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Per Ale

Cara Ale
ti ringrazio intanto per avermi reso partecipe di tuoi pensieri importanti, ne sono onorato. Vorrei poterti dire cose altrettanto importanti, ma non credo di esserne capace. Probabilmente perché le cose importanti non vanno nemmeno dette, soprattutto perché ogni dire è sempre inevitabilmente inadeguato. Ad ogni modo, quello che vorrei dirti tu già lo sai. Il problema è che sapere le cose non garantisce l'automatica risonanza su quello che facciamo. Pensiamo, il più delle volte, delle cose e ne facciamo altre: è lo standard umano medio, perché l'allineamento tra quello che siamo, pensiamo, vogliamo, dobbiamo, possiamo e sappiamo è il compito più difficile che ci tocca risolvere e non tutti ci riusciamo.

Il punto di partenza di ciascuno è sempre svantaggiato, per un elementare meccanismo naturale che ci porta a credere di essere, di partenza, in diritto di felicità. Per quello che mi riguarda credo invece che nasciamo per essere carne da macello (la natura non ha alcun riguardo per l'individuo, ma solo per la specie). Questo non vuol dire che lo si debba essere "per forza". Ci sono sforzi che si possono fare per liberarci da questa condizione "naturale" di partenza. Si tratta però di sforzi "innaturali" e come tali ostacolati fortemente (è come andare contro la forza di gravità) dalle danze tribali della vita.

Si può vivere lasciando una porta chiusa per sempre e non sapere cosa ci sia dietro, ma se la porta si socchiude è enorme sofferenza fino a quando non si è trovata la forza (e quella potenzialmente la possediamo tutti) per varcarla e andare a vedere cosa ci sia oltre.

Il di qua della porta è la vita minuscola, essenziale, dolcemente ignorante di chi non si fa tante domande e riesce a mantenere un contatto vivo e diretto con le cose essenziali, direi quasi animali. Un beneficio che tocca a pochi oramai, visto che la gran parte di noi è coinvolta in mondi e dinamiche dove la guerra (in senso metaforico e reale) è la norma comportamentale di base.

Il di là della porta è probabilmente la stessa cosa, cambia però il nostro rapporto con le cose, aumenta la nostra possibilità "divina".

La possibilità divina direi che è quella che ti consente di attraversare il mondo da amorevole osservatore che sa quello che può, deve, vuole fare e lo fa, lo fa per quello che vale in sé, nella piena, assoluta e rasserenante disperazione (la disperanza, nelle sue conseguenze, è molto più salutare della speranza, che spesso reca con sé un mare di delusioni). Non aspettarsi niente ma agire come se ci si aspettasse tutto mi sembra una buona regola, ammesso che esistano buone regole.

Ho l'impressione che tu chieda troppo o troppo poco a te stessa. Perdonami, ma mi sembra che tu sia alquanto ingiusta con te stessa. Non hai nulla da farti perdonare così come non devi perdonare niente a nessuno. Il "perdono", così come "la colpa", sono parole vuote che dovremmo cancellare dal nostro dizionario. Non so perché ti dica questo ma ho idea che, in qualche modo, abbia a che vedere con il tuo malessere.

Cerchi le definizioni, ma quelle sono buone per la carta. Nella realtà resta quello che si prova, la capacità direi istintiva di distinguere i veleni dalle cose benefiche, sapersi tenere lontani dagli uni e impiegare al momento opportuno le altre. Se continuiamo ad avvicinare persone per noi "sbagliate", può voler dire due cose: o che il nostro istinto è andato a farsi benedire, o che cerchiamo tutti i modi per farci male ed in entrambi i casi, dipende solo e soltanto da noi. Non esiste sfortuna.

"Amore" è per me una di quelle parole talmente troppo usate che ho pudore persino a pronunciarla. Non so cosa significhi e, detto francamente, nemmeno me ne importa. Le parole mi servono per rimettere ordine, per scrivere, per teorizzare. Per vivere, preferisco "disordinare", usare il minor numero possibile di parole e di concetti. Vado, guidato dalla mia bussola interiore che mi porta esattamente nei luoghi in cui è appropriato che io sia presente, e non sempre sono quelli che avrei preferito o desiderato, ma ci vado lo stesso e possibilmente attrezzato e "vestito" nel migliore dei modi. Questa pure mi sembra una buona regola (sempre che le regole esistano). Soprattutto, non leggo poesia. I poeti, come i filosofi, sono umanamente scartine e quello che dicono, raffrontato a quello che vivono, è spesso un pacco. Non in senso dannunziano, credo che la più grande espressione artistica sia la vita stessa: sono poeta e attore e pittore e musicista e danzatore nel treno che mi porta a Roma, sulla strada che mi porta a scuola, nel supermercato mentre faccio la spesa o mentre faccio i conti dei soldi che non ho. Al di fuori di questi ambiti, parliamo di cazzate. Meravigliose cazzate, ma cazzate.

Non ho consigli da darti, posso solo dirti come cerco di vivere (ed è una gran fatica ma la trovo interessante), come ogni giorno converso amabilmente coi miei "mostri" (ognuno ne ha un bel po' da nutrire) perché non mi sbranino ed imparino a dirmi qualcosa d'interessante, è tutto. Ascolto.

Poi ci sono i problemi "concreti", le ristrettezze, le difficoltà materiali. A quelle non si può consentire di schiacciarci, perché siamo di gran lunga più "longevi" dei nostri problemi contingenti. Quello che ci manca, se davvero ne abbiamo bisogno, davvero, prima o poi l'avremo, se avremo pazienza costanza e fermezza (e queste sono declinazioni della disciplina: ogni giorno è palestra). Se non le avremo, vuol dire che non era quello di cui avevamo veramente bisogno. La vita è gentildonna e il tempo, suo compagno, non è da meno. Su questo puoi avere fiducia massima, se un po' mi credi.

Non so se ti ho detto le cose appropriate, se ho risposto alle tue domande (ammesso che siano domande), ma è quello che "d'istinto" mi è venuto da dirti.

Ti abbraccio, ci vediamo a teatro.
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Pubblicato il 7/2/2010 alle 14.36 nella rubrica NOTE PER GLI AMICI.

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