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Il dispendio sacro
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 29 aprile 2008
Nel complesso i dispendi improduttivi, individualizzandosi, dividendosi, hanno perso il senso glorioso che avevano; sono ridicoli… Il lusso è squilibrato.

[…] In un certo senso, lo stesso dispendio comico è legato alla scarsa consapevolezza che abbiamo della necessità di spendere. Se ne avessimo consapevolezza spenderemmo gloriosamente, pagando all’occorrenza di persona, invece di farlo nel modo furtivo e affrettato dei borghesi. La parte più appariscente del dispendio improduttivo sopravvive in mezzo a noi come un anacronismo da distruggere. Gli interessi della produzione a volte lo incrementano, ma in direzione della stupidità o della meschinità. Ormai non è nient’altro che un segno d’imbecillità egoista.

[…] Non capiamo più che dobbiamo risolutamente dilapidare i sovrappiù di energia che produciamo. Nel nostro accecamento, quest’eccesso ingombrante lo dilapidiamo infatti meno di quanto esso dilapidi noi.

[…] La verità è che questo mondo è come morto, perché i valori profondi che l’hanno portato al punto in cui siamo appartengono a un passato che non possiamo far rivivere. Possiamo rifare la vita e condurla più lontano solo attraverso una nuova nascita.

Georges Bataille, I limiti dell’utile, Adelphi, 2000, p. 88 e 187.


(avrei detto: Possiamo rifare la vita e condurla più lontano solo attraversoun costante, dispendioso lavoro dell’immaginazione” ma probabilmente è lo stesso.)

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Piccole scuse
post pubblicato in CORRISPONDENZE, il 28 aprile 2008

Noi che non ci lasciamo mai stare, che passiamo e che ripassiamo con la lingua sul taglio nel palato, che bruciamo con la sigaretta la puntura di zanzara, che ci infliggiamo dolori maggiori per non sentire quello che ci tartassa da tempo. Noi, che arrivati ad un certo punto della vita sembriamo assuefatti dalle "preoccupazioni", noi che cerchiamo la luce negli occhi di qualcun altro nonostante siamo consapevoli della capacità delle "nostre" orbite, noi che cerchiamo un gesto da parte degli altri quando potremmo essere semplicemente noi stessi a farlo, noi che siamo così inesorabilmente persi dentro il nostro essere! Noi che ad un tratto crediamo di credere in qualcosa di sbagliato senza sapere che credere è già tanto! Noi che al mattino ci svegliamo con la voglia di essere nuovi di zecca! Noi che vorremo essere tante apine che svolazzano succhiando nettare di fiore in fiore! Noi che lasciamo che un tiepido sole che nasce e che muore asciughi lacrime sempre più rare in apparenza ma ben cristallizzate nella nostra anima! Noi che sogniamo grattacieli dorati e fiumi di champagne quando le nostre capanne di letame ed i nostri fiumi di piscio ci hanno sempre tenuto al riparo dalle piogge acide e ci hanno dissetato nei più caldi deserti metropolitani! Noi che sorridiamo ad ogni bimbo incontrato per strada! Noi che ci immergiamo in sguardi simili ai nostri, in sfere oculari che hanno le stesse sfumature delle nostre!

P.S.
A tutti coloro che avrebbero potuto aiutare un amico e che invece, si sono ritrovati a giudicarlo anziché fare il possibile per lui.



Ciccio, scusami ancora!

(postato da AnGeLoNeRo per un amico a lui noto, il 28/4/2008 alle 12:8)


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L'amicizia secondo Carmatore
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 26 aprile 2008

Posso dire con ragionevole consapevolezza di essere stato fin dagli esordi alla ricerca di amici. All'inizio era una ricerca selvaggia, priva di un progetto (e tuttora lo è), nel senso che cercavo le persone, senza sapere perché le cercassi. E così ho incontrato una galassia di storie che non sapevo come intrecciare. Forse è solo una questione di orecchio: all'inizio gli intrecci quotidiani sembrano solo casuali accozzaglie di rumori e suoni. Poi man mano che l'orecchio si affina, scorgi ciò che nasconde armonia da ciò che è casuale dissonanza e allora si comincia a dire questo si questo si questo no questo si questo no e questo non so se sia giusto, perché mi piacerebbe se si potesse sempre dire si. Il momento culminante di ogni esistenza dovrebbe essere una grande festa nella quale ritrovare tutte le persone che hai incrociato camminando, tutte, ma proprio tutte, anche quelle viste solo per pochi nanosecondi, guardarsi benevolmente (anche con chi ti ha fatto qualche danno) e dirsi “hai visto? Hai capito com'è che sono andate le cose? Meno male che ci siamo incontrati…”

Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA perfetto, 2006. 


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La persona del Condottiero
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 24 aprile 2008

Privo di zenit e di nadir, l’uomo delle folle è votato al disordine. Cieco e impulsivo, è destinato allo zigzag e ai matrimoni di ogni istante con i capricci del reale. Non padroneggiando né il tempo né i suoi slanci, è un puro prodotto del caso, un errore. All’opposto, il Condottiero si preoccupa della linea retta. E se la velocità con cui affronta questo percorso può variare – in quanto va dalla stagnazione alla folgorazione – essa si propone sempre di scongiurare la marcia indietro, la regressione. All’estremità della strada scelta si trova un archetipo costruito da lui, una forma motivante. È un punto fisso che evita i vagabondaggi, i brancolamenti. Dal caos bisogna far sorgere l’ordine e, in questi tentativi, alcuni non saranno che personaggi, altri diventeranno persone.

[…] Il condottiero è dunque un artista il cui obiettivo principale è la riuscita della sua vita intesa come lotta contro il caos, l’informe, le agevolazioni di ogni tipo. I suoi nemici: l’abbandono e la flaccidità, la rilassatezza e il gregarismo.

[…] E per dirla come fu costume per molto tempo, vuol fare della sua vita un’opera d’arte.

[…] E anche nel balbettio, nei tentativi e nei fallimenti, nelle esitazioni e nelle audacie che tradiscono un orgoglio eccessivo, il Condottiero è più grande dell’uomo comune nei suoi successi corrotti, nelle sue pretese riuscite, che non sono null’altro che adesioni passive alle parole d’ordine della sua tribù.


Michel Onfray, La scultura di sé – Per una morale estetica, Fazi, 2007, p. 69 sgg.

Le regole del gioco
post pubblicato in SUL TEATRO DI FORMAZIONE, il 23 aprile 2008

Scena XLIX – (Giuseppe, Pteroduttile, Psicosimpatica, Radice, Minosse, Domino).

Giuseppe, dopo aver disposto gli scatoloni, le sue coperte e le salmerie secondo un ordine incomprensibile intorno alla panchina del parco, osserva soddisfatto il set, mentre gli altri, incuriositi, cercano di capire cosa stia cercando di fare.

Giuseppe: Posso invitare i miei amici a collaudare un gioco di mia invenzione?

Domino: Un gioco? Lei saprà certamente che il gioco è pericoloso!

Giuseppe: Non questo...

Domino: Al gioco, io, ho perso tutto! Amavo il gioco, e il gioco mi ha tradito! Solo questo mi è rimasto! (indicando il violino)

Psicosimp: Solo questo?

Radice: Non è poco...

Domino: Solo questo...

Psicosimp: (prende il violino, lo osserva amorosa, poi con un colpo secco lo sfonda in testa a Domino, che non fa una grinza) Adesso non ha più nulla da temere...

Radice: Nulla più da perdere!

Domino: Grazie! Ora sono veramente libero!

Giuseppe: (che intanto ha predisposto i pezzi costruiti precedentemente sulla sua scacchiera) Allora, il gioco che ho inventato si chiama "scacchi".

Radice: Scacchi? Mi sembra di averlo già sentito...

Giuseppe: Si gioca in numero illimitato di giocatori...

Radice: Sapevo che si giocasse in due...

Giuseppe: Gli scacchi di mia invenzione prevedono la partecipazione di tanti giocatori...

Domino: Qual è lo scopo del gioco?

Giuseppe: Capire qual è lo scopo del gioco!

Radice: ...dell'avversario...

Giuseppe: Non ho parlato di avversari...

Domino: Si spieghi meglio!

Giuseppe: Scopo del gioco è capire lo scopo del gioco che ogni giocatore porta avanti...

Radice: E... com'è che si fa a capire?

Giuseppe: Anche questo fa parte del gioco: capire come si fa a capire lo scopo del gioco di ognuno!

Psicosimp: Capisco... e perché tutto questo?

Giuseppe: Diamine… per giocare meglio!

Psicosimp.: Molto intrigante...

Minosse: (che intanto, di soppiatto, è apparso per verificare qualche possibilità di contravvenzione) E le regole?

Giuseppe: Non ci sono. O meglio: ci sono ma non si sa quali sono. L'unica regola certa è che per giocare si deve capire quali siano le regole.

Psicosimp.: Turbante!

Domino: Si va bene ma... chi è che stabilisce le regole?

Giuseppe: La domanda è non chi stabilisce le regole, ma perché!

Tutti: Perché?

Giuseppe: E qui sta il gioco...

Domino: Mi sembra molto complicato...

Giuseppe: Meno di quanto sembri... se giochi d'istinto...

Radice: Chi vince e chi perde?

Giuseppe: Nessuno... o tutti, a seconda dei casi.

Domino: Beh, va bene così, no?

Radice: E no che non va bene! Ci vuole una vittoria, ci vuole una sconfitta!

Tutti: È giusto!

Domino: (ravvedendosi) … giusto…

Radice: (forte della folla che è dalla sua parte) Eh! Ci vorrà pure un avversario da sconfiggere!

Giuseppe: … e se l'avversario altro non fosse che un suo possibile sé stesso? La penserebbe allo stesso modo?

Domino: In fondo, ogni vittoria si nutre di una sconfitta.

Radice: Lei mi disarma...

Giuseppe: Allora le dico in altro modo: vittoria o sconfitta, dipende da quanto dura il gioco.

Minosse: (intervenendo risolutivo) E per quello che mi riguarda, mi sembra che sia durato già abbastanza! Circolare, prego, circolare! Via! Via! Ognuno torni alle proprie case! (Tutti, più o meno di malgrado, vanno via con battute a soggetto. Poi, rivolgendosi a Giuseppe) Lei proprio non vuole smetterla...

Giuseppe: Di fare cosa?

Minosse: (tira fuori il suo taccuino delle multe e inizia a scrivere) Lei non conosce regole, non conosce dovere, non conosce onore, non conosce serietà! Lei è un pericolo pubblico per l'intero genere umano! E con questo... (ha finito di scrivere, strappa l’ennesima multa)...

Tutti: (vfc) Fanno cento!

Minosse: Esatto! (esce)

Pteroduttile: (avvicinandosi a Giuseppe) ... comunque... se vuoi possiamo giocare io e te...

Giuseppe: Noi già stiamo giocando... anche gli altri stanno giocando... solo che forse non lo sanno.


Da Dellaguerradellamore – Laboratorio di scrittura drammaturgica delle Officine Teatrali Liceo Artistico, Napoli, 2004.


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Guerre contro la noia
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 22 aprile 2008
Bisogna evitare la noia e vivere solamente di quello che affascina. Su questo cammino, sarebbe vano agitarsi e cercare di attirare quelli che hanno delle velleità, come passare il tempo, ridere o diventare individualmente bizzarri. Bisogna avanzare senza guardare indietro e senza tener conto di quelli che non hanno la forza di dimenticare la realtà immediata.

Georges Bataille, Il Labirinto, SE, 2003.

Vivere solamente di quello che ci affascina… magari ricordandosi che il fascino non è proprietà intrinseca dei fenomeni. Il fascino nasce da una simbiosi tra un affascinato e un affascinante, poli alternati di uno stesso soggetto sdoppiato per dare adito ad un’oscillazione dei sensi. La percezione del fascino è esercizio complesso di attenzione ed è forse per questo che rappresenta il migliore antidoto alla noia.

Senza tener conto di quelli che non hanno la forza di dimenticare la realtà immediata… la forza della dimenticanza è una strategia possibile quando il ricordare genera un’aggravante di realtà e una conseguente presa d’atto d’impotenza... ricordo che c’è la guerra, ma non posso fermarla e allora per un momento la metto tra parentesi, per andare a cercare un potere esercitabile che forse risiede in un altrove a me più prossimo, magari nella guerra che combatto contro il vicino: lì qualcosa si può fare.

Dimenticare non come deresponsabilizzazione o negazione della realtà immediata, ma come pre-visione di un modo possibile d’esistere non necessariamente e radicalmente consequenziale alla realtà del presente. Salto dell’immaginazione, fiducia nella prassi della piccola utopia esercitata in serena disperazione ma nel pieno impegno del “come se fosse”, del “come potrebbe essere”, e non del “così vanno le cose, è tutto inutile…” pensiero parassita produttore di noia.

(Era questo che intendeva Bataille?)

mm

L’anima buona di Bertold
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 21 aprile 2008
Vogliamo riferirvi la storia

Di un viaggio compiuto

Da uno sfruttatore e da due sfruttati.

Osservatene bene il contegno.

Trovatelo strano, anche se consueto,

inspiegabile, pur se quotidiano,

indecifrabile, pure se è regola.

Anche il minimo atto, in apparenza semplice,

osservatelo con diffidenza! Investigate se

specialmente l’usuale sia necessario.

E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno

Non trovatelo naturale.

Di nulla sia detto: è naturale

In questo tempo di anarchia e di sangue,

di ordinato disordine, di meditato arbitrio,

di umanità disumanata,

così che nulla valga

come cosa immutabile.


B. Brecht, L’eccezione e la regola, 1930.



Ci sia di monitor (screensaver).


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Un caso innamoroso di serendipità
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 19 aprile 2008
[…] Poi col tempo ho iniziato ad intuire l’esistenza di un genere femminile che oserei definire “trasversale”… sono donne che non hanno epoca e nemmeno un’età… cambiano le mode, i modi, i sentimenti, le pulsioni ma loro sono lì, presenti come un suono essenziale che non appena cerchi di chiudere anche con un solo aggettivo, ecco che sfuggono ad ogni definizione. Sono anime fluenti, le riconosci dal fatto che non sono riconoscibili se non dal fatto che non sono riconoscibili. Forse sono più di quante non si creda ma proprio perché di rado si lasciano scorgere, di rado ne incontri ma ne basta una sola e le hai poi conosciute e respirate tutte. Io quella che ho incontrato si chiama Evelina e col suo nome adesso chiamo tutto ciò che non può avere nome.

Evelina è un effetto annoso della scarsa perizia di Cicco nel prendere indirizzi a penna. Mi segnalò un giorno il caso di suo cugino Nunzio il fotocopiatore al quale regolarmente smolla – ancora oggi - etti di manoscritti suoi per farseli fotocopiare. Gratis, naturalmente. Così giunse il momento di sdebitarsi. Attraverso le mie capacità riparatorie…

- Beniamino quando hai un momento… (grufola nel portafogli che è un vero portafogli, nel senso che dentro ci tiene solo foglietti smandrappini, poi tira un vecchio biglietto scaduto con annotato a matita un indirizzo illeggibile e me lo porge)

- Che devo fare?

- Dovresti andare a fare visita a mio cugino…

- Perché?

- Si è rotta una vecchia fotocopiatrice e nessuno la riesce a riparare

- E io che dovrei fare?

- La devi riparare!

- Io?

- E chi, io? Dài che ci dobbiamo sdebitare…

- Ti devi sdebitare!

- Fà lo stesso fà lo stesso… è un gioco di reciprocità a largo raggio…

- Cicco, con questa storia della reciprocità a largo raggio mi hai rotto…

- Ripàrati. Dài, quando puoi. Questo è l’indirizzo…

Via Campegna 21… sta scritto 21 o è 31? Grafia di cacca che hai Cicco… scusi il 31? Non esiste 31… allora è ventuno… 27… 25… 23… ventuno! Non mi dà l’idea di essere una fotocopisteria… va beh, entro e chiedo. Che è, un rigattiere? Musica… Gluck, mi pare… Orfeo ed Euridice? Mi pare… C’è nessuno?

- Permesso… buongiorno…

Non c’è risposta. M’inoltro nella cavernina dove nel fondo intravedo una figura in camice, cuffia e mascherina da chirurgo china a strofinare con delicatezza una vecchia cassettiera. Non voglio disturbare… qui Nunzio il fotocopiatore non c’è… vado… di spalle la voce mi raggiunge: è voce donna

- Cerca qualcuno?

- Eh? Si ma… non volevo disturbarla, buongiorno…

Cala la mascherina, via la cuffia ed è un’esplosione di capelli neri…

- Buongiorno a lei

- Cercavo… (chi è che cercavo?)

Pausa. Lunga pausa. Ho il tempo di benedire la pessima grafia di Cicco che suo malgrado mi ha condotto al cospetto di questa piccola folgorazione che adesso mi sorride, poi mi scruta socchiudendo gli occhi, poi sorride ancora…

- Ci conosciamo?

- Ci conosciamo? E sì che ci conosciamo! Ora mi sfugge dove… non saprei… forseeee… (non mi sovviene niente. Invento?)

- Non ha importanza

- No…

- Posso esserle utile?

- Utile? Oh sssi. Cercavo il numero ventuno…

- Il Numero ventuno è questo… chi cerca?

- Cercoo… (leggo) Centro Copie Cornucopio 3000 di Falso Nunzio.

- Non è qui mi dispiace.

- Ne avevo il sospetto… Vabbe’, avranno sbagliato a darmi l’indirizzo… si legge male… la grafia di certa gente… (la folgorazione coglie graziosamente con le sue sottili dita il cicchico biglietto smandrappino che agito nell’aria)

- Permette? (legge e sorride) Ecco l’equivoco. C’è scritto via Campegna, qui siamo in via Compagna

- Sono nel posto sbagliato…

- Direi

Direi di no. Cicco, suo malgrado, mi ha dato un indirizzo giusto. Mi dispiace per Nunzio il fotocopista. Come posso prolungare la mia presenza al cospetto di colei? Non posso.

- Va bene così

- Se lo dice lei

- Scusi ancora il disturbo

- Nessun disturbo

- Allora… le auguro una bella giornata

- Anche a lei

- Vado…

Vado vado vado… ma dove vado che sono al posto giusto? Vado… aspetta! Qui magari la trovo… la cerco da una vita e non la trovo…

- Vendete cornici?

- Cornici?

- Cornici, cornici!


Ella avanza esitante nel passo quanto nella risposta

- ...No...

- Peccato… allora… di nuovo…

Sto per varcare l’uscio, quando la donna, inaspettatamente…

- Aspetti!

- (anche un eterno, se vuoi)

Appesa a un dito ha la cornice

- Questa le andrebbe bene?

- Perfetta… (davvero, è perfetta, in forma e misura)

- Le piace?

- Moltissimo. È proprio lei… Quanto le devo?

- Niente

- Perché niente?

- Perché non vendo cornici… questo è un pezzo che mi ha lasciato una cliente… gliela regalo.

- Mi mette in imbarazzo…

- Perché imbarazzo? La cornice con lei ha trovato un valore e il suo errore di lettura le ha fatto trovare una cornice… è un bel cerchio, no?

Così, il primo fiorire di Evelina nei miei giorni si lega all’immagine di un cerchio e alla cornice per la foto dei miei amici, in un giorno di allegrezza, al podere di nonno Oreste. Che nome si può dare ad una cosa bella e musicale come questa?



Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA perfetto, 2006.

Mestieri anarchici
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 18 aprile 2008

[…] Aprì loro la porta della stanza numero nove, sulla quale stava scritto: “Anonimo. Anarchico. Inventore di mestieri…”

Furono accolti da un omino di età indeterminata, calvo, con occhiali spessi sotto le folte sopracciglia nere. […] Alessandro e Teresa, con i capelli ritti e i piedi gelati, ascoltavano quel personaggio stravagante, perduto in un quartiere miserabile di Santiago del Cile.

[…] “Noi non siamo di quegli anarchici che si ribellano contro Dio, la Scienza e lo stato. Nulla di tutto questo. Siffatta lotta procura al povero solo un diluvio di legnate e di pallottole. […] Ma sedetevi, vi spiegherò meglio…

[…] Noi, manodopera, invece di continuare ad essere sfruttati dai ricchi, dobbiamo scoprire come sfruttarli a nostra volta, naturalmente senza derubarli. No, no. Dobbiamo agire dove loro non possono né sanno farlo. Questa non è una soluzione per la maggioranza, ma solo per pochi pidocchi di talento. Il maiale deve mangiare rifiuti per far carne. I pidocchi, senza sporcarsi, succhiano il sangue del maiale. Bene, quando si arrostisce il maiale, si bruciano anche i parassiti… perché sono stupidi. Avrebbero potuto saltar via in tempo e passare sulla testa dei macellai. Ma veniamo al punto: il potere non è creativo, e i ricchi si annoiano. Possiedono tutto tranne che loro stessi. Ed è logico. Per trovare se stessi bisogna lasciare tutto, e loro al contrario si stanno appropriando di tutto. Chiaro?

Alessandro e Teresa, sbattendo le palpebre, dissero con convinzione esagerata: “Chiarissimo, signore!”

[…] Fare un mestiere normale significa perdere la libertà. Bisogna fare mestieri sconosciuti, che non abbiano a che vedere con la vita materiale, ma che producano stati di coscienza. […] Per fare questo non ci serve altra materia prima che la fantasia.

[…] Il saltimbanco portò Teresa e Alessandro in giro per la casa, presentandoli ai membri della Società dei Liberi Fratelli. Conobbero il “disinfestatore di specchi”, l'"addolcitore di vuoti", il "correttore di ombre", il “professore di invisibilità”, il “biologo fantastico, inventore di corpi”, il “pagliaccio funerario” e molti altri che non poterono spiegare in cosa consistesse la loro attività… […] prima però erano almeno riusciti a capire cosa faceva il “domatore di nei”.

[…] Il domatore suonava un tamburello e sbarrando gli occhi che avevano uno strano luccichio ordinava al neo di spostarsi. In effetti molte signore desideravano avere il neo accanto alla commessura delle labbra, o sulla guancia, o fra i seni o anche in posti più segreti. All’incauta cliente si assicurava che, dando tempo al tempo, la macchia si sarebbe spostata, millimetro per millimetro, fino a posizionarsi nel punto desiderato. Ovviamente il tamburello, lo sguardo brillante e gli ordini ipnotici del domatore non bastavano. La cliente doveva anche pregare con fede. […] Se la signora si stancava per il gran numero di sedute richiesto e cominciava a lamentarsi per la lentezza dei progressi, il domatore si stringeva nelle spalle come se l’avessero offeso a morte, e rispondeva che la colpa non era sua ma della preghiera senza fede… […] A volte, molto raramente, i nei si spostavano davvero.

[…] (Alessandro) respinse la proposta dell'Anarchico e non addolcì vuoti né corresse ombre, ma gli propose invece di svolgere la sua missione calzaturiera in maniera ben diversa dal solito, ossia confezionando scarpe su misura al servizio non solo dei piedi ma anche dell'anima. E senza un prezzo fisso. "Che ogni cliente paghi ciò che vuole o può. Questo lo costringerà a un esame di coscienza, a scegliere tra dare il minimo, il giusto o il massimo, il che gli servirà a conoscere se stesso". All'Anarchico piacquero tali idee e insignì mio nonno del titolo di Calzaturologo.


Alejandro Jodorowsky, Quando Teresa si arrabbiò con Dio, Milano, 2002.

Mail dal Natu politicizzato
post pubblicato in CORRISPONDENZE, il 17 aprile 2008
E così rieccomi qua! Ad accompagnare la danza delle mie boccate dalla marlboro è "Harlem Nocturne"
un bel pezzo jazz! Stamane mi sono svegliato e stranamente rispetto al solito non ho trovato nessun quesito che occupasse il mio cervello! Durante questo week end di lavoro ho sentito talmente tante cazzate che forse, inconsciamente la mia bella casina per neuroni stamane ha voluto scioperare! Io dal mio canto la lascerò fare! Poverina! Avrà anche lei diritto ad un bel giorno di riposo! Non crede? Tutti i giorni apriamo gli occhi, ed invece di ringraziare chiunque o qualsiasi cosa ci abbia permesso la sola possibilità di compiere questo gesto, cominciamo a pensare a quanto sia "piatta", "brutta", "inutile" la nostra vita! Non credo di fare del buonismo, è una cosa che ho sempre odiato! La mia anima è sporca almeno quanto la maggior parte di tutte le altre! Ma a volte ci si rende conto di quanto si è coglioni anche se dopo quel breve attimo lo si ritorna ad essere "coglioni"!

P.S.
Scusi la costante presenza della parola C......E ma ho semplicemente scritto ciò che mi passava per la testa!
Le auguro una Buona Pasqua!


(mail dal Natu Animanera postata lunedì 17 marzo 2008 alle ore 12.11.47)




Natu Politicizzato: noto che adoperi termini desunti dall’uso forbito dell’attuale linguaggio politico, accompagnato da un sapiente pudore censorio col quale concludi il tuo messaggio, omettendo la parola/chiave a che non ecceda se stessa, ottenendo il risultato opposto. Buona Pasqua anche a te. Goditi l’uovo e non pensare alla sorpresa.

A parte questo, mi sembra che tu abbia involontariamente lambito un’interessante verità, che è quella degli intervalli, dei brevi attimi che intercorrono tra uno stato di routine e l’altro. Sarà certamente un caso ma pensa che proprio stamani pensavo a quanto fossero importanti le pause di sospensione, voglio dire quei brevi momenti in cui le cose non fluiscono più nel ritmo delle routines e rivelano, a dar loro un po’ d’attenzione, sprazzi in cui ti accorgi che le cose possono essere anche diverse da come le hai pensate fino a quel momento. Si tratta dei cosiddetti “ritagli di tempo”, espansioni preziose che danno volume e colore (quasi uno shampo) alle maglie del quotidiano.

In questi sprazzi nascosti negli interstizi tra un compito finito e un altro non ancora cominciato s’annidano talvolta sorprese interessanti, come questa tua lettera, che adesso sto leggendo in questo quarto d’ora che intervalla la lezione di stamani e il mio prossimo impegno di lavoro, e che mi sta aiutando a mettere a fuoco un pensiero sfiorato stamani in un altro intervallo (quello che va dal portone del mio palazzo all’auto parcheggiata). Ti sembrerà paradossale ma alle volte, a fine giornata, ciò che mi resta non è tanto ciò che ho regolarmente svolto, ma ciò che ha prodotto l’insieme di questi ritagli di tempo. Naturalmente, di questi ritagli non potrei godere se non avessi lunghi, regolari pezzi di stoffa da cucire. Per il tempo dovrebbe valere la stessa regola del porco: non si butta via niente.

Quanto al dire grazie… è forse la prima parola che un bambino dovrebbe imparare a dire, prima ancora che mamma e papà.

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permalink | inviato da ubumax il 17/4/2008 alle 23:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Ragioni epistemologiche per non fare i compiti
post pubblicato in OPERETTE FILIALI, il 16 aprile 2008

Interno sera. Il figlio, seduto alla sua scrivania illuminata a giorno (tanto non paga lui), mento mollemente adagiato sul braccio sfoglia svogliato il libro di scienze, su e giù… come a cercare qualcosa che non c’è. Il padre entra, saluta e fa la sua ricognizione a volo sulle consegne del giorno

P: Come va?

F: Bene…

P: Fatto compiti?

F: Quasi…

P: Che manca?

F: Scienze…

P: Ancora? A quest’ora? Come mai?

F: Ho pensato una cosa…

P: (già presumendo una richiesta di giustifica) Avanti, dimmi…

P: Una cosa strana…

P: Dilla!

F: (tutto d’un fiato, riprendendosi dal languore) Secondo me la scienza può essere che è tutta una scemenza!

P: Che vuol dire?

F: Che cos’è la scienza?

P: Dimmelo tu, cos’è la scienza?

F: La scienza è conoscere le cose…

P: Va be’, è un po’ generica come definizione… e allora?

F: … ma se tu conosci una cosa, è perché prima ne hai conosciuta un’altra…

P: e allora?

F: e prima di quell’altra, ne hai conosciuta un’altra ancora…

P: e quindi?

F: … e prima di quell’altra ancora, un’altra un’altra ancora…

P: Va bene è chiaro il concetto, dove vuoi arrivare?

F: … e se la prima cosa conosciuta è una scemenza, la prima prima prima, succede che anche quelle che vengono dopo sono scemenze…


La vfc di Madre annuncia dalla cucina: ...è pronto... venite a mangiare...


F: Ti sembra una cosa scema quella che ho detto?

P: (…)

F: Si, eh?

P: … che devo scrivere sulla giustifica?

F: che vuoi scrivere… non voglio giustifica. Non mi piace giustificarmi.


La vfc di Madre rincalza da lontano:
...venite o no?!...

Buio.

Max Maraviglia, Operette filiali.


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permalink | inviato da Max Maraviglia il 16/4/2008 alle 23:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Ermeneutica delle casualità bizzarre: un caso di omonimia
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 15 aprile 2008
La filosofia pratica (o integrante? O esperita?) qui immaginata, tra le sue "buone pratiche" potrebbe annoverare anche quella dell’ermeneutica delle casualità bizzarre. Provo questa volta la pratica in questione partendo da un accidente relativo al nome che porto.

Ho un omonimo. Forse due o anche più. Ma uno, in particolare, si occupa di qualcosa di prossimo ad uno degli interessi che coltivo. Qualcosa che, solo per comodità terminologica, potremmo definire filosofia pratica (o integrante,  o anche esperita).  

Sicché, se in un motore di ricerca si digita il nome in questione, viene fuori una congerie d'indizi che lascerebbe immaginare un'unica persona coltivatrice d'interessi e mondi i più diversificati, dal teologico al teatro sperimentale, passando per la musica e la metapolitica.


Per questo - senza molta fanasia, lo riconosco - iniziai da un certo momento in poi a siglare con l'abbreviativo Max (in uso tra i miei amici) i contributi  pubblicati sul web, confidando nel fatto che il mio omonimo trovasse a sua volta altri espedienti che almeno arginassero questo quasi inevitabile (per certi versi molto teatrabile) scambio/agglutinamento di persone.

Tuttavia, da cultore di nomi, credo profondamente nel nomen omen dunque  immagino che rimodellare le vibrazioni del suono e del ritmo che accompagna il dipanarsi di una certa esistenza, possa comportare persino modificazioni nei tracciati dell' esistenza stessa... chiamare Peppe o Beppe o Pippo o Peppino o Giù o Giuseppe qualcuno, non sarebbe una cosa da fare con tanta leggerezza... è un po' come cambiare arrangiamento ad una melodia. Resta la melodia, ma la sua resa è affatto diversa. Tutto questo per dire che restringere un Massimo in Max può essere una cosa non priva di qualche conseguenza ritmica anche nella scansione degli eventi.


Espando la parentesi: ho sempre creduto che i bambini che avrebbero dovuto avere un nome e poi ne abbiano ricevuto un altro ménino poi un’esistenza un po’ incerta e confusa. Dirò di più: non bisognerebbe mai scegliere il nome, quanto piuttosto chiedere al nascituro (nei tempi e nei modi appropriati) “com’è che ti chiami?” e rispettare quel nome, che piaccia o meno. Incauti (mi perdonino) quei futuri genitori che fanno lunghi elenchi di nomi alla ricerca di quello che piace di più e che fino all’ultimo non sanno quale affibbiare (perché di affibbiatura vera e propria in questo caso si tratta), o che impongono nomi di persone defunte o ancora in vita che non calzano appropriatamente al nascituro il quale, se solo un po’ lo si ascoltasse, direbbe il nome suo, e nomen amen. Consiglio (se mi è consentito) ai futuri genitori: non fate lunghi elenchi di nomi possibili per il nascituro; limitatevi semplicemente ad ascoltarlo. Quando verrà il momento, sarà egli stesso a dirvi come si chiama. Prendete nota e registrate.

Torniamo al tema principale di questo contributo.

Ogni caso di omonimìa è (si passi l'iperbolicità dell'affermazione) una sorta di microattentato accidentale all’identità di una persona. Il nome è una delle poche cose che, di norma, accompagna immutata per tutto il tragitto: cambiano l’aspetto, la voce, i pensieri, i luoghi, i compagni di viaggio, i gusti, le emozioni ma il nome resta immutato lì, a ricordarti non tanto chi sei (questo nemmeno un nome lo può garantire) ma che sei. Sei perché hai un nome, un nome, che è condizione minima, necessaria - seppur non sufficiente - ad esistere.

La casualità bizzarra che qualcuno indossi il tuo stesso nome diviene allora quasi una sorta di negazione di questa originaria, fragile e minimale forma d'identità. Questa circostanza, sebbene sul piano personale possa produrre una qualche forma di disagio (ciascuno è fortemente attaccato a tutto ciò che può produrre identità, nessuno rinuncia facilmente a quel bisogno quasi primoridale di distinzione e riconoscimento), è interpretabile tuttavia anche come un'ulteriore sollecitazione che il caso ha voluto generosamente elargire,  a ripensare il concetto d'identità, concetto al quale attribuirei molti dei danni - compreso quelli ecologici - della cultura contemporanea.

Senza contare l'aspetto teatrabile di questa accidentale circostanza... un caso di omonimìa così improbabile (da sembrare quasi inventato) non può non divenire anche uno spunto di gioco, un'opportunità di dialogo (o, meglio ancora, di metàlogo) con un'alterità portatrice di uno stesso nome ma in altre oscillazioni esistenziali.
 
Per questo invito il mio Omonimo a questo tavolo di gioco, ad esplorare insieme l'idea d'identità, questo pugno di segni ed indizi che rimandano sempre ad un altrove, a una deriva di derridiano sapore.

Naturalmente, sia benvenuto chiunque, anche con Altro Nome, voglia sedersi a questo tavolo di gioco. Non di sfida, di gioco sull'identità. 

mm

Il gioco delle parti secondo Carmatore
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 12 aprile 2008
[…] Secondo me Cicco Angelone è un genio. Lui fa il professore di educazione fisica in una scuola di frontiera ma avrebbe voluto fare lo scrittore. Per questo ha letto e scritto molto. Ha scritto a quasi tutti gli editori e alcuni gli hanno anche risposto. Abbiamo apprezzato molto la sua interessante proposta che tuttavia non rientra nei nostri progetti editoriali. Altri invece gli hanno detto che erano molto impressionati dal suo libro e che erano intenzionati a pubblicarlo ma che tuttavia l'operazione necessitava di un contributo da parte dell'autore, che si sarebbe dovuto impegnare ad acquistare 2.000 (duemila) copie del libro al prezzo scontato di euro 5.000 (cinquemila) IVA elusa…

- Cicco, cosa te ne farai di duemila copie del tuo libro?

- Effettivamente... non avrò mai il tempo di leggermele tutte...

Così si è convinto e ha rinunciato a pubblicare.

Insomma, ciascuno di noi deve fare i conti con qualche pezzo di destino incompiuto ma questo non è, alla fine, un gran male. Ogni giorno ti alzi e se ti guardi intorno trovi duecento motivi per ritornare a letto rimpinzandoti di barbiturici ed altrettanti per scendere le scale saltellando e pensando che qualcosa di superbo stia per accadere. Insomma la storia del bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno. Solo che io non guardo se è pieno o se è vuoto, piuttosto guardo come è fatto il bicchiere, me ne gusto i riflessi, mi chiedo chi lo ha fatto, quante bocche ha conosciuto, quanti liquidi ha ospitato, lo porto all’orecchio per sentirne l’eco di conchiglia, ne sfioro i bordi umidi per tirarne fuori una nota cristallina (magari un LA peretto), aggiungendo e togliendo l’acqua necessaria a questo… e questo a volte mi fa sentire solo, perché, di norma, del bicchiere ci si limita a vedere solo se è mezzo vuoto o mezzo pieno, quasi come se in ogni cosa si sia obbligati a scegliere, di due parti, soltanto una. Essere pessimista oppure ottimista, buonista o cattivista, insomma si deve semplificare e scegliere un ista altrimenti non ti si riconosce. Non che sia un gran male. Meglio non farsi riconoscere piuttosto che vedere gli isti che si sbranano tra loro da mane a sera, fino all’eroico televisivo. A volte mi chiedo se fanno sul serio. Fate sul serio? Credono davvero ai loro ismi oppure è solo un gioco delle parti? Oppure? A me piace il gioco delle parti ma è un gioco e come tale, oltre misura giusta mi procura flautolenza d’animo. Mi piace cambiare continuamente parte, esplorare, capire, vedere e sentire le cose dal punto di vista delle parti altrui, perché questo mi serve per guardare le mie ragioni dal di fuori e magari scoprire che sono banali torti, oppure inedite intuizioni ma questo, evidentemente, non è il funzionamento naturale del sistema (massimo o minimo che sia). Troppo costoso in termini d’impegno estetico.

Ed anche capire dov'è che stia il bene e dove il male non è mica bruscolini. Basta che cambi un pizzico l'angolazione di veduta e scopri che dietro un crimine può esserci un’intenzione santa o viceversa, dietro un evento che sembra propiziatorio, la peggiore delle jatture. Questa sarà pure una considerazione banale ma ha delle conseguenze devastanti sulla nostra funzione speratoria. Perché se sai che ogni cosa ti si può girare in un nanosecondo sotto gli occhi come isterica frittata, diventa difficile anche sperare questa o quella cosa, perché una volta che accade, non sai mai dove ti può portare. Dunque non conviene sperare, conviene vivere e cercare di giocare al meglio il momento che passa (così poi non passa), e magari giocare a prevedere la mossa successiva… cosa impegnativa, perché a muovere i pezzi sono in tanti. E soprattutto, scambiarsi ogni tanto le parti. E nel frattempo inventarne altre. Altro che bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno.



Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA perfetto, 2006.


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Straniati ed Immedesimati
post pubblicato in SUL TEATRO DI FORMAZIONE, il 10 aprile 2008
[…] Quando parliamo di gioco e del suo intreccio di realtà e finzione, parliamo della possibilità e della gestione dell’intervallo che dovremmo aprire tra noi e noi stessi.

(Pier Aldo Rovatti, La filosofia può curare?, Milano, Cortina, 2006, p. 85).

Cosa intende Rovatti col termine intervallo? Probabilmente lo spazio che distanzia noi stessi dalla consapevolezza di noi stessi o, se vogliamo dirla altrimenti, la distanza che corre tra l’arbitro e il giocatore (o i giocatori) di cui ciascuno di noi è ospite.

Utilizzando una metafora teatrale per meglio definire questo concetto di intervallo, potremmo forse fare riferimento alle due modalità interpretative più note nella tradizione attoriale occidentale: immedesimazione e straniamento.

L’immedesimazione corrisponde, grosso modo, alla totale compenetrazione dell’attore nel ruolo che interpreta. Io “sono” qualcosa, non “faccio” qualcosa.

In quest’ottica, tra “essere” e “fare” non vi è alcuna differenza: combaciano perfettamente, non c’è intervallo.

Lo straniamento, dal suo canto, impone all’attore una distanza dal suo personaggio. In questo caso, l’attore, che “è”, “fa” un personaggio: attore e personaggio restano tra loro distinti: qui si ravvisa un intervallo.

Carmelo Bene era solito dire: “Se l’attore s’immedesima nel personaggio, chi s’immedesimerà nell’attore”? sottintendendo, probabilmente, la necessità di conservare, tra attore e personaggio, un intervallo critico necessario al primo (l’attore) per condurre il secondo (il personaggio) verso la destinazione che gli spetta, alle condizioni date e senza tracimare se stesso.

Sicché la frase “vivere è un gioco” (corollario forse improprio del concetto proposto da Rovatti) è estremamente più impegnativa e meno convenzionale di quanto non possa apparire di primo acchito.

Anzitutto, vale la pena ricordare, ancora una volta, che la parola giocare in altre lingue implica anche il concetto di recitare e suonare (to play in inglese e jouer in francese, ad es.), e già queste due accezioni restituiscono al concetto di gioco una valenza estetica che alla vita, credo, sia dovuta.

In secondo luogo andrebbe evitato il comune errore di contrapporre l’idea di gioco a quella di “fare sul serio” o, ancor peggio, di omologarla a quella di “scherzo”.

Il gioco ha una sua peculiare serietà, e non lo dimostra certo il modo estremamente “serio” con cui alcuni prendono il gioco (anzi, certi modi di “serietà” con cui alcuni affrontano il “gioco” squalificano l’idea stessa di gioco: si pensi agli estremismi del tifo o ai giocatori d’azzardo, esempi di piena immedesimazione).

La serietà del gioco trova fondamento, probabilmente, in un valore etico, che è il riconoscimento della distanza intercorrente tra un atto libero e consapevole, ed uno coatto ed inconsapevole.

La vita immedesimata azzera l’intervallo tra “ciò che si è” e “ciò che si fa” o, per dirla più esplicitamente, tra sé stessi e il ruolo (o i ruoli) che si è chiamati a coprire.

Confondere se stessi con “ciò che si fa” è uno dei motivi, probabilmente, di maggiore malessere contemporaneo. Si pensi a quante persone (probabilmente la piena maggioranza) è “costretta” a fare cose nelle quali non si identifica affatto, trovandosi così in soffocante disagio cognitivo e, conseguentemente, esistenziale.

La vita immedesimata implica una conduzione “coatta ed inconsapevole” delle nostre azioni: imprigionati nel ruolo in cui senza intervallo c’identifichiamo, non siamo più capaci di vedere oltre le pareti di quella prigione, e per questo ci incattiviamo (serve ricordare a questo proposito che la parola “cattivo” derivi da quella latina captivus, che vuol dire appunto prigioniero).

Ottenebrati da questa cattiveria non ci accorgiamo nemmeno che le pareti siano “elastiche”, che le possiamo restringere o dilatare a nostra competenza (più che piacimento) e addirittura le possiamo intervallare con altre pareti. Ma se, viceversa, m’identifico tout court con queste pareti, assumerò la loro stessa rigidità. Nella vita immedesimata io mi identifico con le pareti di una prigione e di esse assorbo tutta la loro rigidità, la loro malsana umidità.

La vita giocata istituisce viceversa un intervallo critico tra se stessi e i ruoli cui di volta in volta siamo chiamati a recitare (o a giocare, appunto). Nella vita giocata io non confondo me stesso col ruolo che interpreto: continuo a percepire la persona che sono e, conseguentemente, percepisco l’intervallo che corre tra me e il ruolo che sono chiamato dalle circostanze ad interpretare, il che equivale a dire che non m’identifico più con le pareti del ruolo – che pure continuano ad esistere e ad esercitare la loro pressione – ma godo dell’intervallo di gioco (che è un intervallo critico) necessario a riconoscerne la loro trasparenza e permeabilità, la loro sostanziale elasticità: conferisco ad esse le mie qualità di persona, insomma, e non viceversa (come invece accade nella vita immedesimata). In questo senso la vita giocata è un atto libero e consapevole, che non mi rende cattivo (perché non sono più schiavo) ma libero interprete che gioca con altri interpreti.

L’intervallo che il gioco istituisce tra ruolo e persona implica infatti un altro importante aspetto: l’acquisita capacità, da parte della persona che ha scelto la via del gioco, di leggere in controluce le filigrane umane che si adombrano nei ruoli degli altri interpreti. Sa leggerle, perché anzitutto ha saputo leggere le proprie.

Forse è questo l’intervallo di cui parla Rovatti?


(C’è una vecchia gag del sublime Totò – qualcuno forse la ricorderà – in cui il Principe, dopo essersi beccato un fracco di botte per il fatto di essere stato confuso da uno sconosciuto con un certo “Pasquale”, rispondeva all’amico, stupito di una sua reazione ilare e niente affatto violenta, “E chi so’, Pasquale io?”).

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Qualche regola per un metodo senza discorso
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 9 aprile 2008
I livelli raggiunti dalle tecnologie lasciano intravedere la possibilità, da parte dell’uomo, di poter fare e, da certi punti di vista - non so fino a che punto condivisibili - anche meglio (ove sia mai possibile) di quanto già la natura faccia di suo. Emula le sue regole, le scompone, le riproduce, le altera. Resterebbe da vedere cosa ne pensi la natura di tutto questo e probabilmente la risposta arriverà quando meno la si aspetta (non credo per vendetta divina – mi piace immaginare un Dio troppo preso dal Bello per dedicarsi a questioni piccinine come la vendetta - ma solo perché le risposte dei sistemi complessi sono estremamente difficili da prevedere). Nel frattempo, resterebbe da stabilire una regola positiva che stabilisca i limiti entro i quali poter muovere i passi.

Si ricade allora nella congerie di voci discordanti che emergono ogni volta in cui entra in gioco la riflessione e l’ipertrofia simbolica caratteristica dell’agire umano, che in questo senso non ha nulla di naturale (la natura si manifesta per quello che è, non ha bisogno di simboli): chi chiama in causa la vita come dono da rispettare in sé, chi parla di qualità della vita, chi di responsabilità verso le future generazioni, chi di necessità di inoltrarsi fin dove è possibile senza limiti di sorta alcuna.

La stessa ipertrofia che si manifesta ogni qual volta si debbano stabilire delle regole attraverso cui ridistribuire risorse e che genera più irregolarità di quanto non sia necessaria alla trasformazione, cancellando del tutto ogni praticabilità di una regola positiva e, al contempo, desensibilizzando verso ogni ascolto di una regola naturale.

Così, sospesi tra un’impraticabilità di fatto di una regola positiva e sufficientemente irrigiditi da non percepire più la regola naturale, rischiamo tutti di trasformarci in cellule cancerose.

Senza un discorso compiuto su cui fare affidamento posso però provare, da cellula quale sono e non al centro dell’organismo, a eludere questo risvolto, a ricomporre qualche regola su cui imbastire un metodo. D’altronde fa parte del mio mestiere di cellula.

Il metodo immaginato, tra le altre azioni di cui forse si parlerà più avanti, prevede due domande da farsi la sera prima di chiudere gli occhi:

1) Cosa ho assorbito, trasformato e restituito?
2) Era tutto quello che era possibile assorbire, trasformare e restituire alle condizioni date?

Date le risposte si chiudano gli occhi e si riposi benedicendo la notte che non ama confusioni e che puntuale ricorda la sua regolarità.


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L’inibizione da contatto
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 9 aprile 2008
Vale la pena notare come certi fenomeni sociali si conformino allo stesso principio degenerativo dell’ inibizione da contatto: maggiori sono le vie di comunicazione che una cellula chiude intorno a sé, maggiore sarà la possibilità di tramutarsi in un cancro. Il bello e l’inquietante di certe regole è che sembrano agire sia sui corpi sottili, eterei, spirituali, sia su quelli di maggiore consistenza materica.

Sicché la metafora del cancro spesso usata nel dire comune per indicare alcuni fenomeni sociali adombra una semplice regola naturale.

Si potrebbe dire che anche la disattesa dell’ inibizione da contatto da parte di alcune cellule sia a sua volta un principio naturale, e di fatto lo è. La scienza più recente sembra aver dimostrato che nell’organismo umano processi tumorali siano costantemente in atto, per poi essere per lo più riassorbiti senza che il soggetto interessato se ne renda conto (per chi volesse saperne di più sull’argomento può leggere Randolph M. Nesse - George C. Williams, Perché ci ammaliamo, Torino, 1999). Resta però il fatto che la regola è quella dell’ inibizione da contatto, ed è essa a garantire la perpetrazione dell’organismo.

Possiamo ipotizzare che tutte le regole naturali abbiano un carattere omeostatico, siano cioè destinate a ricomporre continuamente l’equilibrio dinamico dell’organismo. Se questo è vero e se la biologia ci insegna qualcosa, possiamo però anche ipotizzare che ogni irregolarità ha lo scopo di innescare una crisi di fronte alla quale l’organismo ha due principali opzioni risolutive: collassare oppure ritrovare un nuovo equilibrio ma ad uno stadio diverso (evito la parola evolutivo perché troppo carica di accezioni che andrebbero sottoposte ad una revisione critica) rispetto a quello iniziale. L’esito dipende dalla dimensione dell’irregolarità e dalle capacità immunitarie dell’organismo di riassorbirla.

Posto in questi termini il ragionamento ne conseguirebbe che anche il cancro e, più in generale, ogni irregolarità avrebbe la sua ragion d’essere, al pari di una regola. La regola conserva, l’irregolarità trasforma. Conservazione e trasformazione sono ordini concettuali che sembrano ravvisabili in ogni manifestazione della natura.

Si può applicare lo stesso ragionamento alle regole e alle irregolarità “positive” (quelle cioè prodotte dall’uomo) e dunque riconoscere una legittimità o quanto meno una funzionalità comprensibile anche all’irregolarità positiva, oltre che alla regola?

Francamente trovo difficile trovare una risposta a questa domanda. Dipende da come si voglia considerare l’uomo rispetto alla natura, se reputarlo sua componente al pari tra altre, ovvero sua protagonista, antagonista o deuteragonista. Idee in merito?

mm


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Regole e Anomìa
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 8 aprile 2008
L’anomia forse nasce da qui, dall’enorme disaccordo circa i principi generativi delle regole, che una razionalità strumentale e dopata dall’idea di sviluppo, progresso, possesso e competitività ha moltiplicato fino all’inverosimile.

Perso il contatto con i principi regolativi naturali, ciascuna cellula del macrorganismo ha iniziato a fare di sé il centro presunto del Tutto (un Tutto per niente metafisico, s’intende), con la convinzione sempre più calcificata di potere esercitare il diritto di vampirizzazione sulle altre cellule, all’insegna di parole d’ordine quali sviluppo, progresso, possesso e competitività, per l’appunto. Forse è questa l’estrema conseguenza di una delle marche della modernità: l’idea di un individuo al centro del mondo mosso da un illuminato bisogno di controllo e tutto concentrato a farsi identità.

Nell’organismo prodotto dalla natura nessuna cellula si reputa centro dell’organismo e probabilmente nessuna cellula disputa con altre d’identità. Negli organismi naturali le cellule sono inoltre dotate di una poetica ragionevolezza che scientificamente si chiama inibizione da contatto: è quel fenomeno fisiologico in virtù del quale quando delle cellule che stanno effettuando la mitosi si toccano, l’azione mitotica cessa. In altri termini, smettono di crescere. Una sorta di reciproco rispetto, di presa di contatto e d’atto che ogni cellula condivide con l’altra. Si tratta di un rispetto naturale. Quando viene meno questo rispetto, nascono le neoformazioni, o neoplasie o, per dirla dritta, il cancro.

Il cancro altro non è che un insieme di cellule che hanno perso la capacità di controllo della proliferazione e non rispondono più all' inibizione da contatto con le altre cellule. Hanno evidentemente perso anche la cognizione del fatto che la morte di altre cellule corrisponderà inevitabilmente anche alla loro morte.

Ancora una volta, è un problema di comunicazione che rende inefficace la condivisibilità di una regola. Ragionando in termini reticolari viene da fare un’altra considerazione: è ben significativo che nelle riserve recintate della politica spesso ci si rimproveri di avere esercitato una cattiva comunicazione. Il fatto è che la comunicazione è per suo statuto ontologico sinceramente democratica. A fronte di una insincera democrazia non può esistere che una insincera (dunque cattiva) comunicazione.

mm

Qualche appunto per un metodo senza discorso
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 7 aprile 2008
L’idea di metodo somiglia a uno di quegli oggetti del passato, tra altri impolverati accantonati alla rinfusa negli scantinati della memoria. Il metodo è pazienza, sistematicità, tempo ritmato, prevedibilità, regolarità: tutte cose che sembrano appartenere ad un’archeologia dell’anima e che di fatto non esercitano alcun fascino.

Le irregolarità, di contro, hanno una loro forza magnetica, sembra indubbio. Il fatto è che questa forza si manifesta solo quando c’è una regolarità di riferimento. Dunque perché si rilevi l’irregolarità si necessita del metro della regolarità. Senza di esso non si rileva nulla se non la pura entropia, che è irrilevabile per sua definizione.

Tra le regole positive ce ne sono alcune che sono tanto vecchie da avere fatto perdere la memoria della loro originaria ragione, che pure conservano. Altre che sono solo vecchie e ragione, probabilmente, non ne hanno mai goduta se non per gruppi ristretti d’individui. Ci sono regole implicite, che si stratificano nel dipanarsi quotidiano delle nostre relazioni, in silenzio, senza mai dichiararsi, eppure esercitando tutta la loro forza condizionante nelle nostre scelte.

Altre esplicite, scritte a chiare lettere che sembrano essere state formulate giusto per poi, nei fatti, essere smentite o tradite dai bari di professione. Le regole trovano sempre una loro giustificazione o una legittimazione, più o meno imposte, più o meno condivise.

Sembra superfluo dirlo: ciò che dovrebbe essere oggetto di ragionamento non sono le regole in sé, quanto piuttosto le loro giustificazioni, i processi di legittimazione, le modalità d’imposizione e/o di condivisione.

mm


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Mail dall’Amico Berlinese
post pubblicato in CORRISPONDENZE, il 6 aprile 2008
Ciccio sai cosa? Il tuo blog così com'è non può funzionare. Secondo me sei troppo prolisso, devi importi un limite di un post al giorno e  neanche tanto lungo (i blog più seguiti lanciano un post ogni due giorni, ma anche meno). Poi dovresti togliere il visto alla pubblicazione, altrimenti togli anima al blog, tronchi la discussione che è dinamica e in tempo reale, se anche ti arrivano improperi è buono, perchè troverai dei paladini che interverranno per difenderti, e questo aumenta i commenti. Chi interviene vuole vedere il suo commento immediatamente pubblicato, e chi viene dopo magari può intervenire sull'ultimo intervento e così via l'argomento si sviluppa. Ma se tu appena approvi un commento a un post e lo rendi visibile, poi seppellisci tutto con un nuovo post, rompi questo meccanismo che è il motore di un blog. Un blog è personale ma fino a un certo punto, è anche
di chi ti segue.

Visto che li seguo da anni come lettore ti dico come funziona.
Chi entra legge solo l'ultimo post, difficilmente legge il passato, e se lo fa lo fa solo la prima volta che accede a un nuovo blog per farsi un idea. Se deve lasciare un commento lo fa solo ed esclusivamente sull'ultimo post, nessuno mai e poi mai commenta un post che non sia l'ultimo.
[…]
Insomma internet è interazione, non passiva fruizione di contenuti. Altro dal leggere un libro. Il blog è una specie di bar, di circolo a cui si aggregano le anime che si assomigliano, ma ci sono anche gli intrusi, e sebbene la piattaforma ti dia gli strumenti per controllare e bloccare gli intrusi, farlo con un bar appena aperto vuol dire perdere "clienti".
Tutto questo sempre che ti interessi questa impostazione. Non c'è nessuna critica al tuo operato intendiamoci, ti comunico solo ed esclusivamente la mia esperienza in questo ambito.
tchuss!

Ho ricevuto questa mail dal Der Neku che mi invita a riflettere sulle modalità con cui ho impostato questo blog. Ve la propongo e chiedo a voi ospiti avventori coautori (occasionali e non) di questo blog cosa ne pensiate. Anche questo serve a rendere migliore il lavoro di tutti.

Buona domenica

mm


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L'istinto dosatore
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 5 aprile 2008
L'altro giorno Eloisa ha tirato fuori il suo Guarnèri. Pensavo che mi prendesse in giro e invece ce l'ha davvero. Un Guarnèri... quando ha aperto l'astuccio mi sono sentito quasi male... un Guarnèri... me lo ha porto con le mani tremolanti da Parkinsoniana esperta e l'idea che potesse cadere a terra mi ha provocato un brivido d'indicibile emozione. Trent’anni anni che non lo toccava, trent’anni quel gioiello di liuteria italiana chiuso in un armadio fragrante di lavanda. Dio conservi la splendida incoscienza di questa nobildonna, che con una pensione da euro 600 (seicento) si concede il lusso di conservare nel buio di un cassetto uno strumento del valore, forse, di circa tre miliardi di vecchie lire. Non mi ha voluto dire come fosse venuta in possesso di quel tesoro. Si divertiva a fare la giovinetta bizzosa lasciandomi immaginare storie di ogni genere. Appena ho toccato il Guarnèri, una scossa calda mi è salita lungo il braccio penetrandomi nel setto nasale e trafiggendomi la ghiandola pineale: era tenere il Graal tra le mani. Un mito è un mito e quando ci entri in contatto fisico, se non sei forte ci puoi anche restare azzeccato. Ho pizzicato le corde di minugia e la prima è subito schizzata ma Eloisa non si è scomposta, annuiva col capo (sempre da Parkinsoniana) e sorridendo ha tirato fuori dal cassetto una vergine, preziosissima muta "Strad" senza dire una parola e senza dire una parola ho aperto la bustina e mi sono messo all'opera. Mai riparato niente di più prezioso in vita mia. E non sto parlando di soldi. Messa su la prima corda, contagiato forse dal tremore di Eloisa ho proceduto tremando a dare via via alle corde la giusta iniziale tensione, tanto per tenere su ponticello e reggicorde…

A proposito, quella storia di Paganini che preso da fervore virtuoso spezza tutte le corde del violino e finisce il concerto suonandone solo una, è una grossa bufala di Mondraghetto, visto che se almeno due corde, possibilmente distanti tra loro, non restano al loro posto, il ponticello cade ed il violino si smonta fra le mani. È un equilibrio di forze precario che regge tutto il sistema, come sempre. Lo dice anche Max Fantastico.

Insomma finito il lavoro, ho tirato fuori il mio accordatore elettronico, di quelli che ti tirano dietro ad euro 5 (cinque) quando passi fuori a un negozio di strumenti musicali. Eloisa per un attimo ha smesso di tremare e severa mi ha guardato:

- Che devi fare con quel congegnino?

- Come che devo fare... accordo, no?

- Accordalo a orecchio

- A orecchio?

- Lasciati guidare, ascolta…

Intuisco che qualcosa d'eccitante sta per accadere. Imbraccio il violino... appena accostato al mento un profumo di resine ignote mi ha accarezzato… l’alito del mondo mi ha sfiorato il viso. Un attimo, l'archetto: un vecchio lamì con la punta a forma di prua di piroscafo, leggero ma talmente leggero da inclinarsi al peso di una farfalla. Due, tre colpi di alto-basso alla seconda corda, col riccio appoggiato sul leggìo ruotavo il pirolo... poi l'ho sentito, ne ero certo. Era lui. Ho tirato fuori l'accordatore elettronico sotto lo sguardo compiaciuto di Eloisa da esperimento riuscito… 440 hz, 0% di deviazione: il LA perfetto.

Non so spiegarmelo ma ho sentito un nodo al naso, come un'allergia improvvisa. Il mito, la leggenda che diventa realtà sotto il mio muso. Un violino che sa, che sa, che non pensa ma che sa e te lo comunica con un una nota, che non sai come fa ma lo fa, una nota che arriva, ti ferma la mano e ti dice: "va bene così, ci sei, puoi fermarti".



Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA Perfetto, 2006


Giochi a somma esponenziale
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 5 aprile 2008
[…] C'è una cosa però che trovo veramente spiacevole ma evidentemente fa parte della natura a controcanto delle cose e quindi non è riparabile, perché suona proprio così. È quando la perdita di alcuni produce guadagni per altri… Oppure viceversa. Cicco li chiama “giochi a somma zero”, il che mi fa pensare che non valgano niente. Penso a Carlo Martellone, che l'altro giorno, mentre gli salvavo un file che stava per annegare, mi spiegava tutto soddisfone di come è riuscito in tre anni a ridurre i costi di produzione della sua fabbrica La Pomoduria Novella: ha acquistato una macchina d’inscatolamento che funziona con quattro persone solo, le altre dieci le ha licenziate. Adesso il suo pelato ha un prezzo ancora più concorrenziale ed una qualità superiore (a detta sua risparmia sulla manodopera e investe in qualità della materia prima) tutto a vantaggio dei consumatori, diceva convinto ed io pensavo sì ma i dieci che hai licenziato? Non sono a loro volta dei consumatori? Lui ha letto i sottotitoli che mi scorrevano sulla fronte…

- Certo, mi dispiace per loro… con la concorrenza che mi alita sul collo e che se ne inventa una ogni giorno per abbassare il prezzo… lei che avrebbe fatto?

- Lei chi?

- Lei, Carmatore!

- Io? Non lo so… avrei parlato con la concorrenza… avrei proposto di lavorare in un clima più cooperativo, senza alzare il tiro in continuazione, magari guardando gli interessi di tutti, produttori, consumatori, lavoratori… che poi sono sempre le stesse persone… no? Non si può fare così?

- Come!

- Ecco…

- Ah, caro Carmatore… ma dove vive!

- Io? Calata Frescobaldi 25…

- Bravo. Lei vivrà cento anni! Lei è un uomo contento…

- Ci tento. Ho un portiere molto gentile che alle volte mi fa trovare anche la posta e certe volte mi legge le sue poesie. E i dieci licenziati che fanno adesso?

- E che ne so.

- E… va bene così?

- Va male per loro, bene per altri... Poi d'altro canto se le tecnologie vanno avanti… bene per tutti: consentono agli uomini di risparmiarsi lavori da bestie

- Questo è vero…

- E poi le nuove macchine vanno acquistate, perché altrimenti, se poi non si vendono, quelli che le producono devono poi licenziare, le pare?

Ed anche questo è vero. Tuberi, che… che trama complessa. Comunque vadano le cose, c'è sempre qualcuno che va bene e qualcun altro che va male. Somma zero. Va bene così. L'importante è che almeno si faccia a turno e che i turni siano brevi, altrimenti si comincia a credere di essere perdenti o vincenti assoluti. E certi assoluti fanno male alla testa. Che si faccia a turno…

- … e allora, cominci a contribuire anche lei alle nuove assunzioni: questo computer si è fatto troppo vecchio ed anche questa stampante, non vale la pena ripararla… si metta l’animo in pace e compri tutto nuovo che è meglio, caro signor Martellone. Euro cento per la chiamata. Grazie.



Cicco dice che, in realtà, ci sarebbe un sistema per uscire dal circolo vizioso del dare e dell’avere, dal gioco a somma zero, insomma.

- Basterebbe praticare l’esercizio del dono per il dono…

- Cioè?

- Molto semplice. Di norma, ogni dono che facciamo è naturalmente legato all’intenzione di donare e all’attesa della restituzione, dunque anche il dono è costretto nel circolo vizioso del dare e dell’avere. Il dono per il dono, invece, della reciprocità non gliene frega niente…

- È quello che pratichi di norma, Cicco…

- Benozzo… come il tabacco, il dono, per essere un dono, deve andare in fumo… ce l’hai una cicca?

- Non fumo… (vent’anni che non fumo e lui ci prova sempre)

- … e se davvero si riuscisse a spezzare la prevedibile simmetria del dare avere… si spalancherebbero le porte alla reciprocità a largo raggio.

- Sarebbe ‘sta reciprocità a largo raggio?

- Sarebbe? Tu mi dai una cosa, ed io non ti do niente in cambio

- Dov’è la novità?

- Se io ti restituissi, il circuito si chiuderebbe e buonanotte. Invece se io non restituisco a te, resto nell’ottica del debitore, ed ogni volta che incontro qualcuno sul cammino, sono propenso a dare perché a ricevere ho già ricevuto. Ora immagina se tutti ragionassero in questo modo…

- … il gioco non sarebbe a somma zero…

- Bravo Benozzo. Sarebbe a crescita esponenziale.

Insomma Cicco, il fatto che tu non mi restituisca mai le cose che ti presto dovrebbe rendermi felice perché fa di te un uomo migliore? Che dirti… sei un amico e ti credo. Prendo nota e passo avanti.



Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA Perfetto, 2006.






Tre aforismi sulla fiducia
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 4 aprile 2008
 1) La fede pubblica è la precondizione dello sviluppo economico (Antonio Genovesi)

2) La fiducia, la buona fede, è alla base sia dei commerci sia della convivenza sociale (Pietro Verri)

3) Senza fiducia non ci si potrebbe neppure alzare dal letto la mattina (Niklas Luhmann)

Dormire poco.

mm


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Cercare spiegazioni
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 4 aprile 2008
 A meno che non si tratti di istruzioni per l’uso di qualcosa, non cercare spiegazioni. Fuori dall’uso strumentale, si può solo interpretare.

Non cercare spiegazioni di fronte agli eventi sconquassanti che l’esistenza riserva per ciascuno di noi. Non ci sono spiegazioni. Al più, si possono elaborare buone interpretazioni, che valgono molto di più, perché danno tonica organicità a quello che è accaduto e, soprattutto, a quello che può ancora accadere. E se belle sono le interpretazioni, bello ne conseguirà in agire.

Non chiedere spiegazioni, soprattutto ai diretti interessati, di comportamenti che possono apparire ai nostri occhi come senza fondamento. Ciò che diranno non sarà né più né meno plausibile di quanto noi stessi non possiamo comprendere da soli. Ciò non esclude che ascoltare l’altrui interpretazione possa aiutare a rendere più spaziosa la nostra.

Max Maraviglia, Appunti per un metodo senza discorso


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I furbi
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 3 aprile 2008
C’è gente che si crede molto furba e anche molto libera perché ripudia il concetto di unità. Assomigliano a quelli che, dopo aver saputo che la maggior parte delle vittime di incidenti ferroviari viaggia nell’ultimo vagone, organizzano una manifestazione per chiedere che si elimini questo vagone dai treni; o a quelli che, scoprendo che la maggior parte delle morti avviene in ospedale, propongono la soppressione di queste istituzioni per farla finita con la morte; o a quelli che credono che nelle coppie di termini correlati (sopra-sotto, destra-sinistra, pesante-leggero, ecc.) basti sopprimere uno dei termini per potenziare l’altro. E si credono tanto furbi!


Ignacio Gómez de Liano, Sul Fondamento – Istruzioni per l’uso della filosofia nella vita, Milano, 2003



I furbi, siano essi di centro, di destra o di sinistra, di sopra, di sotto, che credono di vincere o di perdere, saranno un giorno reperti fossili di scarso interesse nella storia antropologica delle coscienze. Forse lo sono già.


Io vinco, tu perdi, più uno, meno uno, uguale zero… questo girare a vuoto come vite spanata in un legno marcio, non vale niente: è un gioco a somma zero. Se gioco deve essere, ed esserlo deve, sia a somma esponenziale.

Riprenda ognuno a dare quello che può. A cominciare dal sottoscritto.

mm




Siamo tutti responsabili. Io più di tutti.
(F. Dostoevskij)

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Il difetto della perfezione spiegato da mio figlio
post pubblicato in OPERETTE FILIALI, il 2 aprile 2008
Interno sera. Padre e figlio riassumono i passaggi curiosi del giorno trascorso. Distesi sul letto il padre ha terminato i suoi argomenti. Il figlio continua ad esplorare possibili spunti di conversazione. Le mani del figlio davanti alla luce del piccolo abat-jour si muovono alla ricerca di improbabili ombre cinesi da proiettare sullo sfondo della tenda.

F: (muovendo le dita) Questo che sembra?

P: Un cane lupo?

F: Bravo. E questo?

P: Non so… un mastino?

F: Dove lo vedi un mastino?

P: Le mascelle cascanti…

F: Non volevo fare un mastino…

P: Cosa, allora?

F: Non lo so. Questo ti sembra un coniglio?

P: Non lo vedo un coniglio…


Pausa. Il figlio intreccia le dita, sperimenta…


F: E questo cosa ti sembra?

P: Questo mi sembra un coniglio!

F: (leggermente contrariato) È la stessa ombra di prima.

P: Ah si?

F: Si. Perché quando ti ho detto “questo ti sembra un coniglio?” tu hai detto “no!” e quando ti ho detto “cosa ti sembra?” e ho fatto la stessa ombra, tu hai detto “questo è un coniglio?”

P: Eh?

F: Ti ho fatto due volte la stessa ombra. La prima volta ti ho chiesto “ti sembra un coniglio?” e tu hai risposto “No”. La seconda volta ti ho chiesto solo “cosa ti sembra?” e tu hai risposto “un coniglio!” ed era la stessa ombra di prima… perché?

P: (riflette cercando di sondare la consistenza della curiosa domanda e si accorge che è più impegnativa di quanto non sembrasse all’inizio, e sono già le undici di sera… potrebbe partire dallo spiegare il concetto di “probabilità positiva e negativa” nell’atto comunicativo, dell’entropia… ma come si fa a un ragazzino di otto anni? E poi perché un ragazzino di otto anni deve fare domande così complicate? Con chi se la deve prendere? E sono già le undici e venti di sera?)

F: Papà… allora?

P: Sei ancora sveglio?

F: Aspettavo la tua risposta…

P: Ah, ecco. Allora… ecco… beh, insomma non è che…

F: (interrompendolo) Lascia stare. La risposta l’ho già trovata io.

P: (sollevato) Ah si? E quale sarebbe?

F: Se io ti dico “ti sembra un coniglio?”, tu, nell’ombra, cercherai la perfezione del coniglio, quindi del coniglio non vedrai proprio nulla. Se io invece dico “cosa ti sembra?” tu nell’ombra vedi tutto quello che può somigliare al coniglio, perché non cerchi la perfezione del coniglio… è così?

P: (…)

F: … è così o no?

P: Dormi, Cicco…

Buio



(Max Maraviglia, Operette Filiali, marzo 2004)

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Atleti dell'anima
post pubblicato in Diario, il 1 aprile 2008
Ci sono quelli che vengono schiantati dal dolore. Quelli che diventano pensosi. Quelli che parlano del più e del meno sull’orlo della tomba, e continuano in macchina, del più e del meno, neanche del morto, di piccole cose domestiche, ci sono quelli che dopo si suicideranno e non glielo si legge in faccia, ci sono quelli che piangono molto e cicatrizzano in fretta; quelli che annegano nelle lacrime che versano, quelli che sono contenti, sbarazzati da qualcuno, quelli che non riescono  più a vedere il morto, tentano ma non ce la fanno, il morto ha portato con sè la propria immagine, ci sono quelli che vedono il morto ovunque, vorrebbero cancellarlo, vendono i suoi tre stracci, bruciano le sue cose, traslocano, cambiano continente, ci riprovano con un vivo, ma niente da fare, il morto è sempre lì, nel retrovisore, ci sono quelli che fanno il pic nic al cimitero e quelli che lo evitano perchè hanno una tomba scavata nella testa, ci sono quelli che non mangiano più, quelli che bevono, quelli che si domandano se il loro dolore è autentico o costruito, ci sono quelli che si ammazzano di lavoro e quelli che finalmente si prendono una vacanza, ci sono quelli che trovano la morte scandalosa e quelli che la trovano naturale con l’età-per-cui, circostanze-che-fanno-sì-che, è la guerra, è la malattia, è la moto, la macchina, l’epoca, la vita, ci sono quelli che trovano che la morte sia la vita.

E ci sono quelli che fanno una cosa qualsiasi. Che per esempio si mettono a correre.

Daniel Pennac, La fata Carabina, Milano, 1996.

(dedicato al Ribelle da parte dell'Amico Berlinese DerNeku)

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Prove pratiche della Resistenza di Dio
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 1 aprile 2008
Ricordo le cene a casa di Uberto a Milano; si rideva sempre come matti. Una volta mentre gli altri raccontavano l’ennesima barzelletta, Uberto, che era ateo e leggermente brillo, mi si avvicinò all’orecchio, chiedendomi sottovoce: “ma Giovanni, tu che sei filosofo, detto tra noi, dimmi: Dio esiste?” Gli risposi “Si…” e guardando i nostri amici che ridevano a crepapelle aggiunsi: “… non lo vedi?”.

Amo le famiglie dove cibo, discorsi, canti e balli sono intrecciati, contemporanei, perché danno un’idea dell’essere umano non cartesiana ma aristotelica, dove corpo e anima, cibo e discorso, movimento, musica e canto sono una cosa sola. Amo le famiglie dove si prega prima di mangiare, e si canta alla fine. Mi mancano le chitarre e le fisarmoniche che impazzavano, i tanghi, le mazurche, le tarantelle, in Sicilia, in campagna nelle feste di San Giuseppe, noi un po’ ebbri ma coscienti al punto da capire che non era un sogno.


Giovanni Ventimiglia, Vizi. Esercizi per casa, Milano, 2007.

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Pragmatica del filoso-fare –Primo Assioma
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 1 aprile 2008
Definire. Mettere a fuoco i contorni dell’idea. Verbalizzare, fare i conti col rischio dell’imprecisione, dell’inappropriatezza, del deja vu, deja entendu, del tradimento che ogni forma d’esplicitazione reca con sé. D’altro canto, si procede per approssimazioni successive: se si vuole lavorare a un’idea è pur necessario fermarla, magari inizialmente alla men peggio, accettare di vederla scivolare da ogni parte, ribellarsi come inquieto polpo al goffo e in qualche modo crudele tentativo di fissarla con un po’ di punessine. Ma tant’è. Via tutto e procediamo a mani nude. Proviamo intanto con un primo assioma, ricalcando altri assiomi, per definire quest’ipotesi di filosofia pratica (o integrante?) che molto ha a che vedere col comunicare.

Primo assioma - Non si può non filosofare: dietro ogni agire è sottintesa una qualche visione del mondo, idee più o meno calcificate. Ogni persona, che lo voglia o meno, nel suo agire esprime una qualche forma – seppur generica e confusa - di pensiero, anche quando non ne è consapevole o quando ricusa l’idea di una filosofia. Ogni scelta, così come ogni non-scelta, reca con sé un’idea di fondo, definita o larvale che sia. Ne consegue da quest’assioma che la filosofia non si manifesta solo quando è prodotto di pensiero presente a se stesso: il solo dasein produce, che lo si voglia o no, visioni e rappresentazioni (chiare o confuse che siano). Esiste dunque una necessità ineludibile dell’esercizio del pensiero connaturata allo stesso vivere. Resta comunque inteso che tale esercizio di pensiero, per trasformarsi in volontario, presente a se stesso e permanente, richieda non solo un costo mentale ma anche un’assunzione di responsabilità piena dell’agire.

Il rifiuto di pensare in maniera volontaria, presente e permanente (dunque di esercitare un qualche forma di filosofia pratica) corrisponde al rifiuto di quest’impegno e all’automatica assunzione su di sé e sui propri contesti di appartenenza, di disagi ed infelicità più o meno conclamate che ne possono conseguire. In altri termini: se non si accetta volontariamente la possibilità di una “filosofia integrante”, forzatamente si dovrà accettare l'ottusa insostenibilità dell'esserci.

Max Maraviglia

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