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Le città improbabili - Omocrònia
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 31 maggio 2009
Nessuno straniero può restare per più di nove giorni ad Omocrònia, non certo perché qualche legge lo vieti, solo perché oltre questo tempo il rischio di annullarsi è quasi certo. Tutto questo perché ad Omocrònia ogni evento è scandito con una tale sistematicità che anche un omòcrono di tre anni sarebbe in grado di prevedere tutto quello che avverrà da questo momento all’eternità, o a un tempo che all’eternità somiglia. Nessun evento inatteso può sconvolgere la vita degli omòcroni. Persino la pioggia, il sole e il vento, il rosso, l’arancione e il verde dei semafori, i litigi, gli abbandoni e le riappacificazioni, le nascite, le malattie e le morti sono scandite da algoritmi di tale ritmica puntualità che al cospetto, il menù di una mensa scolastica apparirebbe come il manifesto della sregolatezza e della bizzarria… lunedì riso, patate e merluzzo, martedì pasta, zucchine e pollo, mercoledì brodo, formaggio e insalata. Analogamente, a Omocrònia tutti sanno quando verrà la pioggia, quando il sole, quando il vento e poi la pioggia, il sole, il vento… sicché è uso dire tra gli omòcroni: “quando c’è la certezza c’è tutto” e molti di loro, di fatto, hanno soltanto quella.


(da Le città improbabili, 2009)


Aucun étranger ne peut rester plus de neuf jours à Homochronia, non pas certes parce que quelque loi l'interdit, mais seulement parce que, au-delà de ce délai, le risque de s'annuler est quasi certain. Tout cela parce qu’ à Homochronia chaque événement est rythmé d'une façon si systématique que même un Homochrone de trois ans serait en mesure de prévoir tout ce qui se produira depuis cet instant jusqu'à l'éternité, ou à un temps qui ressemble à l'éternité. Aucun événement inattendu ne peut bouleverser la vie des Homochrones. Même la pluie, le soleil et le vent, le rouge, l'orange et le vert des feux rouges, les disputes, les abandons et les réconciliations, les naissances, les maladies et les morts sont marqués par des algorithmes d'une telle ponctualité rythmique que, en comparaison, le menu d'une cantine scolaire apparaîtrait comme le manifeste du dérèglement et de la bizarrerie : le lundi, riz, pommes de terre et merlan, mardi pâtes, courgettes et poulet, mercredi potage, fromage et salade. De façon analogue, à Homochronia, tous savent quand viendra la pluie, quand le soleil, quand le vent et puis la pluie, le soleil, le vent... si bien que c'est l'usage de dire, parmi les Homochrones : « quand on a la certitude, on a tout » et beaucoup d'entre eux, de fait, n'ont que celle -là.


(trad. a cura di Patrick Plebeo)

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Le città improbabili - Lylyath
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 24 maggio 2009
A Lylyath si nasce, si cresce ma non si muore mai, non certo per condizioni ecosistemiche particolarmente felici, solo perché la principale industria locale -  quella delle biotecnologie – è particolarmente florida. Grazie a protesi di ogni specie e distillati che si direbbero miracolosi, acquistabili a prezzi ragionevoli in molti supermercati della salute, i Lylyoti vivono sconsideratamente a lungo ed è per questo che, dopo un certo numero di anni, per evitare l’esubero demografico, essi vanno abbattuti.
Ogni quinquennio il governo di Lylyath, dopo avere attentamente studiato i rapporti di proporzione tra crescita demografica e risorse territoriali, stabilisce quanti capi umani debbano essere eliminati.
Viene allora indetto un bando pubblico per aspiranti sacrificali e se il numero dei volontari è congruo rispetto a quanto previsto dai piani di ricompensazione territoriale, allora bene. Viceversa, viene indetta una lotteria obbligatoria alla quale devono partecipare tutti coloro che hanno almeno compiuto cinquant’anni di età.
La vincita non è allettante ma trattandosi di obligatorietà, non è certo la cosa più significativa di tutto il sistema: una piccola somma in denaro per gli eredi ovvero un mese di vacanza contrattuale in cui il vincitore assume l’immunità totale e l’accesso gratuito (ed impunito) a tutte le risorse del paese: può persino commettere omicidi purché entro la quota/parte di eliminazioni a lui riconosciuta dalla vittoria, cosa che nei piani di ricompensazione territoriale rappresenta una delle modalità "a costo zero", per le istituzioni di Lylyath, di abbattimento delle eccedenze umane.
Segue poi alla somma di denaro o al periodo di vacanza contrattuale, l’abbattimento dei vincitori nella piazza principale (si tratta pur sempre di una premiazione), con sistemi non invasivi e affatto cruenti, come ad esempio – tra quelli più frequentemente adoperati – la teca per il sottovuoto o il macroforno a microonde.
Infine, una medaglia al valor civile o in certi casi addirittura un mezzobusto in cartone riciclato, ricorderà per un certo tempo ai posteri il gesto nobile o la vittoria degli abbattuti.
Nonostante tutto questo, ancora oggi il problema principale a Lylyath sta nel trovare un numero sufficiente di volontari che s’offrano come capi da abbattere.

(da Le città improbabili, 2009)


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Le città improbabili - Teknodìa
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 22 maggio 2009
Camminando per le strade di Teknodìa è facile imbattersi in piccoli edifici simili a chiese sconsacrate di un tempo, riprodotte in scala, visto che ciascuna di esse ha un’ampiezza che non supera quelle di un piccolo box per auto. All’interno, in luogo di un probabile altare, troneggia un grande monitor a touchscreen davanti al quale sfilano code di persone. Per capire di cosa si tratti, bisogna sapere che a Teknodìa, ormai da almeno trenta lustri, governano i tecnologi. L’intenso lavoro di ricerca portato avanti negli anni ha consentito loro di sostituire l’astratto concetto di Dio con una articolatissima rete di computer e di sensori in grado di raccogliere i dati di ogni evento vitale del luogo, a partire dalla meiosi che precede la nascita di ogni nuova vita. Il controllo totale di questi dati consente all’apparato centrale di restituire in proiezione l’unico futuro possibile per ciascuno degli eventi individuali dal momento presente ai prossimi trentadue anni (si lavora già per poter estendere ulteriormente questo arco di tempo). Sicché le file che vedi davanti ai monitor, lì negli infopoint di Teknodìa, sono quelle dei cittadini che chiedono o notizie sul loro futuro, o la possibilità di scongiurare qualcosa che temono. Le preghiere, qui a Teknodìa, i cittadini le imparano a partire dai tre anni, e sono stringhe di testo che, non appena abbiano acquisito la ragione, possono recitare davanti ad uno dei monitor di questi microsantuari, ciascuno dei quali è dotato anche di un dispositivo per il riconoscimento vocale. I teknodìdi possono dunque conoscere il proprio futuro ed, eventualmente, chiederne una modifica, che l’elaboratore può concedere ricalcolando in tempo reale tutte le relative conseguenze che tale modifica comporta all’interno dell’intero sistema. Tutto questo non accade però senza mistero, dal momento che il dispositivo riconosce le voci di alcuni ma non di altri, sicché talvolta il terminale resta inspiegabilmente muto, e nessuno conosce le logiche delle sue prestazioni. C’è di più: a Teknodìa l’immortalità dell’anima non è più un atto di fede, ma una prassi consentita dall’avanzatissima tecnologia locale. Le anime possono essere salvate su supporti metadigitali ed impiantate nuovamente in corpi nuovi di zecca, alla morte del vecchio. Anche in questo caso, però, permane un mistero: nessuno sa quali siano i criteri secondo cui alcune anime vengano salvate ed altre lasciate svaporare.

(da Le città improbabili, 2009)


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Le città improbabili - Kebàsti
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 18 maggio 2009
A Kebàsti tutto è rigida convenzione. Non legge, convenzione, ma così ben codificata nei pur minimi dettagli, da avere forza di legge. A Kebàsti anche il più piccolo esercizio di esistenza ha le sue precise convenzioni che nessuno dei suoi cittadini si sognerebbe mai di eludere. Così anche il più innocente dei giochi trova le sue precise convenzioni. Ad esempio, a Kebàsti l’anagramma della parola “matita!” non è “a matti!”, ma “bambolina!”. Perché? Per convenzione. I cittadini più illustri di Kebàsti sono quelli che conoscono il maggior numero di convenzioni possibili. Conoscerle tutte è impossibile, ne sono troppe. Per questo la Facoltà più prestigiosa di Kebàsti è quella di Convenzione, che ha oltre 25,000 branche specialistiche. Le più importanti sono Convenzione medica, Convenzione letteraria, Convenzione economica, Convenzione sociale, ma ci sono anche Convenzione moda, Convenzione alimentare, Convenzione benessere, Convenzione vizi e virtù e molte altre che, per convenzione, non si citano mai. A Kebàsti la convenzione vuole che si rida solo davanti alle fontane, sicché i programmi comici della Televisione di questa città sono lunghe carrellate sulle fontane di tutto il mondo, di ogni risma e foggia, e tutti  i kebastiàni ridono ridono ridono a crepapelle. Cos’hanno da ridere? Per noi nulla, ma la loro convenzione comica prevede così. Ecco perché al mattino, se cammini per le strade di Kebàsti, potrai sentire, provenire dalle finestre degli edifici, risa sconsiderate di grandi e bambini mentre prendono la doccia o si lavano i denti, fanno la barba. Periodicamente, un ristretto comitato governativo stabilisce quali siano le convenzioni obsolete e le modifica senza spiegare i motivi del cambiamento a nessuno. Sempre per convenzione, i cittadini di Kebàsti sanno che quando muta una convenzione, per convenzione la si assume senza chiedere spiegazioni.

(da Le città improbabili, 2009)

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A cosa sto pensando?
post pubblicato in SUL TEATRO DI FORMAZIONE, il 15 maggio 2009
Me lo ha chiesto la mia amica Angela... sto pensando ad "Area di collaudo", ovvero uno spazio multifunzionale destinato alla didattica teatrale, alla scrittura scenica, alla realizzazioni di manufatti per gli allestimenti teatrali, al collaudo di nuovi spettacoli, al supporto tecnico per gli artisti di altre discipline, all'ospitalità per le compagnie e gli stagisti che vengono da fuori. Un hangar, una pista di decollo per i progetti più ardimentosi, un'opportunità per quelli che credono che l'esercizio dell'arte teatrale (somma di tutte le arti) sia un'appropriata via di prassi dell'etica/estetica, un posto dove ricavare alcool dalle pietre, saggezza dai bambini e slanci di entusiasmo dai vecchi, misura e azzardo dai medi (di cui nessuno parla mai, eppure la gran parte della vita si passa da medi).

Un luogo in cui sperimentare l'economia della "dilapidazione", ovvero l'esercizio del lavoro come attività non solo da monetizzare ma come primaria attività attraverso cui le persone diventano persone, mettendo in gioco tutta la ricchezza di cui dispongono (forse senza saperlo) per generare nuove forme di ricchezza, in un momento di crisi (sia benedetta ogni crisi) in cui l'idea di ricchezza, così come è calcificata nel senso comune, si manifesta obsoleta e venefica.

"Area di collaudo", un'officina in cui si rigenerano gli immaginari, magari in un territorio che ha più bisogno di tutto questo. A questo sto pensando.

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La grande magia
post pubblicato in Diario, il 15 maggio 2009
La grande magia è quella che, svelato ogni possibile trucco, continua irriducibilmente a stupire. Il grande trucco non è  che non si vede,  non c'è proprio. La grande magia implica un radicale esercizio di sfingimento.


(appunto dal Manuale Distruzioni)

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