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A colpi di cucchiaio

Quando mi sono stancato di partorire opere che erano soltanto uno specchio del mio ego, ho abbandonato l’arte per due anni. E nel momento in cui ho dimenticato me stesso, mi è crollato addosso il dolore del mondo. La gente invischiata in un faticoso divenire, non per essere ma per apparire, aveva perso la gioia di vivere, come me. Rintontiti da droghe, caffè, sigarette, alcol, zuccheri, eccessi della carne, delusi dalla politica, dalla religione, dalla scienza, dall’economia, dalle guerre “patriottiche”, dalla cultura, dalla famiglia, tristi animali privi di uno scopo ma con la maschera delle persone soddisfatte, passeggiavano per le vie del nostro pianeta consapevoli che piano piano lo stavamo avvelenando. […]

Una grande montagna proietta la sua ombra su un villaggio. Per mancanza d’irradiazione solare, i bambini crescono rachitici. Un bel giorno gli abitanti del paese vedono il più anziano di loro uscire dal villaggio con in mano un cucchiaio di porcellana.
“Dove vai?” gli chiedono. Risponde:
“Vado dalla montagna”.
“Perché?”
“Per spostarla”
“E come?”
“Col cucchiaio…”
“Sei pazzo.”
“Non sono pazzo. So bene che non ci riuscirò mai, ma qualcuno dovrà pur cominciare.”


A. Jodorowsky, Cabaret mistico, Feltrinelli, 2008.


(Per chi è addestrato fin dalla nascita ad abbattere muri a colpi di cerbottana, il cucchiaio appare strumento ancora più avanzato).
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Pubblicato il 29/7/2008 alle 15.5 nella rubrica LE PAROLE DEGLI ALTRI.

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