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Le solide ragioni dell’ottimismo
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 31 maggio 2008
Pangloss insegnava la metafisico-teologo-cosmostoltologia. […] «È dimostrato» diceva «che le cose non possono essere altrimenti, poiché, in quanto tutto è fatto per un fine, tutto è per il fine migliore. Notate che i nasi sono stati fatti per reggere gli occhiali, e noi abbiam bene degli occhiali. Le gambe, visibilmente, sono costituite per le calze. Le pietre sono state formate per essere tagliate e far castelli, e monsignore ha ben un bellissimo castello: il maggior barone infatti della provincia, dev’essere il meglio alloggiato; e i maiali essendo fatti per essere mangiati, noi mangiamo del porco tutto l’anno: conseguentemente coloro i quali han preferito che tutto è bene, hanno detto una stoltezza; bisognava dire che tutto è per il meglio.»

Voltaire, Candido, Parigi, 1759.


Allo stesso modo in cui il denaro è fatto per fare ricchezza, la produzione per sostenere il PIL e le malattie per sostenere i medicinali (l’elenco delle buone ragioni e dei fini migliori è alquanto lungo).

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Le voci delle cose
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 23 maggio 2008
[…] Poi col tempo ho iniziato ad intuire l’esistenza di un genere femminile che oserei definire “trasversale”… sono donne che non hanno epoca e nemmeno un’età… cambiano le mode, i modi, i sentimenti, le pulsioni ma loro sono lì, presenti come un suono essenziale che non appena cerchi di chiudere anche con un solo aggettivo, ecco che sfuggono ad ogni definizione. Sono anime fluenti, le riconosci dal fatto che non sono riconoscibili se non dal fatto che non sono riconoscibili. Forse sono più di quante non si creda ma proprio perché di rado si lasciano scorgere, di rado ne incontri ma ne basta una sola e le hai poi conosciute e respirate tutte. Io quella che ho incontrato si chiama Evelina e col suo nome adesso chiamo tutto ciò che non può avere nome.

Evelina è un effetto annoso della scarsa perizia di Cicco nel prendere indirizzi a penna. Mi segnalò un giorno il caso di suo cugino Nunzio il fotocopiatore al quale regolarmente smolla – ancora oggi - etti di manoscritti suoi per farseli fotocopiare. Gratis, naturalmente. Così giunse il momento di sdebitarsi. Attraverso le mie capacità riparatorie…

- Beniamino quando hai un momento… (grufola nel portafogli che è un vero portafogli, nel senso che dentro ci tiene solo foglietti smandrappini, poi tira un vecchio biglietto scaduto con annotato a matita un indirizzo illeggibile e me lo porge)

- Che devo fare?

- Dovresti andare a fare visita a mio cugino…

- Perché?

- Si è rotta una vecchia fotocopiatrice e nessuno la riesce a riparare

- E io che dovrei fare?

- La devi riparare!

- Io?

- E chi, io? Dài che ci dobbiamo sdebitare…

- Ti devi sdebitare!

- Fà lo stesso fà lo stesso… è un gioco di reciprocità a largo raggio…

- Cicco, con questa storia della reciprocità a largo raggio mi hai rotto…

- Ripàrati. Dài, quando puoi. Questo è l’indirizzo…

Via Campegna 21… sta scritto 21 o è 31? Grafia di cacca che hai Cicco… scusi il 31? Non esiste 31… allora è ventuno… 27… 25… 23… ventuno! Non mi dà l’idea di essere una fotocopisteria… va beh, entro e chiedo. Che è, un rigattiere? Musica… Gluck, mi pare… Orfeo ed Euridice? Mi pare… C’è nessuno?

- Permesso… buongiorno…

Non c’è risposta. M’inoltro nella cavernina dove nel fondo intravedo una figura in camice, cuffia e mascherina da chirurgo china a strofinare con delicatezza una vecchia cassettiera. Non voglio disturbare… qui Nunzio il fotocopiatore non c’è… vado… di spalle la voce mi raggiunge: è voce donna

- Cerca qualcuno?

- Eh? Si ma… non volevo disturbarla, buongiorno…

Cala la mascherina, via la cuffia ed è un’esplosione di capelli neri…

- Buongiorno a lei

- Cercavo… (chi è che cercavo?)

Pausa. Lunga pausa. Ho il tempo di benedire la pessima grafia di Cicco che suo malgrado mi ha condotto al cospetto di questa piccola folgorazione che adesso mi sorride, poi mi scruta socchiudendo gli occhi, poi sorride ancora…

- Ci conosciamo?

- Ci conosciamo? E sì che ci conosciamo! Ora mi sfugge dove… non saprei… forseeee… (non mi sovviene niente. Invento?)

- Non ha importanza

- No…

- Posso esserle utile?

- Utile? Oh sssi. Cercavo il numero ventuno…

- Il Numero ventuno è questo… chi cerca?

- Cercoo… (leggo) Centro Copie Cornucopio 3000 di Falso Nunzio.

- Non è qui mi dispiace.

- Ne avevo il sospetto… Vabbe’, avranno sbagliato a darmi l’indirizzo… si legge male… la grafia di certa gente… (la folgorazione coglie graziosamente con le sue sottili dita il cicchico biglietto smandrappino che agito nell’aria)

- Permette? (legge e sorride) Ecco l’equivoco. C’è scritto via Campegna, qui siamo in via Compagna

- Sono nel posto sbagliato…

- Direi

Direi di no. Cicco, suo malgrado, mi ha dato un indirizzo giusto. Mi dispiace per Nunzio il fotocopista. Come posso prolungare la mia presenza al cospetto di colei? Non posso.

- Va bene così

- Se lo dice lei

- Scusi ancora il disturbo

- Nessun disturbo

- Allora… le auguro una bella giornata

- Anche a lei

- Vado…

Vado vado vado… ma dove vado che sono al posto giusto? Vado… aspetta! Qui magari la trovo… la cerco da una vita e non la trovo…

- Vendete cornici?

- Cornici?

- Cornici, cornici!


Ella avanza esitante nel passo quanto nella risposta

- ...No...

- Peccato… allora… di nuovo…

Sto per varcare l’uscio, quando la donna, inaspettatamente…

- Aspetti!

- (anche un eterno, se vuoi)

Appesa a un dito ha la cornice

- Questa le andrebbe bene?

- Perfetta… (davvero, è perfetta, in forma e misura)

- Le piace?

- Moltissimo. È proprio lei… Quanto le devo?

- Niente

- Perché niente?

- Perché non vendo cornici… questo è un pezzo che mi ha lasciato una cliente… gliela regalo.

- Mi mette in imbarazzo…

- Perché imbarazzo? La cornice con lei ha trovato un valore e il suo errore di lettura le ha fatto trovare una cornice… è un bel cerchio, no?

Così, il primo fiorire di Evelina nei miei giorni si lega all’immagine di un cerchio e alla cornice per la foto dei miei amici, in un giorno di allegrezza, al podere di nonno Oreste. Che nome si può dare ad una cosa bella e musicale come questa?


Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA perfetto, 2006.



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“Nzularchia” - Nel ventre umido di un incubo
post pubblicato in SUL TEATRO DI FORMAZIONE, il 21 maggio 2008
Si calpestano stracci, abiti smessi di bambini, si prende posto sul palco, non in platea. Dall’alto penzola un utero candido che avvolge un’appena intravedibile sagoma probabile di un feto. Il sipario stavolta non si apre – non subito, almeno -  e lungo i suoi drappi in brutta mostra vestiti appesi, disposti forse a ricordare gli uomini che un tempo li indossarono e che non ci sono più. Poi il buio, alternato a luci fioche come le voci impaurite di due interlocutori presi a ricostruire le tracce confuse di un ricordo rimosso o forse a cercare la via d’uscita da una prigione che – s’intuisce -  è fisica e mentale a un tempo. Oltre il buio della parete d’abiti, lampi intravisti appena di un temporale, vampe di un inferno tombato da cui voci sguajate rievocano i tempi di un’allegrezza crassa e perduta.

Difficile seguire il filo lungo il quale i due prigionieri dipanano le loro associazioni di pensiero. Le parole di una lingua familiare e aliena a un tempo scrosciano in un temporale, sonore, poi strozzate di paura, lucide, tintinnanti come pioggia sui vetri, e vanno a disegnare scene di un’infanzia negletta, di acerbe prove di coraggio, di giochi crudeli come quello d’infilzare le rane, di teste mozze intraviste nelle venature di una mattonella, di freddo, di ottusa orfanità.

Spettatori e attori condividono la penombra claustrofobica dello spazio mnesico, insieme percepiscono la voce onnipresente dell’Altro invisibile, orco/padre che vorrebbe – o avrebbe voluto -  un figlio a sua immagine e somiglianza, che impreca e minaccia per quei figli perduti, mai nati, mai “iniziati”.

Tutto richiama ellitticamente la presenza del sangue, che si smaterializza nell’astratta corporeità delle parole o nel lucore abbacinante di uno spazio inatteso oltre il muro che all’improvviso, dopo tanto oscuro colore marcio di muffa e di assenza, risucchia l’emozione dello spettatore, rivelando la presenza diabolica (separata, in lontananza) dell’orco/padre a suo modo innocente – forse un fantasma -  che molto ha ucciso perché altro non poteva, non sapeva fare: è il tempo della resa.

Se c’è una storia – e c’è di fatto – in questa Nzularchìa (lett. “itterizia”), non è di certo la cosa più evidente. Evidente è invece la plasticità barocca e grondante del testo di Mimmo Borrelli (vincitore del 48° Premio Riccione), a cominiciare dal titolo che quasi onomatopeicamente richiama lo spazio serrato, ombroso e angosciante in cui si aggroviglia il filo della memoria.

I richiami a una certa tradizione drammaturgica non mancano, e alcuni di questi dallo stesso Borrelli dichiarati in un’intervista: Moscato, certe chiuse di Eduardo, persino – sembra d’intravedere - suggestioni dal Camorrista di Tornatore, ma è una partitura che si spinge oltre tutto questo.

Concepito come una mescola dialettale fatta di contaminazioni di registri e tradizioni linguistiche arditamente eterogenee d’area partenopea, il testo alterna espressioni colte dal dialetto “aulico” accanto ad altre tipiche della comune parlata piccolo/borghese cittadina, con esiti musicali per lo più felici e qualche tratto – accettabilissimo – d’ingenuità.

Una ricerca col (più che sul) linguaggio che implicitamente dichiara la scelta di assumere distanza straniante dal tema troppo frequentato di “camorra e camorristi”, ed è proprio questa scelta a salvare la materia grezza del narrato dai toni realistici legati al troppo frequentato topos del malavitoso, e a questa operazione di salvataggio dalla banalità del male concorre il taglio registico di Carlo Cerciello che accentua i toni metafisici e irreali probabilmente già presenti in nuce nel testo.

Sicché la storia narrata (se di narrazione si può parlare) diviene lo sfondo pretestuale di un concertato scenico emozionante e pregiato (per pochi spettatori a sera) in cui l'interpretazione di Peppino Mazzotta (Gaetano), del giovanissimo Nino Bruno (Piccerillo), di Pippo Cangiano (Spennacore), le scene di Roberto Crea, le musiche di Paolo Coletta, i costumi di Antonella Mancuso, le luci di Cesare Accetta e gli effetti sonori di Hubert Westkemper s’intrecciano a disegnare la trama di un incubo, o di un’assenza, quella di un padre così come di un dio o, per converso, della sua presenza assurda e deviante.

Si esce dall’incubo cercando di comprendere ciò che si è visto e s’è udito, chiedendosi se ha ancora un senso oggi andare a teatro, oltre quello del puro intrattenimento. Se questo senso c’è, Nzularchìa è uno spettacolo che lo contiene tutto.

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(A Milano, Teatro dell’Arte, 27 maggio / 8 giugno 2008).



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Il sacro e l’armonia
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 19 maggio 2008
Che cos’è che gli uomini considerano sacro? Esistono, forse, nel funzionamento di tutti i sistemi viventi, processi tali che, se notizie o informazioni su questi processi raggiungono altre parti del sistema, il funzionamento armonioso del tutto viene paralizzato o sconvolto? Che cosa significa considerare sacro qualcosa? E perché è importante?

Gregory Bateson, Dove gli angeli esitano, Adelphi, 2002, p. 128.




Il sacro reputa forse le parole indesiderabili, perché alterano la natura delle idee.

Sacro è anche ogni vano tentativo che facciamo per trovare una parola non consunta o il modo per circoscrivere un silenzio.

Dei libri e forse ancor più del teatro ho sempre prediletto la parte non espressa. Certe forme d’incoscienza, in questo senso, hanno un che di sacro. Come nell’armonia.

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L’armonia è un quid raro
Adelheit
Non è oggetto fluido né sostanza
E non sempre ha il lucore della gemma.
L’armonia è di chi è è entrato nella vena giusta
Del cristallo e non sa né vuole uscirne.
L’armonia è vera quando non tocca il fondo,
non è voluta da chi non la conosce,
non è creduta da chi ne ha il sospetto.
A volte l’ippocastano
Lascia cadere un suo duro frutto
Sulla calvizie di chi non saprà mai
Se fu eletto o scacciato per abiezione.
L’armonia è dei segnati ma il patto è
che ne siano inconsapevoli. E tu
Adelheit lo sai da tanto tempo.
Hai conosciuto il tuo segreto senza
Che il dio che la elargisce se ne accorga
E sarai sempre salva. Anche gli dèi
Possono addormentarsi (ma con un occhio solo).


Eugenio Montale, L’Armonia, in «Quaderno di quattro anni», Einaudi, 1980, p. 538.


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L’Amico Superfluo
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 16 maggio 2008
Non ho paura di perdere gli amici, però mi piace coltivarli. Anche quando sembra che non funzionino bene. Peppe Cavanza è uno di questi. Lui è uno che il senso delle misure non le ha proprio registrate, ma dalla nascita. La madre racconta che andava a sbattere ogni volta col triciclo in faccia alle pareti e anche da adulto, continua a non sapere mai quando frenare. Al suo attivo vanta già circa quindici incidenti di entità varia e per questo quando usciamo nessuno più ormai da anni vuole andare in moto con lui. Ci ostiniamo a chiedergli di rinunciare alla guida, ma il problema è che se l'auto che adoperiamo è omologata per cinque, lui è il sesto e quindi è costretto a prendere la sua. Se andiamo in moto, lui è il terzo. Se prenotiamo al teatro de’ Turbamenti, ci sono solo sei posti e lui è il settimo. Quando a scuola si organizzava la partita di calcetto lui era il nono e allora per togliere occasioni di malcontento s'organizzava sul campo grande ma lui in un attimo si trasformava in dodicesimo. Un uomo insomma che non poteva neanche stare a porta. Quando doveva timbrare il cartellino al Collocamento, il giorno del suo appello semplicemente scompariva: esempio, il 3/2/ si timbra da Abele a Cavanti, il 4/2/ da Cavanze a Scognamiglio, che pure lo avrebbe fatto passare davanti alla fila. Se in vacanza si conoscevano tre ragazze, noi eravamo in quattro e – che lo dico a fare -  chi era il quarto? Insomma, mai che si sapesse cosa fare di Peppe, l'uomo che non perse e ancora oggi non perde un’occasione per rendersi superfluo. Qualche volta ho cercato di riparare il suo destino. Ad esempio, l'ultima volta ho rinunciato ad un concerto di musica stocastica neobalcanica per il quale Max Fantastico si era procurato quattro biglietti gratis, per lasciare il posto a Cavanza... nulla da fare: lui si è presentato in ritardo con un'amica incontrata all'ultimo momento e, naturalmente, il botteghino registrava tutto esaurito. Per non essere scortese con l'amica ha rinunciato allo spettacolo. È uno specialista in regali/doppione: se qualcuno ti regala un libro, stai sicuro che lui si presenta con una seconda copia, con tanto di dedica (quindi non si può manco cambiare). Se sei a corto di amiche, lui te ne procura quattro in un botto (ma noi siamo in due). Se si parla di donne, lui interviene rimembrando un'avventura della sua cagna Giacchino (da anni non ci chiediamo più quali oscure stringhe di comando mettano in moto le sue associazioni di pensiero) e se si parla di cani, gli viene in mente la sua ultima storia di cartelle esattoriali e ce la racconta nei minimi dettagli costi quel che costi. Se ti dà una pacca sulla spalla, è su quella ustionata e se ti stringe la mano, lo fa con una tale cordialità da farti passare ogni voglia di salutarlo per le puntate successive. Se incontra qualcuno che non vede da tempo lascia i saluti per persone morte ormai da anni, e se l’altro risponde “Purtroppo Tizio ci ha lasciato…” lui dopo un attimo d’imbarazzo risponde “Ah, mi dispiace… va beh – riprendendo subito il sorriso – salutalo lo stesso”, tanto per sdrammatizzare, dice. Anche ai funerali ride (in questo caso dice che è la tensione) e ai matrimoni propone brindisi esattamente nel momento in cui qualche invitato si sente male per il caldo o quando tutti stanno per andare via. Lui niente. Va avanti imperterrito, capace di trasformare ogni umano consesso in una comitiva di sconosciuti rinchiusi per sbaglio in una cella frigorifera di quelle per ibernare i manzi in Argentina. Ma è un amico e va bene così.

Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA perfetto, 2006.


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Frammenti di riflessi
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 14 maggio 2008
Ognuno di noi possiede, diceva William James, una sorta di curva di offerta di se stesso. Senza quasi rendercene conto, sfoderiamo certi risvolti della nostra personalità secondo l’interlocutore che abbiamo di fronte.

Juan Antonio Rivera, Tutto quello che Socrate direbbe a Woody Allen, Frassinelli, 2003, p. 83.


Il signor Keuner raccomandò un tale a un commerciante per la sua incorruttibilità. Dopo due settimane il commerciante ritornò dal signor Keuner, e gli chiese: - Che cosa intendevi dire parlando d’incorruttibilità? – Il signor Keuner rispose: - Dicendo che l’uomo da te assunto è incorruttibile intendevo dire: non puoi corromperlo. – Ah si? – disse il commerciante afflitto, - e invece ho ragione di temere che il tuo uomo si faccia corrompere perfino dai miei nemici. – Questo non lo so, - disse il signor Keuner senza interesse. – Ma non fa che lisciarmi, - esclamò il commerciante esasperato, - egli si lascia dunque corrompere anche da me! – Il signor Keuner sorrise vanitoso: - Da me non si lascia corrompere, - disse.


Bertold Brecht, Storie del signor Keuner, Einaudi, 2008, p. 13.


Essere responsabili dei propri comportamenti è già un bel traguardo. Sapere di rischiare di esserlo anche di quello degli altri è quasi olimpionico.

(dedicato a tutti noi che incolpiamo gli altri)

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Poesia esperita
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 12 maggio 2008
Saperla viva, e nel malessere, e in lacrime, questa mia banda di fratelli, medica in me ogni afflizione: la poesia va in cerca di un popolo, non di scaffali.

Guido Ceronetti, Compassione e disperazione, Torino, 1987.


Avevo poco più di vent’anni e davo lezioni private. Un giorno una ragazzina, poco più che dodicenne, mi disse: “Non mi piace la poesia, perché i poeti sono tutti tristi”. Avessi già vissuto allora le cose che vidi poi, le avrei risposto: “Bene. Allora comincia tu a scrivere poesie non tristi”. Mi limitai a darle ragione.

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Beniamino ed Eloisa
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 9 maggio 2008
[…] Iniziai a studiare da autodidatta, poi Cicco mi presentò una signora che abita nel palazzo di sua madre. È una vecchia violinista in pensione. Mi ha preso in simpatia e due volte alla settimana, da sette anni a questa parte, mi fa lezione. Cerco di esserle utile riparandole i rubinetti, le maniglie delle porte, il citofono, la sedia a dondolo e tutto quello che c'è da riparare, visto che nessuno le ripara niente. Ha un figlio che vive a Milano e non ha molto tempo da dedicarle ed un marito in fotografia su un vecchio pianoforte a muro marca Wurtzburgensteinoff & Weillermeister (mi pare). Si chiama Eloisa d’Epìtteto e mi ha chiesto di darle del tu. Adora gli animali (Stockhausen il gatto e Uga, una tartaruga che le sere d'estate esce sempre e poi fa tardi) e le barzellette sugli animali, fare scherzi e regalini, inondarsi di acqua di colonia e infarcirsi di cioccolatini al limoncello marca sospiri di Procida. Qualche volta glieli porto ma adesso non più. Una volta ne mangiò talmente tanti che si ubriacò e stette male per dieci giorni e non potemmo fare lezione. Ne fui seccato, visto che quando non posso suonare mi sento impedito nella respirazione, mi viene l'afta e pure i tic. Cicco Angelone che ha sempre una risposta a tutto dice che è autosuggestione e  non lo metto in dubbio ma questo non basta a farmi passare i disturbi. Quando suono invece sto bene, quando sfrego l'archetto sulle corde ben tese e accordate, mi sembra proprio di esistere. Eloisa qualche volta mentre facciamo lezione si addormenta. Non credo per noia, penso che sia il diabete. Allora smetto, me la guardo, le solletico l'orecchio con l'archetto… lei si risveglia, io riprendo più frescobaldo di prima e lei sorride compiaciuta dei miei progressi. A fine lezione beviamo una cedrata per aperitivo, le racconto a rotazione una delle tre barzellette che conosco, lei mi spiega come si prepara un buon sorbetto al limone e se non c'è niente da riparare, ci salutiamo. Lei aspetta che scenda almeno due rampe di scale, poi sento la porta chiudersi lentamente e alle volte mi arriva l'odore della sua acqua di colonia mescolata a quella dei suoi pensieri in ombra. Ogni volta mi chiedo se la rivedrò mai più.


Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA perfetto, 2006.



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Dalla morte alla vita – A ritroso
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 7 maggio 2008
Sono morto perché non ho il desiderio;
non ho desiderio perché credo di possedere;
credo di possedere perché non cerco di dare.

Cercando di dare,
si vede che non si ha niente;
vedendo che non si ha niente,
si cerca di dare sé stessi;
cercando di dare sé stessi,
si vede che non si è niente;
vedendo che non si è niente,
si desidera divenire;
Stripper Formato
desiderando divenire,
si vive.




René Daumal, Il lavoro su di sé – Lettere a Geneviève e Louis Lief, Adelphi, 1998.


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La vita come opera d’arte – postilla sul preartista
post pubblicato in PRAGMATICA DELFILOSO-FARE, il 5 maggio 2008

Se esiste una differenza tra le concrezioni della realtà e quelle prodotte e raccontate da una qualche forma d’arte, tale differenza è tutta qui: la realtà grezza è pura entropia, piegamento e ripiegamento continuo sul caso e sulla convenienza del momento, opportunismo spicciolo, tempo corroso, primario bisogno ipertrofico e obeso vestito talvolta da un qualche straccio di “nobile” idealità. A meno che non ci si voglia appellare a un criptico criterio compositivo d’ordine divino, bisognerà prendere atto che gli accadimenti della realtà sono contraddittori, ingiustificati e/o ingiustificabili, noiosi, rumorosi, frammentari, inconcludenti… in una parola: brutti.

L’opera d’arte, in quanto tale, versa al bello, non tanto perché vada alla ricerca di forme puntualmente gradevoli ai sensi (al contrario: le tendenze da un secolo a questa parte indicano tutt’altra direzione) quanto piuttosto perché rivela in controluce innervati di senso e coerenza interpretativa, anche quando sembra riferirsi a ciò che, nella realtà, apparirebbe in sé privo d’interesse e residuo di pura accidentalità.

Questa forma di bellezza non è solo appannaggio dell’artista propriamente detto (ammesso che esista una dicibilità propria dell’arte e dell’artista) dedito ad una disciplina specifica. Chiunque modelli tra le dita, nella testa e con l’ardire dell’addome la materia grezza dell’esserci per conferire ad essa coerenza compositiva nel senso qui inteso, meriterebbe a buon diritto almeno il nome di preartista.

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Il vento dice se sei felice
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 4 maggio 2008

Basta interpellare il vento per sapere se si è felici. Esso ricorda all’infelice la fragilità e la precarietà della sua abitazione e lo scuote dal suo sonno leggero e dai suoi sogni agitati. A chi è felice, invece, canta la nenia della sua sicurezza: il suo sibilo furibondo gli dichiara, senza possibilità di equivoci, che non ha più nessun potere su di lui.

Theodor W. Adorno, Minima Moralia – meditazioni della vita offesa, Torino, 1979, p. 47.


Non c’è cosa che non racconti di noi.

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Keuner bastona un professore di filosofia
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 3 maggio 2008

Dal signor Keuner, il pensatore, andò un professore di filosofia a raccontargli della sua saggezza. Dopo un po’ il signor Keuner gli disse: - Tu siedi scomodamente, parli scomodamente, pensi scomodamente - . Il professore di filosofia andò in collera e disse: - Non è su di me che volevo sapere qualcosa, ma sul contenuto di quanto ho detto. – Non ha contenuto, - disse il signor Keuner. – Ti vedo procedere goffamente e non è una meta quella che raggiungi mentre ti vedo procedere. Parli in modo oscuro e dalle tue parole non proviene alcuna luce. Non vedo la tua meta, vedo il tuo atteggiamento.


Bertold Brecht, Storie del signor Keuner, Einaudi, 2008, p. 39.


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Tra Evelina e il violino c’è di mezzo il mare
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 2 maggio 2008

Evelina è voce crema di mirtilli, pensiero nitido e luminoso ed occhi d'animale incantato che all'improvviso si svegliano e pennellano guizzi intorno mentre le mani leggere e sottili sorvolano dando nuovamente vita e luce a cose vecchie, impolverate e sgangherate. Spennella, strofina, ridisegna paziente su antiche icone sacre e mobilia di pregio ma ella è capace di riportare alla luce valore e senso anche a una buccia di limone, a una scatola vuota di fiammiferi, a una lampadina fulminata: è una sua specialità.

Qualche mese dopo che ebbi incrociato per un varco del piccolo caso Evelina, incontrai per gentile concessione del superdio Caso, da un rigattiere, un vecchio violino smantellato e fu ciò che non ha nome a prima vista. Mi chiese in cambio lire in ragione di 50.000 (cinquantamila) e gliele diedi volentieri. Lo strumentino aveva un fianco trafitto e la fascia da rifare. Intuivo in esso qualcosa di prezioso da potere recuperare, non sapevo cosa, poi compresi: la donna della cornice. Ed eccomi di nuovo alla volta della cavernina al 21 di via Compagna…


- C’è nessuno?

- Avanti… oh salve! Di nuovo sbagliato indirizzo?

- No, questa volta sono qui di proposito

- Un’altra cornice?

- Non esattamente. Posso mostrarle una cosa?


Tiro fuori dalla custodia il violino ferito


- Che gliene pare?

- Sta messo maluccio…

- Da gettare?

- Ma no, che gettare

- Si può restaurare?

- Direi proprio di sì

- Sa a chi posso rivolgermi?

- A me

- Restaura anche violini?

- No, ma se si fida…

(Non so esattamente cosa si intenda per fiducia, ma se è quella cosa per cui si prova un’istintiva voglia di adagiare il mondo nelle mani di qualcuno…)

- Qual è il suo nome?

- Evelina…

(ecco, io questa cosa preferisco chiamarla Evelina)

- …e il suo?

- Beniamino. Davvero farebbe una cosa del genere?

- Penso di si… ho bisogno di un po’ di tempo però

- Abbiamo l’eterno davanti…

- In un po’ meno ce la dovrei fare.


Passò un po’ meno dell’eterno, poi un giorno compravo mele quando sento qualcuno di spalle…


- Lo hai abbandonato!

- Eh? (mi volto repentino al suono di voce accarezzante) Evelina! Come stai?

- Io bene. Anche il tuo violino. Quand’è che te lo vieni a ritirare?

Da allora, quel violino, che ha assorbito qualcosa di Evelina, ha un suono che muove le foglie del mio benjamin. E se mi concentro, in certi giorni che il tempo non ha deciso ancora se tirare verso il brutto o il bello e sono in riva al mare, se trovo le cinque note giuste (non sono mai le stesse), vedo sollevarsi piccole onde d'acqua silenziosa.


Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA perfetto, 2006.


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permalink | inviato da Max Maraviglia il 2/5/2008 alle 1:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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