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Delvedere
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 30 giugno 2008
I ciechi mi hanno sempre affascinato. Da piccolo - ma credo che chiunque abbia fatto questo gioco - chiudevo gli occhi per vedere se riuscivo a camminare al buio. Ne ho collezionati di bomboloni sulla fronte e sulle rotule. Mio nonno Oreste mi diceva sei scemo ma poi quando gli spiegavo cosa facevo, allora ci provava pure lui. Giocavamo a fare i ciechi e credo che la cosa gli sia risultata utile quando poi cieco lo è divenuto per davvero. Bubboli a parte, cercavo di capire cosa vedessero i ciechi, sentire come sentono i ciechi, tastare i pensieri di un cieco. Pensieri più densi, voci più dense, qualcosa di più denso hanno i ciechi. È così. Quando qualcosa viene meno ecco che se ne potenzia un'altra, perché la giusta quantità del sentire possa nuovamente equilibrarsi ed esprimersi nel pieno delle sue possibilità. Questo è quello che dice Max…

- L'organismo, fin quando può, compensa sempre, si autoripara molto più di quanto non si potrebbe fare con interventi esterni… e se l'organismo non può riassorbire la sua disattenzione, è molto difficile che altri possano qualcosa…

Insomma, Max, da grande medico quale è, dice che la malattia se è guaribile, guarisce da sola e se inguaribile, è inguaribile…
Ma insomma, un medico che dovrebbe fare?

- Osservare, cercare di capire e amabilmente conversare per aiutare a capire anche il diretto interessato quale opportunità di conoscenza la malattia stia cercando di offrirgli.
- E basta?
- In certi casi, tentare l’agevolazione di un miracolo che qualche volta, per benevola congiuntura superna, riesce, alla faccia dei miscredentes…

E questo è Max. E per questo si chiama Fantastico.
 
Carlo Soma non è dello stesso parere. Lui ha fede infinita nel Camice Bianco e terrore da fine millennio per ogni malattia. Dell'ipocondria ha fatto uno stile di vita e se avesse potuto, ne avrebbe fatto una professione. E così, quando l'oculista gli ha diagnosticato un inizio di presbiopia, è corso alla Fondazione per non vedenti Guardascione e si è iscritto come socio sostenitore dice non si sa mai. La settimana scorsa ha tanto insistito perché lo accompagnassi al Pranzo di Beneficenza offerto dall'Istituto e io sono andato e bene feci, perché vidi cose che mai avrei potuto immaginare di poter vedere…


(continua)

mm e ndf, Il LA perfetto, 2006.
 

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permalink | inviato da Max Maraviglia il 30/6/2008 alle 22:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Sul teatro di formazione
post pubblicato in SUL TEATRO DI FORMAZIONE, il 22 giugno 2008
Il dèmone tragico qui evocato è plastico, etico, eclettico, ellittico ed estetico.
I suoi suggerimenti fanno dei suoi ospiti eccentrici scienziati dell'umano che percorrono strade parallele, curvanti, cieche, a doppio senso, dissestate. Strade che a volerle tracciare su un foglio restituirebbero l’immagine di una rete a maglie irregolari. In questa rete c’è un’area (o un'aura) cara in particolare, un centro fluido, vibratile; un’area cui, dovendo proprio, il dèmone darebbe il nome provvisorio di Teatro di Formazione. Un territorio irregolare, con molte zone non ancora esplorate e altre, talmente fitte, da non riuscire più nemmeno ad ospitare un granello di polvere.

Volendo indicare i confini di questo territorio direbbe che a nord sfiora la filosofia, a sud lambisce la poesia esperita, ad est contiene il quotidiano, la vita rumorosa accidentata e scardassona; ad ovest si dissolve in nostra sana terra di teatralità.

Al centro, uomini che con pazienza e perizia modellano volenterosamente, liberamente la loro maschera (dramatis personae); un campo di gioco dove le regole di volta in volta possono essere ricompilate, per recitare-giocare-suonare spartiti e canovacci, fitte e rade drammaturgie. Ciò che importa non è che il gioco duri molto o poco, ma che sia ben recitato, ben concertato.

Il teatro di formazione trasforma i personaggi in persone e, in alcuni casi, anche viceversa. Non emula la realtà ma se ne nutre, almeno nelle sue parti non velenose. Adombra altre possibili realtà.

mm (Appunti per un teatro di formazione)



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Larva di riflessione sul senso del tragico
post pubblicato in SUL TEATRO DI FORMAZIONE, il 14 giugno 2008
L’aspetto più tragico di questa epoca è, probabilmente, l’aver perso il senso del tragico. È noto che i Greci, la cui civiltà conobbe eventi tragici in numero alquanto esiguo rispetto a quello di noi contemporanei, questo senso lo possedettero profondamente. Verrebbe da pensare che la sparizione di questo senso apra la strada alla bruta tragicità degli accadimenti reali. Forse abbiamo bisogno nuovamente di un teatro tragico.

mm


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permalink | inviato da Max Maraviglia il 14/6/2008 alle 18:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa
Il Paradiso del Ribelle
post pubblicato in CORRISPONDENZE, il 12 giugno 2008





Quanto è importante il sottofondo.
Penso che ogni momento della vita meriti un sottofondo musicale.
Sin da bambino immaginando il paradiso sognavo di sedermi in una stanza dove regna il bianco, con un monitor che trasmette le immagini più significative della mia vita e con la possibilità di sceglierne le colonne sonore.
All'ingresso c' è una persona di colore, un misto tra Martin Luther King e Morgan Freeman che, con uno sguardo dolce e rassicurante, mi invita ad accomodarmi.
In fin dei conti il paradiso è soggettivo; c' è chi spera di trovarci tanti soldi, chi invece i soldi spera di non vederli proprio più (perché magari in questa vita l'assenza di questi ultimi "quasi..." gli negava il cibo) e chi, come me, ha una sola ma grandissima pretesa: la musica.
Riuscire a sentire musica ovunque ed amare la vita sono due cose molto vicine tra loro, infatti per entrambi i casi, è una questione di amplificazione.


(mail dall'amico Ribelle ricevuta giovedì 12 giugno 2008 alle ore 13,28.)


 

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Noia da abbaglio
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 12 giugno 2008
Non so se un giorno i miei racconti riusciranno a tenere col naso per aria un bambino, incollato alle mie parole, fino a farlo sprofondare nel sonno. Per questo, quando posso, cerco di fare quello che faccio con la massima attenzione, di modo che poi possa ricordarmi qualcosa da raccontare. Cose essenziali, da modello/base - il caffé, per esempio, la piega ai pantaloni, la scelta degli ingredienti per cucinare una pietanza, l’incollatura di un francobollo, la risposta a una domanda occasionale - ma fatte nel migliore dei modi, come cose straordinarie, visto che tutto ciò che un tempo sarebbe stato reputato straordinario è ormai così abbagliante e rumoroso da non vederlo né sentirlo più. Questa è la noia, che temo più della peste. Resta allora da esercitare un pizzico di talento nel rendere le cose straordinarie, quelle che guardi sempre, che per vedere devi chiudere un attimo gli occhi, poi li riapri… e le cogli di sorpresa in una posizione diversa da come le avevi lasciate.

Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA perfetto, 2006.


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Preghiera agli ombrelli. E alle sardine
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 7 giugno 2008
L’ombrello che giaceva in un angolo, tutto coperto di polvere, si lamentava amaramente: “Perché mi hanno portato fin qui se non piove mai? Sono nato per proteggerti dall’acqua, senza di lei non ho senso” “Ti sbagli”, rispondevo io, “hai ancora senso; se non nel momento del presente, almeno in futuro. Insegnami la pazienza, la fede. Un giorno pioverà, te lo giuro”. Dopo questa conversazione, per la prima volta dopo molti anni si scatenò una tempesta e per l’intera giornata venne giù un vero e proprio diluvio.

A. Jodorowsky, La danza della realtà, Feltrinelli, 2006



Attendemmo in silenzio fiduciosi davanti alla scatola di sardine. All'improvviso esse, risorgendo dalla salamoia, aprirono la confezione dall'interno ed irritate ci dissero: "ma quella chiavetta benedetta che avevate, non potevate usarla prima? C'era proprio bisogno di aspettare un miracolo?"

(dedicato all'amica Cianciulli)

mm


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Svelare e rivelare
post pubblicato in Diario, il 6 giugno 2008
Un’opera d’arte è tanto più tale quanto più è prossima al principio d’indeterminazione. Tutto ciò che di essa può essere pienamente compreso e trasmesso rappresenta il suo valore residuale. Probabilmente la differenza tra una rappresentazione artistica ed una scientifica è tutta qui: la prima s’impone per ciò che rivela (pone un nuovo velo), la seconda per ciò che svela (toglie un velo). Il fatto è che dietro i veli potrebbe non esserci nulla di veramente interessante.

mm


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Letteratura tralfamadoriana
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 2 giugno 2008
Billy chiese se c’era altra roba da leggere. “Solo romanzi tralfamadoriani che lei, temo, non potrebbe capire” disse l’altoparlante sulla parete: “Lasci che ne legga uno, in ogni modo”. Così gliene misero davanti parecchi. Erano piccole cose. [...] Billy non era capace di leggere in tralfamaldoriano, naturalmente, ma poteva vedere almeno com’erano scritti: gruppetti di simboli separati da stelle. [...] “Ogni gruppo di simboli è un breve messaggio urgente che descrive una situazione, una scena. Noi tralfamaldoriani li leggiamo tutti in una volta, non uno dopo l’altro. Non c’è alcun rapporto particolare tra i messaggi, se non che l’autore li ha scelti con cura in modo che, visti tutti insieme, producano un’immagine della vita che sia bella, sorprendente e profonda. Non c’è principio, parte di mezzo o fine, non c’è suspence, né morale, né cause ed effetti. Quella che amiamo nei nostri libri è la profondità di molti momenti meravigliosi visti tutti in una volta”.

Kurt Vonnegut, Mattatoio n.ro 5, Feltrinelli, 2006


Si può immaginare una letteratura più eticamente alta di questa?


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permalink | inviato da Max Maraviglia il 2/6/2008 alle 3:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa
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