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Qualche appunto per un metodo senza discorso

L’idea di metodo somiglia a uno di quegli oggetti del passato, tra altri impolverati accantonati alla rinfusa negli scantinati della memoria. Il metodo è pazienza, sistematicità, tempo ritmato, prevedibilità, regolarità: tutte cose che sembrano appartenere ad un’archeologia dell’anima e che di fatto non esercitano alcun fascino.

Le irregolarità, di contro, hanno una loro forza magnetica, sembra indubbio. Il fatto è che questa forza si manifesta solo quando c’è una regolarità di riferimento. Dunque perché si rilevi l’irregolarità si necessita del metro della regolarità. Senza di esso non si rileva nulla se non la pura entropia, che è irrilevabile per sua definizione.

Tra le regole positive ce ne sono alcune che sono tanto vecchie da avere fatto perdere la memoria della loro originaria ragione, che pure conservano. Altre che sono solo vecchie e ragione, probabilmente, non ne hanno mai goduta se non per gruppi ristretti d’individui. Ci sono regole implicite, che si stratificano nel dipanarsi quotidiano delle nostre relazioni, in silenzio, senza mai dichiararsi, eppure esercitando tutta la loro forza condizionante nelle nostre scelte.

Altre esplicite, scritte a chiare lettere che sembrano essere state formulate giusto per poi, nei fatti, essere smentite o tradite dai bari di professione. Le regole trovano sempre una loro giustificazione o una legittimazione, più o meno imposte, più o meno condivise.

Sembra superfluo dirlo: ciò che dovrebbe essere oggetto di ragionamento non sono le regole in sé, quanto piuttosto le loro giustificazioni, i processi di legittimazione, le modalità d’imposizione e/o di condivisione.

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Pubblicato il 7/4/2008 alle 0.30 nella rubrica PRAGMATICA DELFILOSO-FARE.

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