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Le città improbabili - Idropènia (già Pangràzia, già Panpènia, già…)
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 29 giugno 2009
Apparentemente la città più accattivante del mondo, specie per gli scrocconi. Qui tutto è gratis, tranne l’acqua, ma andiamo per ordine. La storia d’Idropènia cominciò che la città aveva persino un altro nome: Pangràzia, ed era una città che poteva godere di ogni ricchezza, se non fosse stato per il fatto che una corte di governanti scellerati e bulimici non avessero, nel giro di poco più di due lustri, ingollate tutte le risorse comuni, al punto tale da indebitarla fino all’osso. Fu allora che apparve sulla scena un certo Quitz Curtatone, un magnate del tutto e del nulla che si fece avanti e disse ai governanti: “lasciate che sia io a prendere in carico tutti i debiti di Panpènia (la città aveva intanto cambiato nome), sarò io a saldarli, io a restituire nuova ricchezza a questi poveri cittadini diseredati, per i quali renderò tutto gratis!” E tutti lì a gridare “evviva questo generoso!” ma non erano ancora finite le ovazioni che il prodigo Curtatone dettò le sue condizioni: “… basta che mi riconosciate la concessione esclusiva delle risorse idriche, saprò farne buon uso” “e certo – pensarono tutti – un uomo generoso come questo saprà bene come farle fruttare al meglio per tutti!” In breve tempo tutte le pompe e i condotti idrici presero il marchio di Quitz Curtatone. Sicché l’acqua cominciò a scarseggiare un po’ ovunque, prima in maniera celata poi sempre più evidente. Curtatone intanto decideva a chi affidare la gestione delle pompe, chi e quando dovesse ricevere l’acqua che, essendo di fatto divenuta sua, veniva ceduta solo in cambio di qualcosa… non in denaro, ma in natura. Ciascuno iniziò allora ad offrire le proprie nature e chi non aveva nulla di naturale da offrire, iniziò a morire disidratato, nell’indifferenza generale di chi era tutto intento a procacciarsi nature da poter barattare. La gestione delle pompe e dei condotti idrici divenne allora il centro vitale di ogni attività d’Idropènia che, per questa sua particolare economia, dopo un po’ prese un nuovo nome, probabilmente brutto persino da scrivere.


(da Le città improbabili, 2009)



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Le città improbabili - Sincrònia
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 27 giugno 2009
Sembra che questa città sia toccata da una maledizione terribile. Idiota, ma terribile. Tutti i suoi cittadini vivono lo stesso desiderio esattamente nello stesso momento, il che rende praticamente impossibile la vita qui a Sincrònia, città pronta al collasso in ogni istante. Tutti vogliono andare allo stadio ma nessuno vuole giocare, tutti vogliono cucinare ma nessuno vuole mangiare, tutti vogliono  insegnare ma nessuno vuole apprendere, tutti vogliono scrivere ma nessuno vuole leggere, tanto per fare qualche esempio, che va bene anche al viceversa. Le situazioni grottesche che si creano a seguito di questa maledizione sono tante. Il momento dei bisogni fisiologici, ad esempio, è terribile: i più lesti riescono ad occupare i bagni, dovunque siano ubicati, e i meno preparati sono dunque costretti a fare i propri bisogni ovunque si trovino, sicché Sincrònia resta la città più sporca del mondo, almeno fino a quando non giunge l’ondata della voglia di pulire, e allora li vedi lì, dal primo all’ultimo dei sincronìni, pronti a ramazzare ovunque si trovino. Sembra che ci sia penuria di tutto a Sincrònia, anche se non sarebbe così, se solo i sincronìni riuscissero a vivere meno all’unisono, ed è per questo che da anni ormai il Governo di Sincrònia bandisce un concorso per esperti in desincronizzazione, che nessuno vince mai. L’unico momento felice, a Sincrònia, è quello in cui giunge l’ondata di voglia di fare l’amore.


(da Le città improbabili, 2009)

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Le città improbabili - Aldilàndia
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 24 giugno 2009
Comprendere un aldilandièse è un’impresa per pochi e l’ascoltatore disattento, per quanto conoscitore della lingua in questione, facilmente può cadere in inganno. Sia chiaro, la lingua di questa città è traducibile, senza particolari difficoltà, in tutte le altre lingue a noi note. Tuttavia questo non basta a comprendere l’aldilandièse, che richiede una particolare attenzione al loro modo precipuo di comunicare. Il fatto è che ogni frase, per un aldilandièse, contiene numerosi messaggi non esplicitati. Se ad Aldilàndia due persone si incontrano in ascensore, l’una dirà probabilmente all’altra: “oggi è una bella giornata”, oppure “che tempaccio…” così come accade forse in molti altri paesi. Il fatto è che questa - apparentemente banale - conversazione, se fatta in un ascensore di questa città, potrebbe asumere i seguenti significati: “ho notato che la tua faccia è un po’ triste, perché non sorridi al sole che ti sorride?” oppure (nel caso del secondo esempio) “sto attraversando un brutto momento, e questo tempo uggioso in qualche modo mi somiglia, e te lo dico prima che me lo possa dire tu…”. L’altro allora, rispondendo a tono, potrebbe dire “eh si, ci voleva proprio…” stando ad intendere “ci voleva proprio che qualcuno si accorgesse della mia tristezza e che mi dicesse una parola di conforto…”, e così via, fino all’arrivo dei rispettivi piani. Lo straniero disattento ha solo assistito ad una formale conversazione in ascensore. I due autoctoni invece, si sono riconosciuti ed hanno insieme colto l’occasione per fare, di un momento banale, l’occasione per un corroborante scambio di emozioni.

(da Le città improbabili, 2009)



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Le città improbabili - Vitavètera
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 21 giugno 2009
In questa città (un tempo chiamata Vitanguàrdia) l’orologio sembra muoversi in senso antiorario, almeno per ciò che riguarda il cosiddetto progresso. Raccontano i menestrelli di Vitavètera che tutto cominciò il giorno in cui apparve, sul mercato della piazza principale, un rasoio da barba a sei lame. I vitavèteri (che allora si chiamavano vitanguàrdi) iniziarono a chiedersi: “la prima lama per radere la prima parte del pelo, la seconda per sollevarne ciò che resta, la terza per tagliarlo fino in fondo… ma la quarta, la quinta e la sesta che fanno?” Compresero solo allora che il cosiddetto progresso aveva travalicato ogni ragionevolezza e che era necessario bandire dalla città ogni forma d’innovazione. Furono allora convocati i ricercatori di ogni disciplina e fu loro detto: “da domani ogni vostra ricerca dovrà indirizzarsi non più verso l’innovazione ma verso l’inveterazione”. Qualcuno volle ridere, qualcun altro ebbe da ridire che il progresso non si può fermare ma nel mentre che lo diceva già qualcuno della Guardia Locale lo spingeva verso l’uscita della Sala delle Riunioni Plenarie. La cosa più difficile per i ricercatori non fu quella di riconvertire le loro conoscenze verso un’altra direzione, quanto piuttosto rigenerare la loro immaginazione, smantellare idee calcificate per fare spazio a idee non nuove – del nuovo proprio non si sapeva più cosa farne – ma essenziali ed eleganti come un cerchio o un triangolo. Sicché adesso a Vitavètera ci si rade con una sola lama, ci si sposta quando è proprio necessario, si produce quello che serve e soprattutto si vive un tempo fluido e fluente in cui si lavora, si ama, si ascoltano storie di quando i rasoi erano a sei lame.


(da Le città improbabili, 2009)


Dans cette cité (jadis appelé Vitanguàrdia), l’horloge semble tourner dans le sens contraire des aiguilles, du moins en ce qui concerne le prétendu progrès. Les ménestrels de Vitavètera racontent que tout commença le jour où apparut, sur le marché de la place principale, un rasoir à six lames. Les Vitavètériens (qui à l’époque s’appelaient les Vitanguàrdiens) se mirent à se demander : « La première lame pour raser la première partie du poil, la seconde pour soulever ce qu’il en reste, la troisième pour le couper jusqu’au bout… mais la quatrième, la cinquième et la sixième, qu’est-ce qu’elles font? » Ils comprirent seulement à ce moment-là que le progrès avait dépassé toute rationalité et qu’il était nécessaire de bannir de la cité toute forme d’innovation. On convoqua alors tous les chercheurs de toutes les disciplines et on leur dit : « A partir de demain, toutes vos recherches doivent être dirigées non plus vers l’innovation mais vers l’invétération. » Certains avaient envie de rire, d’autres objectèrent que le progrès ne peut s’arrêter, mais pendant qu’ils disaient cela les membres de la Garde Locale les poussaient vers la sortie de la Salle des Réunions Pléniaires. La chose la plus difficile pour les chercheurs  ne fut pas tant de reconvertir leurs connaissances dans une autre direction que de régénérer leur imagination, démanteler des idées calcifiées pour faire place à des idées non nouvelles –du nouveau on ne savait vraiment plus que faire- mais essentielles et élégantes comme un cercle ou un triangle. Si bien que maintenant à Vitavètera on se rase avec une seule lame, on se déplace quand c’est vraiment nécessaire, on produit ce qui sert, et surtout on vit dans un temps fluide dans lequel on travaille, on aime, on écoute des histoires du temps où les rasoirs étaient à six lames.

(trad. a cura di Patrick Plebeo)

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Le città improbabili - Sigìra
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 18 giugno 2009
Non vi sarebbe alcun motivo per parlare di Sigìra, città che agli occhi di qualsiasi viaggiatore appare come la più comune delle città conosciute, con il suo municipio, le sue strade, piazze di media grandezza, bar, qualche cinema, tre teatri, due musei, un tribunale, due ospedali, una stazione feroviaria ed una piccola metro. Se chiedi a un sigiràno “cos’ha di speciale la tua città?” probabile che resti un po’ a riflettere per poi andare via mormorando “non saprei…”. Qualcuno cita la piazza principale, altri la cucina ma è tanto per dire, perché di fatto la cucina, la piazza ed ogni altra cosa di Sigìra non ha nulla di davvero speciale. La vera particolarità di Sigìra, quello che potrebbe definirsi l’unico suo segreto, non è noto nemmeno ai sigiràni stessi, ed il segreto è questo: i sigiràni non esistono più da tempo. Ciascuno di essi è infatti un attore, ingaggiato in gran segreto dagli Organi di Governo preposti al mantenimeno dell’ordine, per sostituire un sigiràno vero che è scappato altrove per non morire di noia. Questo graduale processo di sostituzione è avvenuto nell’arco di quasi cinquant’anni, sicché ogni sigiràno che vedi girare per le strade, altro non è che un attore che interpreta la parte di qualcun altro. Ma la cosa più curiosa è che ogni attore crede di essere l’unico falso tra una miriade di veri, ciascuno conservando il segreto del proprio ingaggio all’altro, ciascuno serbando in cuor suo la speranza che venga il giorno in cui potere rivelare il proprio segreto all’altro.

(da Le città improbabili, 2009)


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Le città improbabili - Balbùtta
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 16 giugno 2009
Per quanto povera, Balbùtta appare, tra le città a noi note, la più felice. All’ingresso della sua porta principale scolpito a chiare lettere appare quello che sembra essere il motto di Balbutta: “Facemmo di necessità virtù”. Il fatto è che da almeno cinque secoli gli indigeni di Balbutta nascono con uno strano difetto di fabbricazione: giunti all’età di due anni, cominciano a balbettare, sicché si rende necessaria una riabilitazione che prevede l’uso del canto. Questo è il motivo per il quale a Balbutta non si parla mai, solo si canta, in ogni occasione. Si canta in ufficio, in chiesa, in casa, al casinò, nei tribunali, in ospedale, per le strade, ovunque. Persino le cose più terribili si dicono cantando, sia essa una sentenza di condanna, un referto medico, una minaccia di morte, una dichiarazion di guerra, ed è questo cantare a rendere più giuste e meno tristi le cose tutte, persino le più ingiuste e crude. I balbuttiani più saggi cantano nel coro e solo quelle cose più amorose. Quelli più acerbi e ottusi cantano da soli e qualche volta stonano, fin quando il Principe dei Toni – l’autorità più alta qui a Balbutta – non interviene a modellare i crescenti ed i calanti, perché tutti siano meno scontenti.
Da qualche anno accade che più non nascano bambini balbuzienti, del canto forse non ce n’è più bisogno, eppure i saggi balbuttiani dicono: “amici, vi preghiamo, che si continui il canto”.

(da Le città improbabili, 2009)


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Per un teatro degli angeli mortali
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 14 giugno 2009
E, si, è vero, ho detto, ripeto spesso che nella strada c'è la salvezza del teatro. Credo che da noi l'invadenza politica e l'inevitabilità della dipendenza dal denaro pubblico stiano sempre più facendo arrostire gli enti drammatici su spietati spiedi. (...) Lavorando con musica viva, da strumenti, organo, fonografo, senza assordare pubblico e finestre con altoparlanti a tutto volume (cosa che a me pare un imperativo etico) si constata in quale deplorevole stato siano ridotti i timpani: una debole o nessuna amplificazione non li raggiunge nella loro sfondatezza. Gli orecchi più sensibili a vocalità e musiche di strada sono bambini e cani. Sempre protestano quando madri e padroni li tirano via. La vida es sueño: poiché tutto lavora a cancellare il sogno, noi che ci accaniamo a trasmetterlo, a snidarlo dai tombini, da ultimi saremo i primi.

Guido Ceronetti, Io trasmetto i sogni, su Repubblica del 14 giugno 2009, p. 38.


Il 19 e il 20 giugno, alle 17,00, al teatro Strehler-Scatola Magica di Milano, Guido Ceronetti presenta lo spettacolo Strada come Santuario, nell'ambito della rassegna "Masterclass - La casa delle scuole di teatro", ideata da Luca Ronconi.

Gli dèi ci conservino a lungo uomini come questi.


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Le città improbabili - Arcipèlia
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 14 giugno 2009
Chiamare Arcipèlia città non è del tutto esatto. Si tratta infatti di una confederazione di microcittà ciascuna delle quali ha un’estensione che non supera i 120 metri quadrati ed una popolazione che quasi mai supera le tre unità. Ciascuna di queste microcittà possiede il suo corpus giuridico, i suoi organi istituzionali, le sue strutture organizzative che, per quanto diverse possano apparire tra loro, lasciano intravedere principi di fondo comuni a tutti gli arcipèlidi. Quali siano tali principi, tuttavia, non è dato sapere. Risulta in ogni caso bizzarro, agli occhi dello straniero, che nella lingua ufficiale degli arcipèlidi manchino parole come libertà, uguaglianza, onore, famiglia, patria, così come manchino gli aggettivi e i pronomi possessivi, ed è forse per gli stessi, a noi oscuri motivi che nel loro corpus giuridico sia assente qualsiasi riferimento al diritto di proprietà. In compenso, la loro lingua possiede ben cinquanta sinonimi per la parola “cortesia”, per tradurre ciascuno dei quali, in quasiasi altra lingua conosciuta, occorrerebbero lunghe e complesse perifrasi, così lunghe da dovervi rinunciare, il che – dicono gli acripèlidi -  è un vero peccato per gli stranieri.

(da Le città improbabili, 2009)


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Le città improbabili - Sloush
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 10 giugno 2009
Tra le città finora visitate, è certamente la più permissiva di tutte. Tutto ciò che altrove sarebbe bollato e sanzionato come il peggiore dei crimini, qui non viene impedito da alcuna legge. Non c’è norma che punisca l’omicidio, lo stupro, la pedofilia, lo spaccio di stupefacenti, la corruzione, il furto. Sarebbe lecito pensare, a queste condizioni, che la vita qui a Sloush sia assolutamente impossibile, le sue strade piene dei peggiori criminali, e invece, a dispetto di ogni attesa, le statistiche della città, alla voce “crimini convenzionali gravi” registrano lo 0%, stesso dicasi per i “crimini convenzionali piccoli”. Gli studiosi dicono che Sloush sia la città più sicura di quelle finora conosciute. Il codice penale e quello civile è unificato, e prevede una serie di reati  – ai nostri occhi inusuali – riconducibili ad un unico principio: “vietato intrattenere rapporti con le saponette”. Le saponette, proprio quelle che in qualsiasi altro posto del mondo servono semplicemente per lavarsi, qui possono divenire oggetto di crimine e, di fatto, lo divengono. Tra i reati più comunemente commessi qui a Sloush le statistiche registrano: “furto di saponette”, “contraffazione di saponette”, “corruzione di saponette”, “stupro di saponette”, “spaccio di saponette”, “abigeato di saponette”. La piaga più terribile per Sloush è quella che le testate locali chiamano “la tratta delle saponette”, principale attività della potente organizzazione criminale locale. Saponette da tutto il mondo vengono acquistate a poco prezzo e poi, attraverso un sotterraneo sistema di spaccio che vede impiegato oltre il 30% della popolazione, vengono fatte recapitare nelle mani di ricchi, laidi e spregiudicati sloushini che perversamente le collezionano, se le fotografano, se le scambiano, se le raccomandano. I reati connessi all’uso improprio di saponette possono andare da una multa di dodici centesimi (detenzione non dichiarata di incarti di saponette) fino alla pena capitale (strage premeditata di saponi). Eppure, è proprio l’attività illecita che gira intorno alla saponetta quella che muove addirittura il 70% dell’economia sommersa di Sloush. Se un giorno dovesse svanire il morboso interesse degli sloushini verso la saponetta, il crollo del mercato che ne deriverebbe, comporterebbe un danno – dicono gli economisti più spregiudicati -  che metterebbe in grave crisi l'intera città di Sloush.


(da Le città improbabili, 2009)


Parmi les cités visitées jusqu’à maintenant, c’est certainement la plus permissive de toutes. Tout ce qui ailleurs serait considéré et sanctionné comme le pire des crimes, ici n’est empêché par aucune loi. Il n’y a pas de norme qui punisse l’homicide, le viol, la pédophilie, le trafic de stupéfiants, la corruption, le vol. Il serait légitime de penser que, dans ces conditions, la vie, ici à Sloush, est absolument impossible, les rues pleines des pires criminels, mais au contraire, contre toute attente, les statistiques de la cité, à la ligne « crimes conventionnels graves » enregistrent 0 %, et il en va de même  pour les « petits crimes conventionnels ». Les analystes disent que Sloush est la ville la plus sûre qu’on ait jamais connue. Le code pénal et le code civil sont unifiés, et ne prévoient qu’un seul délit –insolite à nos yeux. Parmi les délits les plus communément commis ici à Sloush, les statistiques enregistrent : « vol de savonnettes, contrefaçon de savonnettes, corruption de savonnettes, viol de savonnettes, trafic de savonnettes, rapt de savonnettes. » La plaie la plus terrible pour Sloush est ce que les journaux locaux appellent « la traite de savonnettes », principale activité de la puissante organisation criminelle locale. Des savonnettes du monde entier sont achetées à bas prix et puis, à travers un système souterrain de trafic qui concerne plus de 30 % de la population, sont livrées dans les mains de Loushiens riches, hideux et sans scrupules qui ont la perversité de les collectionner, les photographient, se les échangent, se les recommandent. Les délits associés à l’utilisation impropre de savonnettes peuvent aller d’une amende de douze centimes (détention non déclarée d’emballages de savonnettes) à la peine capitale (massacre de savonnettes avec préméditation.) Et pourtant c’est précisément l’activité illégale qui tourne autour de la savonnette qui génère jusqu’à 70 % de l’économie souterraine de Sloush. Si un jour le maladif  intérêt des Sloushiens pour la savonnette venait à s’évanouir, l’écroulement du marché qui en découlerait comporterait des dommages qui- disent les économistes les plus libres- pourraient mettre en grave crise la cité de Sloush toute entière. 

(trad. a cura di Patrick Plebeo)

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Le città improbabili - Ipoglòssa
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 9 giugno 2009
In questa città il lavoro più duro tocca agli interpreti. La lingua d’Ipoglossa, infatti, priva di ogni regolarità, è fatta solo di eccezioni e di sole cinque parole che non hanno corrispettivo semantico in nessuna altra lingua delle civiltà a noi note. Ciascuna di queste parole ha un potenziale olofrastico enorme (può dire insomma un numero infinito di cose, anche di concetti molto complessi), a condizione che si sappia come, dove e quando dirla. La stessa parola, infatti, cambia di significato a seconda che la si pronunci alle quattro di sera, in un giorno di pioggia accanto ad un semaforo, vestiti con una camicia bianca e un papillon a pois dondolando la mano destra,  oppure a mezzanotte di luna piena accanto al mare, indossando solo una parrucca e inarcando le sopracciglia. La complessità di quest’uso fa sì che gli ipoglottidi ricorrano alle parole solo quando è strettamente necessario. I poeti d’Ipoglossa – gli unici che conoscano tutte le eccezioni e che sono in grado anzi d’inventarne sempre di nuove - per recitare i loro versi si cimentano in performance che possono durare anche alcuni giorni o mesi, perché magari nei loro componimenti è presente un concetto o un’immagine per restituire la quale è necessario attendere specifiche condizioni climatiche che quasi mai si realizzano, come ad esempio la neve a primavera. Ci sono poi concetti o idee per esprimere le quali bisogna attendere precise congiunzioni astrali. Così, ad esempio, sembra che per dire “ti amo” si debba ripetere per tre volte consecutive la parola numero uno e per due volte la parola numero cinque, sotto il platano secolare della piazza centrale, quando il sole entra nel leone o la luna nel cancro. Può così accadere allo staniero che visiti Ipoglòssa la ventura di vedere, all’improvviso, folle di giovani e di meno giovani che, in un attimo e per pochi secondi, si riuniscano sotto il platano della piazza, recitare qualcosa che somiglia a una preghiera, darsi un bacio per poi di nuovo ritornare alle loro incombenze.


(da Le città improbabili, 2009)

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Le città improbabili - Cratùgna
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 8 giugno 2009
C’è un buco nero nella storia di questa città e corrisponde al momento nel quale, in una sola notte, sparirono tutti i cittadini obbedienti così come quelli disobbedienti. Non si sa dove si siano nascosti né se siano ancora vivi. Gli sprovveduti dicono che si siano marmorizzati ed ora adornano i viali semideserti della città, sotto parvenze di statue dedicate agli uomini ignoti: a Cratùgna, inspiegabilmente, ce ne sono tante. Per le strade circolano ora solo comandanti: bassi, tarchiati e calvi, portano a spasso i loro buffi fazzoletti sbucanti dal taschino, incrociandosi si salutano con gesto marziale e poi, a vicenda, si comandano qualcosa. Trattandosi di pari, nessuno osa contraddire nessuno, solo che gli ordini non li rispetta nessuno, perché ciascuno, in cuor suo, pensa che debba essere l’altro ad eseguirli per primo. I cratugnoni non hanno tempo per fare altro, se non per darsi reciprocamente ordini, dunque ancora non sanno che – dicono così gli osservatori esterni – da qui a due anni e tre mesi si autodistruggeranno, perché incapaci persino di badare alla loro sopravvivenza. Gli sprovveduti credono che, a quel punto, le statue agli uomini ignoti riprenderanno vita. I più pessimisti tra loro aggiungono che alcune di queste ex statue, immemori di ciò che è accaduto, faranno di tutto per diventare nuovi comandanti, e la storia di Cratùgna riprenderà a scorrere alternando un congelamento ad una distruzione.

(da Le città improbabili, 2009)


Il y a un trou noir dans l'histoire de cette ville, et il correspond au moment où, en une seule nuit, disparurent tous les habitants, les obéissants comme les désobéissants. On ne sait où ils sont cachés ni s'ils sont encore vivants. Les naïfs disent qu'ils se sont marmorisés et ornent à présent les allées à demi désertes de la ville sous l'apparence de statues dédiées aux hommes inconnus : à Cratùgna, inexplicablement, il y en a beaucoup. Dans les rues, actuellement, ne circulent que des commandants : petits, trapus et chauves, ils promènent leurs drôles de foulards dépassant de la pochette, se croisant ils se saluent d'un geste martial et puis, à tour de rôle, ils se donnent un ordre. Comme il s'agit d'égaux, personne n'ose contredire personne, sauf qu'aucun ne respecte les ordres parce que chacun, dans son for intérieur, pense que c'est à l'autre d'exécuter l'ordre en premier. Les Cratugnins n'ont pas le temps de faire autre chose que de se donner réciproquement des ordres, donc ils ne savent pas encore -c'est ce que disent les observateurs externes- que d'ici à deux ans et trois mois ils s'autodétruiront, parce qu'il sont incapables de s'occuper de leur propre survie. Les naïfs croient que, à ce moment-là, les statues aux inconnus reprendront vie. Les plus pessimistes d'entre eux ajoutent que chacune de ces statues, oublieuse de ce qui est arrivé, fera tout pour devenir un nouveau commandant, et l'histoire de Cratùgna recommencera à courir, alternant une congélation à une destruction.

(trad. a cura di Patrick Plebeo)


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Le città improbabili - Kosìsia
post pubblicato in LE CITTA' IMPROBABILI, il 7 giugno 2009
A Kosìsia mancano i nomi propri. I bambini si chiamano bambini, gli uomini uomini, le donne donne. Stesso dicasi per le marche. Al supermercato (che si chiama “supermercato”) trovi insalate che si chiamano insalate, latte che si chiama latte, sapone che si chiama sapone… non che siano tutti uguali, anzi. Ciò che li differenzia, però, non è il nome ma le loro intrinseche qualità, qualità che nessuno dichiara, le si riconosce e basta, per quello che sono. Se per strada un Kosìsio chiama un altro kosìsio, basterà che dica: “Ehi, bambino” oppure “ehi, uomo!” (a seconda dei casi) e tutti i bambini e/o gli uomini e/o le donne presenti in quel momento si gireranno. Una confusione che ha i suoi vantaggi perché a certi richiami, che rispondano in molti non è affatto cattiva cosa. Nemmeno le strade hanno nomi, le si può distinguere per le loro peculiarità, dunque lo scambio d’indirizzi avviene attraverso minuziose descrizioni in cui i kosìsi si cimentano ben volentieri: descrivere, per loro, oltre che una necessità è un’arte, che forse richiede un po’ più di tempo, ma i kosìsi non hanno l’ansia del tempo, non conoscono espressioni “in tempo reale”, e forse proprio per questo il loro tempo è davvero reale, nel peggiore dei casi principesco.


(da Le città improbabili, 2009)


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Sull'importanza dell'istruzione
post pubblicato in LE PAROLE DEGLI ALTRI, il 2 giugno 2009
Se desideriamo conoscere la forza del genio umano dobbiamo leggere Shakespeare. Se vogliamo constatare quanto sia insignificante l'istruzione umana possiamo studiare i suoi commentatori.

William Hazlitt, Sull'ignoranza delle persone colte e altri saggi, Fazi, 1995, p. 46

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