama la praxis di marxiana memoria, intesa non solo come pura azione ma anche, se non soprattutto, come azione trasformatrice e generatrice di valori. Praxis è azione permanentemente rigeneratrice, perché in quanto produttrice di valori in continuo sviluppo, non lascia spazio agli automatismi, agli stereotipi, ai pregiudizi, alle routines, ai frames collaudati e ad ogni altra forma di razionalità economizzante (massimo rendimento col minimo sforzo), se non per ciò che è opportuno ridurre al minimo lo sforzo (valutazione per lo più personale, sebbene condizionata dai richiami contestuali).

In questo senso una filosofia pratica è una sorta di lusso dell’anima, richiede alti costi mentali di gestione ma, in compenso, salva dall’ottundimento che la razionalità strumentale di questa contemporaneità impone alle persone (dico persone e non individui) per farne carne da macello, per integrarle nei suoi tribali apparati di riproduzione meccanica a scopo di lucrosa superfluità.

Una filosofia pratica non tende a smantellare questi apparati, non apparentemente, almeno, ma mette in posizione privilegiata chi comunque deve fare i conti con essi. Privilegiata, nel senso che offre gli inquadramenti mentali e le risorse comunicative necessarie a splittare, settare, resettare i comportamenti della quotidianità, per esercitare pienamente il potere di cui ciascuno è dotato (molto più esteso di quanto si possa a prima vista percepire).

In questo senso la persona che esercita una qualche forma di filosofia pratica appare (sottolineo appare) pienamente integrata nei sistemi di riferimento. Anche se è un minuscolo ingranaggio, sa di esserlo e sa a cosa serve, dunque può – tenuto conto delle condizioni date – decidere se e come interagire, avendo la piena consapevolezza delle responsabilità che ogni scelta, ogni non-scelta, qualsiasi essa sia, comporta.

La filosofia pratica qui immaginata mira in questo senso ad una integrazione critica nei sistemi: la posizione apparentemente più scomoda che si possa assumere. Di norma si sceglie di essere o dentro o fuori, laddove la filosofia pratica suggerisce l’esercizio non invasivo, responsabile, interpretativo ed ecosistemico del potere di cui ciascuno è dotato.
Questa filosofia pratica (o integrante?), probabilmente, al contrario di quella speculativa, non osserva i fenomeni dal di fuori, li vive dall’interno, ma con l’occhio dell’altrove. In questo senso, la filosofia pratica è anche esercizio di un sano sdoppiamento, di un ubiquità che nulla nega allo sviluppo di quel poco che è essenziale all’identità.

Una filosofia pratica così intesa condivide qualcosa con l’agire teatrale. Come in teatro, il filosofo pratico sa immedesimarsi nei ruoli che l’esistenza di volta in volta gli propone, sa rappresentarli, sa lavorare per sé e per gli altri a un tempo, ma sa pure di vivere un paradosso in virtù del quale egli è e non è a un tempo. Sa che il credibile e l’incredibile hanno un’unica radice e ciò che li differenzia è solo il senso di responsabilità e l’intenzionalità di chi agisce.

Max Maraviglia per Cantieri dello Stupore



permalink | inviato da ubumax il 28/3/2008 alle 22:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sul potere dell’immaginare
post pubblicato in Diario, il 28 marzo 2008
Parto da un teorema: Se gli uomini definiscono le situazioni come reali, esse saranno comunque reali nelle loro conseguenze (W. Thomas).

Ciò che pensiamo ha in qualche modo a che vedere col reale, questo è chiaro. Meno chiaro è che ciò che è reale ha in qualche modo a che vedere con ciò che pensiamo. Di fatto, per un naturale meccanismo di retroazione (in virtù del quale cause ed effetti tendono a sovrapporsi) ciò che accade incide su ciò che pensiamo, ma allo stesso modo ciò che pensiamo incide su ciò che accade (più che un gioco di parole, si tratta della c.d. “profezia che si autoavvera”).

Senza andare a scomodare Foucault e la questione delle "pratiche discorsive", credo si possa tentare una qualche riflessione sul potere dell'immaginare. Appartengo a una generazione che in uno dei suoi slogan gridava di “immaginazione al potere”. Oggi, con qualche indizio in più, parlerei di potere dell’immaginazione.

Penso a questa straordinaria funzione del pensiero come a un filo delicatissimo che interconnette il fattuale e il potenziale.

Senza discutere se esista o meno un reale che abbia un suo statuto ontologico autonomo, ci basti in questa sede dire che, nell'accezione comune, il termine "reale" indica qualcosa di alquanto evidente, ciò che definirei il "denotativo", il "fattuale" dell'esistenza, che appare nella sua immediatezza e proprio per questo è per lo più poco soggetto ad una paziente azione immaginifica ed ermeneutica: le guerre, ad esempio, sono "reali" in questo senso, sono fattualità talmente evidenti che - proprio perché tali – non possono essere oggetto d’immaginazione ulteriore, anzi, bruciano ogni immaginazione ulteriore, azzerano ogni possibilità ulteriore, e questo grazie anche alla loro invasiva fattualità restituita sotto ogni forma di rappresentazione possibile (ma non d’immaginazione), di fiction o di cronaca che sia (peraltro nella forma assai simili tra loro).

Ora, io credo che restituire il fattuale sotto una qualche forma di rappresentazione, alimenti sì il reale, ma fondamentalmente non lo cambi, anzi.
Non che tutto vada cambiato. Probabilmente nulla può essere cambiato, ma questo non ci affranca dalla responsabilità di immaginare altri modi, altri mondi possibili, visto che non è detto (spiace per Leibniz) che questo nel quale viviamo sia il migliore.

Vengo all’idea/chiave di questo contributo e, semplificando di molto, dico che per modificare il reale credo sia necessario modificare gli immaginari. Imparare a leggere non solo il fattuale, ma soprattutto il potenziale: immaginare credo voglia dire sostanzialmente questo, intravedere ciò che non è ancora visibile. Provo ad argomentare questa affermazione.

Abbiamo detto che l’immaginario prende spunto dal reale, ma è pur vero anche il contrario.
Noto è pure che l’enorme macchina mediatica produca immaginari di serie in quantità industriali, lavorando, quale materia grezza, ciò che di più esteticamente (e dunque eticamente) deprimente il reale sia in grado di esprimere: il brutto (come il male) è sufficientemente banale da poter essere distribuito capillarmente.

Numerosi esempi tratti dall’esperienza di ogni giorno lasciano presumere che la recidivia (ana)estetizzante con cui si continua a rappresentare quanto accade nella realtà, produca un effetto di rafforzamento e ridondanza della realtà stessa, soprattutto nei suoi aspetti peggiori (che sono quelli maggiormente lavorati dalla macchina mediatica).

Ecco perché verrebbe da dire che il danno procurato dalla violenza mediatica, probabilmente, non è tanto relativo agli effetti emulativi che essa può sortire (peraltro non ancora sufficientemente provati) quanto al contributo che essa fornisce - attraverso la reificazione delle immagini rappresentate (ma non immaginate) - alla definizione di una valenza ontologica, di una dignità estetica e, in ultima analisi, di un’identità visibile e riconoscibile della bruttezza, in tutti i suoi avatar (dalle guerre ai giovani orchini assassini, dallo spettacolo del riso a tutti i costi ai sacchetti dell’immondizia per le strade).

Il camorrista (penso a quanto racconta Saviano nel suo Gomorra), ad esempio, si nutre delle immagini mediatiche che parlano di lui e attraverso questo gioco speculativo egli rafforza la sua immagine/rappresentazione e conseguentemente la sua identità che, di per sé (senza rappresentazione), sarebbe poca cosa, avrebbe il sapore della invisa “normalità” di un impiegato del Comune (tra i quali annovero alcune persone extra-ordinarie, è bene dirlo).

Presumo dunque che l’eliminazione o la parziale riduzione di tali meccanismi riflessivi realtà/rappresentazione potrebbe probabilmente rendere più disagevole, a certi tipi di concrezione del reale, il consolidamento della propria identità: questa è l’ipotesi di lavoro che propongo e che cerco di portare avanti.

Ciò diviene particolarmente necessario in un momento nel quale il concetto di visibilità è pienamente assimilabile, nella percezione diffusa delle nuove generazioni (e non solo), a quello di esistere. L'istinto di sopravvivenza, nella caotica semiosfera in cui sopravviviamo, si traduce in una corsa forsennata verso un qualche sprazzo di visibilità, quasi come se l'invisibilità fosse sinonimo di morte (e a certe condizioni di fatto lo è).

Cosa accadrebbe se si eliminasse ciò che si potrebbe definire “ossigeno mediatico” ad alcune modalità del reale? Probabilmente finirebbero asfissiate per assenza d’identità.

Ovviamente non si propone di tacere per fingere che porzioni di realtà non esistano (meccanismo, peraltro, che i poteri mediatici forti tendono notoriamente ad applicare rispetto a realtà ritenute o poco “notiziabili” ovvero “scomode”), quanto piuttosto di tentare una loro “messa in ombra” per attenuare la devastante potenza riflessiva e conseguentemente duplicativa che il sistema mediatico, con le sue immagini simulacro, produce rispetto alle realtà/immondizia. Via gli specchi.
C’è una disonestà di fondo o, nel migliore dei casi, una sostanziale ingenuità nel credere che la denuncia del misfatto (di qualsiasi natura esso sia) abbia il sacro compito di risvegliare le coscienze critiche, per il semplice motivo che il sistema mediatico, nel suo complesso, vuoi per i ritmi di fruizione che impone, vuoi per le logiche che muovono le sue scelte, non sembra in grado di risvegliare nessuna coscienza critica. Al più, è in grado di eccitare il voyeurismo e la curiosità morbosa, sollevare qualche gridolino di sdegno che poi si smorza lì, davanti a una nuova pietanza sanguinolenta. Via le diete cannibale.

Sgombrare lo spazio dell’immaginario dall’immondizia sembra essere l’unico modo “realistico” per continuare a credere che un giorno, magari non troppo lontano, si possa sgombrare lo spazio reale dalla stessa immondizia, perché un altro potenziale si possa tradurre in altro reale.

Non si può chiedere al sistema mediatico di adempiere a questa funzione, sarebbe come chiedere a un ateo di convertirsi o ad un analfabeta di leggere un libro: può accadere, ma dopo un lungo processo che deve prendere le mosse dal diretto interessato (che di norma non è affatto interessato).
Nel frattempo, c’è lo spazio dell’arte. Se esiste ancora la possibilità di recuperare un senso all’arte (che è il senso del gratuito, del dispendioso e del magnificamente inutile, al pari della filosofia), questa andrebbe ricercata – probabilmente – esattamente nella ricostruzione degli immaginari, attraverso l’esercizio di ciò che definirei “la strategia dello stupore”.

Penso soprattutto alle arti meno dispendiose, perché meno sarà il denaro di cui necessitano per le loro messe in opera, meno saranno soggette alle logiche di mercato.

La letteratura, che è certamente la meno dispendiosa (con internet peraltro le logiche editoriali tradizionali possono essere bypassate, almeno in parte) e immediatamente a seguire il teatro, possono essere le arti in grado di assumersi l’ingrato (ingratificabile) compito di ricostruire gli immaginari, attraverso il continuo riferimento ad una filosofia “pratica”.

Arte di logos e di corpi, dunque, più che di immagini intese in senso stretto.

Compito che ha il sapore di un’utopia, se si pensa che la stessa letteratura (o almeno ciò che in genere viene mercificata per tale), come parte integrata di un sistema, è essa stessa soggetta alle c.d. “leggi di mercato”, leggi che sembrano sempre più “trascendenti” (chi è che stabilisce quali siano queste leggi, quale entità ectoplasmatica e cocciuta incapace d’immaginare altre leggi è costui?) e rispetto alle quali quasi nessuno più sembra volersi opporre.

Ricordo, a questo proposito, la frase, non ricordo di chi, citata spesso da un mio compagno di liceo: “per smantellare un sistema devi lavorarci dall’interno”. Dove sono i “guastatori”? Vi prego, seppure con molta discrezione, se ci siete (e ci siete) date un segno della vostra presenza.

Max Maraviglia

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. filosofia_pratica

permalink | inviato da ubumax il 28/3/2008 alle 22:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
Cantieri dello stupore?
post pubblicato in Diario, il 28 marzo 2008
Credo, come molti, nell’immenso potere d’interscambio che il mezzo telematico consente. Per mestiere – ma direi più per attitudine esistenziale – leggo, ascolto e prendo appunti su quello che vedo, da filosofo “pratico” quale immagino di essere.

Di norma opero con un taccuino, sul quale annoto considerazioni, spunti, idee sulle quali poi ritorno per tentare una qualche forma di riordino (un racconto, un testo teatrale, o più semplicemente una riflessione da condividere con un amico o uno studente, con chi ne ha voglie e tempi). È un’abitudine che coltivo da molti anni e che invito ad acquisire, tutti coloro che hanno iniziato a percepire il dovere/godere di opporre la loro piccola resistenza all’anestetico che la quotidianità, coi suoi ritmi e i suoi automatismi, inietta nelle persone per renderle carne da macello e poi fagocitarle.

Coltivo amici. Tra questi, Maurizio Manzieri, eccelso illustratore di Letteratura Fantasy, col quale ier l’altro parlavamo della necessità di un blog. Mi ha raccontato lui cosa ne fa e la piccola idea è saltata fuori: aprire un taccuino digitale sul quale anche altri possano scrivere e lasciare i loro appunti, uno spazio di riflessione personale e pubblica a un tempo, una sorta di finestra aperta dalla quale chiunque, passando in volo, possa dare uno sguardo su questi quaderni e, se lo vorrà, lasciare un appunto.

Ho intitolato questo blog Cantieri dello Stupore per motivi che io stesso non ho inteso ancora chiarirmi del tutto (altrimenti che stupore sarebbe?). Lancio un primo messaggio in bottiglia. Ove mai qualcuno navigando lo raccoglierà, provi a immaginare e risponda per favore: cosa si produce nei Cantieri dello Stupore?


Max Maraviglia



permalink | inviato da ubumax il 28/3/2008 alle 21:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
Sfoglia        aprile
il mio profilo
calendario
rubriche
tag cloud
links
cerca