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Il sublime in una cassa di pioppo

Il 30 di ottobre 1801, per ordine della regia amministrazione borbonica, veniva riconsegnata agli eredi di Eleonora de Fonseca Pimentel una cassa di pioppo contenente i beni confiscati  dalla Giunta di Stato alla nobildonna giacobina. Poco più di due anni erano trascorsi dalla sua impiccagione in Piazza Mercato. Sua cognata, Donna Nicoletta (moglie di don Michele de Fonseca Pimentel) apre la cassa sperando di aver trovato, finalmente, l’occasione buona per aiutare marito e cognato (in quel momento detenuti nelle Regie prigioni) con l’eredità di Eleonora. Speranza vana: la cassa conteneva solo pochi effetti personali di nessun valore.

Maria Antonietta Macciocchi, che alla figura della rivoluzionaria portoghese ha dedicato un libro, scrive a proposito di questo episodio:

Decifrando, non la descrizione degli oggetti [la cassa era accompagnata da una lista del suo contenuto, stilata da un qualche burocrate del Tribunale, ndr]  ma il messaggio che quelle cose mi inviavano; ho cercato di mettere in rapporto l’etica con i simboli terrestri: una gonnella di raso nero, un cappotto di contrino, una borsa di damasco, nel rintracciare la storia singolarmente eroica della marchesa giacobina. Che importanza hanno un cucchiaio d’argento, una sciarpa nera usata, un manicotto spelato, una borsa di damasco, un paio di scarpe rotte? […] Quegli oggetti tanto più miseri quanto più dettagliati con solennità burocratica, mi rinviavano alla figura morale di una donna. Mettevano in rilievo, e in chiaro, ai miei occhi, quel difficile pensiero di Kant: “Il sublime è una finalità senza fine”.

M.A. Macciocchi, Cara Eleonora – Passione e morte della Fonseca Pimentel nella Rivoluzione Napoletana, BUR, 1998, p. 26.


Altro che “resto di niente”.


Pubblicato il 21/8/2008 alle 9.51 nella rubrica LE PAROLE DEGLI ALTRI.

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