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L’inibizione da contatto

Vale la pena notare come certi fenomeni sociali si conformino allo stesso principio degenerativo dell’ inibizione da contatto: maggiori sono le vie di comunicazione che una cellula chiude intorno a sé, maggiore sarà la possibilità di tramutarsi in un cancro. Il bello e l’inquietante di certe regole è che sembrano agire sia sui corpi sottili, eterei, spirituali, sia su quelli di maggiore consistenza materica.

Sicché la metafora del cancro spesso usata nel dire comune per indicare alcuni fenomeni sociali adombra una semplice regola naturale.

Si potrebbe dire che anche la disattesa dell’ inibizione da contatto da parte di alcune cellule sia a sua volta un principio naturale, e di fatto lo è. La scienza più recente sembra aver dimostrato che nell’organismo umano processi tumorali siano costantemente in atto, per poi essere per lo più riassorbiti senza che il soggetto interessato se ne renda conto (per chi volesse saperne di più sull’argomento può leggere Randolph M. Nesse - George C. Williams, Perché ci ammaliamo, Torino, 1999). Resta però il fatto che la regola è quella dell’ inibizione da contatto, ed è essa a garantire la perpetrazione dell’organismo.

Possiamo ipotizzare che tutte le regole naturali abbiano un carattere omeostatico, siano cioè destinate a ricomporre continuamente l’equilibrio dinamico dell’organismo. Se questo è vero e se la biologia ci insegna qualcosa, possiamo però anche ipotizzare che ogni irregolarità ha lo scopo di innescare una crisi di fronte alla quale l’organismo ha due principali opzioni risolutive: collassare oppure ritrovare un nuovo equilibrio ma ad uno stadio diverso (evito la parola evolutivo perché troppo carica di accezioni che andrebbero sottoposte ad una revisione critica) rispetto a quello iniziale. L’esito dipende dalla dimensione dell’irregolarità e dalle capacità immunitarie dell’organismo di riassorbirla.

Posto in questi termini il ragionamento ne conseguirebbe che anche il cancro e, più in generale, ogni irregolarità avrebbe la sua ragion d’essere, al pari di una regola. La regola conserva, l’irregolarità trasforma. Conservazione e trasformazione sono ordini concettuali che sembrano ravvisabili in ogni manifestazione della natura.

Si può applicare lo stesso ragionamento alle regole e alle irregolarità “positive” (quelle cioè prodotte dall’uomo) e dunque riconoscere una legittimità o quanto meno una funzionalità comprensibile anche all’irregolarità positiva, oltre che alla regola?

Francamente trovo difficile trovare una risposta a questa domanda. Dipende da come si voglia considerare l’uomo rispetto alla natura, se reputarlo sua componente al pari tra altre, ovvero sua protagonista, antagonista o deuteragonista. Idee in merito?

mm

Pubblicato il 9/4/2008 alle 0.31 nella rubrica PRAGMATICA DELFILOSO-FARE.

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