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Pragmatica del filoso-fare – Primo Assioma (postilla)

In un post precedente ho scritto: “Non si può non filosofare: dietro ogni agire è sottintesa una qualche visione del mondo, idee più o meno calcificate. Ogni persona, che lo voglia o meno, nel suo agire esprime una qualche forma – seppur generica e confusa - di pensiero, anche quando non ne è consapevole o quando ricusa l’idea di una filosofia […] Esiste dunque una necessità ineludibile dell’esercizio del pensiero connaturata allo stesso vivere”.

Mi sembrava una considerazione abbastanza compiuta fino a quando non ho incrociato nelle mie letture Stefano Zampieri (L’esercizio della filosofia, Apogeo, 2007) che mi ha indotto a meglio precisare l’idea proposta.
Scrive il mio coetaneo veneziano:

Posta in questo modo la questione dovremmo concludere che tutti siamo filosofi, dal momento che tutti, in ogni momento della nostra esistenza agiamo in base a un sistema di valori implicito od esplicito (ed è ciò che affermavo io, ndr), confessato o inconfessabile. […] Una simile definizione, dunque, utilizza il modo d’essere naturale dell’uomo e gli attribuisce una qualità filosofica (innaturale). È un procedimento assurdo, il discorso filosofico ha una sua identità e richiede una sua consapevolezza, che non è di tutti. […] La filosofia, in questo senso, impone una scelta, è figlia di una scelta, e quindi si articola su uno sfondo di libertà.

Sembra dunque di capire che Zampieri riconosca nello statuto costituitivo dell’agire filosofico propriamente detto un fondamento di intenzionalità: si agisce in chiave “filosofica” solo allorquando si decide di assumere in carico una scelta di libertà e, in ultima analisi, una condotta “etica”, interprete e produttrice di valori e significati.
Concordo e noto l’analogia con l’atto comunicativo.

Nella letteratura sulla comunicazione interpersonale sembra che siano ravvisabili due posizioni diverse circa la stessa questione. Esplicito: c’è chi considera un atto comunicativo definibile come tale solo in presenza di un’intenzionalità (comunico perché voglio comunicare) e chi, viceversa, sostiene che l’atto comunicativo avvenga indipendentemente da tale volontà (Watzlawick & C.).

Andando per parallelismi, verrebbe dunque da dire che una filosofia “pratica” (condizione naturale) acquisisca efficacia esistenziale (capacità di modificare gli assetti comportamentali orientandoli verso scelte che siano tali, dunque portatrici di responsabilità, coerenza ed organicità) solo quando, superato lo spontaneismo del pensare per concrezioni calcificate di idee, perviene all’esercizio cosciente, costante e fluido del pensiero (condizione innaturale).

Innaturale, nella misura in cui una filosofia pratica intesa come intenzionale esercizio cosciente, costante e fluido del pensiero ha costi mentali dispendiosissimi e niente affatto conformi con la legge economica naturale del massimo rendimento col minimo sforzo, che induce ad un esercizio minimo e di sopravvivenza del pensiero stesso. Se questa legge non fosse così potente, non ci sarebbero al mondo aguzzini e squali, perché non ci sarebbe carne per i loro denti.

Aggiungerei a questo punto che una pragmatica della filosofia dovrebbe dunque occuparsi, tra l’altro, anche di interpretare le idee/chiave calcificate che determinano gli automatismi del comportamento comune, fondato su un pensiero “di sopravvivenza”. Questo mi sembra un altro tassello utile. Grazie Zampieri.

Max Maraviglia

Pubblicato il 31/3/2008 alle 22.54 nella rubrica PRAGMATICA DELFILOSO-FARE.

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