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La legge d’attrito

Riflettevo qualche giorno fa sui motivi che possono generare qualche forma di depressione e per una serie di concatenazioni associative simultanee di pensieri/letture/osservazioni mi sono all’improvviso soffermato sull’idea di attrito.

Cosa c’entra l’attrito con la depressione? Provo a ricostruire la sequenza logica. Mi sembra di capire che le forme depressive possano dipendere da due ordini di scompenso: troppe sollecitazioni o troppo poche. In altri termini: sembra che alcune forme depressive si determinino o per un improvviso, radicale sconvolgimento di equilibri conseguente ad uno o più eventi traumatici (i.e. la morte di un caro, la perdita del posto di lavoro) oppure per una disabitudine alla presenza nelle cose che, scivolando via come l’olio, non richiedono più, da parte del soggetto, alcuna forma di partecipazione attiva. Pensiamo ad esempio a chi, per una serie di concatenazioni fortuite e non consapevolmente vissute, si ritrovi ad aver risolto tutte le proprie istanze esistenziali – lavoro, affetti, amicizie e quant’altro – senza sforzi particolari (o almeno percepiti come tali).

Se questo è vero, può allora anche essere vero che la taratura di quello che potremmo definire “fattore tribolatorio” possa costituire la chiave di volta per cercare di arginare il rischio depressione (almeno nelle sue forme non ancora conclamate come patologia vera e propria).  

La regolazione di questo fattore  - come di molti altri - dipende  da due ordini di variabili: esterno (non controllabile) ed interno (controllabile).

Ora, se diamo per buono uno dei fondamentali principi dello stoicismo, “non si sceglie il proprio ruolo nel dramma della vita”, possiamo anche accogliere per altrettanto buono uno dei suoi possibili corollari: “si può scegliere il modo più appropriato per interpretare questo ruolo”.

L’appropriatezza potrebbe allora configurarsi come una sapiente applicazione della “legge d’attrito”.

Proviamo allora a formulare questa legge con una metafora: “quanto più ispida è la superficie delle cose, tanto più la forza esercitata su di essa per procedere dovrà essere leggera. Viceversa, quanto più la superficie è liscia, tanto maggiore dovrà essere la pressione su di essa per procedere”.

Facendo ricorso a termini presi in prestito dal linguaggio teatrale,  potremmo istituire nessi analogici tra – da una parte – il concetto di leggerezza e di straniamento e - dall’altra – tra quello di pressione e di immedesimazione.

Un ruolo ben interpretato sarà allora quello in cui queste due forze, leggerezza/straniamento da una parte e pressione/immedesimazione dall’altra, concorrono mirabilmente alla taratura del “fattore tribolatorio”.  

Potremmo anche dire: “rendere leggero ciò che è grave e grave ciò che è leggero”.



mm, Manuale distruzioni

Pubblicato il 25/9/2008 alle 12.1 nella rubrica SUL TEATRO DI FORMAZIONE.

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